Populismo e trascendenza

Mattia Ferraresi

Il filosofo Charles Taylor parla dei malanni illiberali, della secolarizzazione “buona” e dell’illusione di fare una democrazia senza identità. Intervista sull’orizzonte del presente, da Trump a Ratzinger

Charles Taylor porta i suoi 88 anni con una specie di atletica austerità. Altissimo, affusolato, si presenta all’appuntamento in un albergo di Roma, a due passi dal Vaticano, con un piumino leggero e le scarpe da corsa. Due cespugli brizzolati incorniciano gli occhi miti, componendo l’opposto di uno sguardo inquisitorio. Ha una fronte ampia, filosofica. Parla a bassa a voce, a volte quasi sussurra, ma non procede lentamente. Potrebbe essere il personaggio di un romanzo di Robert Benson. Il filosofo canadese ha pensieri alti, rivolti alle questioni eterne, ma è anche informatissimo sul qui ed ora. Conosce nel dettaglio i recenti sviluppi della politica italiana, ma anche di quella americana, canadese, polacca, australiana, degli attriti sociali in West Virginia, delle tensioni identitarie in India. Parla per paragrafi e capitoletti, come scrive. Quando non gli viene un’espressione o cerca nella memoria una citazione porta le lunghissime dita alla fronte e chiude gli occhi per un attimo, la trova, e a volte gli esce dal recinto dei denti in francese, la sua seconda lingua. E’ l’immagine del buonumore. Ride spesso, per i motivi più diversi. Per l’idea che Christentum in tedesco non ha lo stesso significato di Christendom in inglese – sono false friends – o per la distrazione di aver dimenticato sul tavolo della colazione una scatola di cereali. Ride quando si protesta, per modestia, “underinformed” sui motivi per cui oggi Papa Francesco gli consegna il Premio Ratzinger.

 

Il filosofo canadese ha pensieri alti, rivolti alle questioni eterne, ma è anche informatissimo sul qui e ora. Parla per capitoli, come scrive

Taylor incontra il Foglio trent’anni esatti dopo la fine della storia, “quell’idea sciocca”, dice ridendo. Riflettere però sui motivi della sciocchezza della tesi di Francis Fukuyama gli spegne rapidamente il sorriso, e apre la questione bruciante, attualissima dello stato della democrazia in occidente oggi. “La premessa implicita dell’argomento di Fukuyama, e di molti in quella generazione, era che la democrazia è un sistema auto-stabilizzante. Una volta instaurata, si mantiene da sé. Ciò di cui questa visione non tiene conto è che la democrazia è sempre a rischio di degenerare, in varie forme. Quello che però rimane vero è che nei luoghi dove non c’è la democrazia, la gente soffre e muore. Quindi c’è questa incredibile, continua aspirazione verso la democrazia, bilanciata da forme di stanchezza e ribellione per chi invece già la pratica. Credo che dipenda dal fatto che è venuta meno l’idea che la democrazia abbia bisogno di un costante lavoro, una lotta per essere mantenuta. E’ un po’ come l’organismo umano: se non lo si cura quando si ammala, muore”. Legge attraverso questa lente quella che chiama “l’ondata populista”, anche se, dice, “non è l’espressione giusta”. “Un primo elemento per cui ci troviamo circondati dai Trump e dai Salvini è che non abbiamo adeguatamente tenuto conto delle diseguaglianze, e non solo economiche, ma anche di potere, di rappresentanza e cultura. Quando sono troppo marcate, la gente si ribella. Il secondo problema delle democrazie è che devono essere sorrette da un’identità comune forte. Prima di tutto perché non si può vivere senza essere legati in un destino comune con chi è accanto a noi. Ma anche perché serve una quota di fiducia per accettare le decisioni della politica. Il lato negativo della questione dell’identità forte è che è sempre a rischio di diventare esclusiva, stabilendo chi può farne parte e chi no”, spiega Taylor. L’immagine di un sistema che si auto-sostiene e si propaga ovunque per una specie di inerzia storica è quella di una “democrazia senza identità”, un sogno cosmopolita che non tiene conto del bisogno strutturale delle persone di legarsi in comunità dotate di significato.

 

“La terza questione – continua Taylor – è quella che la democrazia è sì il governo della maggioranza, ma questa può degenerare in forme di pura cooptazione per il mantenimento del potere da parte di gruppi che, in un dato momento storico, ottengono una maggioranza. L’unico modo perché la democrazia funzioni è continuare ad aggiornare e a ripensare il concetto di cittadinanza alla luce dell’identità, evitando sia l’esclusione di alcuni, sopprimendo cioè il pluralismo, ma evitando anche di svuotare l’idea della cittadinanza, facendone solo una questione di diritti e leggi”.

 

“I populisti hanno in comune la retorica della nostalgia, guardano al passato come presunto luogo di una purezza comunitaria perduta”

E’ la distinzione fra una nozione di cittadinanza che guarda avanti e una che guarda indietro. “I populisti hanno in comune la retorica della nostalgia, guardano al passato come presunto luogo di una purezza comunitaria perduta. Un caso di scuola viene dal periodo della presidenza di Barack Obama: lui, citando la Costituzione, faceva riferimento alla necessità di costruire una more perfect union, cioè un’unione che procede costantemente verso il proprio perfezionamento. Chi erano i suoi oppositori? Il Tea Party, che invece si riferiva al 1774, al Boston Tea Party, evocando il tempo in cui l’America era davvero libera. Questa è una tensione costante nelle nostre democrazie”. Ha un giudizio durissimo su Trump, come si capisce, ma non è meno severo quando parla dei suoi oppositori, che si sono rifiutati di capire le ragioni di chi l’ha votato, condannandosi così a parlare un’altra lingua rispetto al popolo. Cioè a uscire da quel patto identitario che Taylor mette alla base dell’edificio democratico: “Noi, cioè l’élite liberale, abbiamo peggiorato le cose trattando queste persone come stupide, ignoranti”. Hillary Clinton, dice, ha fatto una campagna “terribilmente autodistruttiva” e il filosofo coltiva speranze tutto sommato modeste verso la pattuglia democratica che si sta agitando nelle primarie in vista delle presidenziali del prossimo anno.

 

Si è occupato del rapporto fra identità e democrazia, ma anche di multiculturalismo, disarmo nucleare. E del “ritorno di Dio”

Questa del rapporto fra identità e democrazia è una delle grandi questioni attorno a cui s’è affaticato, ma Taylor, uomo dotato di ingegno multiforme, si è occupato di molte cose. Ha studiato il pensiero di Hegel, Wittgenstein, Merleau-Ponty, si è occupato di filosofia del linguaggio ed ermeneutica. Nella tesi di dottorato, nei primi anni Sessanta, ha esposto una critica sistematica della psicologia comportamentista di B. F. Skinner, in voga in quegli anni, ha articolato importanti critiche al naturalismo moderno, nel dibattito fra comunitaristi e liberali è stato spesso associato ai primi (con Alasdair MacIntyre, Michael Walzer, Michael Sandel e altri, contro il liberalismo individualista di John Rawls e Ronald Dworkin) ma ha rifiutato l’annessione a quel gruppo, con il quale pure condivide una comprensione “comunitaria” del self. Nel suo opus magnum, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna (Feltrinelli, 1993) ha ripercorso in modo originale la nascita dell’individuo moderno, soggetto ambivalente che si pone contemporaneamente in continuità e discontinuità con la concezione classica e medievale. Con perizia antropologica ha indagato quello che chiama Il disagio della modernità (Laterza, 1999), si è occupato di multiculturalismo, teorie della democrazia, minoranze linguistiche, disarmo nucleare, si è candidato senza successo per quattro volte con i socialdemocratici del New Democratic Party. La più famosa delle sconfitte è quella del 1965 contro Pierre Trudeau, candidato dei liberali che diventerà poi primo ministro, carica poi ricoperta anche dal figlio Justin, attualmente alla guida del governo canadese. In tempi più recenti si è occupato di secolarizzazione, ruolo della religione nello spazio pubblico e rapporto tra cattolicesimo e modernità. Nel poderoso volume L’età secolare (Feltrinelli, 2009), che Robert Bellah ha definito “il libro più importante scritto durante la mia vita”, ha messo in crisi la versione del disincanto di Max Weber, sostenendo che la modernità non ha eroso il fenomeno religioso, lo ha spinto a frammentarsi, ricoagulandosi in altre forme, tesi confortata da una pletora di studi sociologici sul ritorno di Dio. Pur abbracciando uno spettro enorme di interessi, Taylor è rimasto sempre quello che il suo maestro, Isaiah Berlin, definiva un riccio, un intellettuale impegnato con un’idea soltanto. In un suo saggio, Taylor ha detto che la sua è “l’opera di un monomaniaco” , dove l’idea monomaniacalmente inseguita è l’autointerpretazione collettiva, il fuoco della sua antropologia filosofica. Alcuni sue sintesi sono diventate di uso comune nel dibattito filosofico: l’espressione “immaginari sociali” o la definizione dell’uomo come “animale che si autointerpreta”.

 

“La religione non è affatto scomparsa, ha preso altre forme. Oggi c’è un’immensa varietà di ricerche spirituali”

L’elemento religioso è vivacemente presente in lui fin dall’infanzia, passata nei pressi di Montreal, città dove ha trascorso quasi tutta la vita. Il padre era un anglicano di lingua inglese, veterano della Grande guerra poi diventato senatore. La madre era una cattolica francofona. La sua “storia” della secolarizzazione, alternativa a quella weberiana, sta trovando conferme nella sociologia – e nelle scienze umane in genere – che segnalano un ritorno alla religione, benché non nelle forme tradizionali. Il sociologo austriaco-americano Peter Berger è stato un pioniere degli studi sulla “de-secolarizzazione” negli anni Novanta, e Taylor sottolinea che nei suoi ultimi scritti aveva leggermente cambiato idea, descrivendo la secolarizzazione non come un abbandono ma come una “pluralizzazione” dell’esperienza religiosa. “Era la mia tesi: la religione non è affatto scomparsa, ha preso altre forme. Abbiamo vissuto un millennio e mezzo in una società in cui ogni aspetto della vita era legato, e regolato, dal cristianesimo, e c’era l’aspettativa che ogni individuo aderisse alla comunità dei credenti. Oggi c’è un’immensa varietà di ricerche spirituali, cioè una nuova modalità di rapportarsi al fenomeno religioso che è senza precedenti nella storia dell’occidente. In un certo senso, ci stiamo avvicinando all’India o alla Cina, e questo io credo stia creando le condizioni per una nuova fase, che non va guardata con timore. Certo, è una situazione preoccupante per le chiese, che sono angosciate e vivono questi cambiamenti come un danno irreparabile, anche a livello sociale”.

 

Come si ponga il cattolicesimo in questa versione della secolarizzazione, è questione di rilievo. Già sul finire degli anni Sessanta, il cardinale Joseph Ratzinger profetizzava il ridimensionamento della chiesa che fu culturalmente e politicamente egemonica, parlando di “minoranza creativa”. Altri vedono il futuro della chiesa nell’assecondare certi precetti del mondo per renderla più appetibile, più abbordabile. “Ratzinger criticava il relativismo della società, e aveva ragione e torto allo stesso tempo”, dice Taylor. “Affermare che una società non concorda sui criteri fondamentali per stabilire la natura del bene supremo è la definizione di pluralismo, e a questo alludeva Ratzinger, credo. Il relativismo, invece, è una posizione morale che si incontra assai di rado nella sua forma pura. Ma se prendiamo il pluralismo positivamente, come una risorsa, credo che possa diventare per i cristiani un invito ad ascoltare e collaborare con gli altri, cioè con chi compone questo panorama frammentato di esperienze e sensibilità religiose molto diverse ma orientate alla ricerca, magari confusa, del vero bene”.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.