Il problema del prete virile

Il Sinodo amazzonico ha messo in discussione il celibato e la virtuosa solitudine del sacerdote. Fine di un mondo o sviluppo del cattolicesimo? Girotondo fogliante

di Aldo Maria Valli

Sono così vecchio che quando penso al celibato dei preti mi viene in mente Lucio Dalla. Era il 1979, facevo il servizio militare nella plumbea Roma del post sequestro Moro e la canzone di Dalla, “L’anno che verrà”, era la colonna sonora ideale mentre, da bravo granatiere, stavo di guardia in giro per la triste metropoli: “Si esce poco la sera, compreso quando è festa, e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra…”. Ma che c’entra quella canzone con il celibato dei preti? C’entra, perché a un certo punto diceva: “Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando… E si farà l’amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a un a certa età”.

 

Ecco, direi che ci siamo. Il pertugio è stato aperto. Un pertugio amazzonico, ma serviva un pretesto, e di solito il pretesto arriva da un caso limite.

 

Lo dice il senso comune, lo si sente dire perfino dai bravi parrocchiani: “I preti dovrebbero sposarsi, basta con questa storia del celibato. Così finirebbe anche la faccenda della pedofilia”. Poco importa che non sia in realtà pedofilia ma, nel novanta per cento dei casi, efebofilia (attrazione dell’adulto verso la medio-tarda adolescenza) legata all’omosessualità. E poco importa che tutte le ricerche dimostrino che non c’è alcun nesso tra celibato e abusi. Il senso comune dice così e la neo Chiesa, che ha la missione di piacere alla gente che piace, non deve fare altro che adeguarsi.

 

Io sono così vecchio che i preti cattolici li voglio celibi. Lo so, lo so: non è un dogma, ma solo una disciplina, divenuta legge canonica a partire dal IV secolo. In realtà anche prima la continenza veniva proposta ai ministri della Chiesa come ideale assai raccomandabile, tanto che si può legittimamente parlare di origine apostolica del celibato. Ma non è questo il punto. Il punto è che sono affezionato al prete celibe, perché in lui vedo l’alter Christus, mentre nel prete con moglie e marmocchi al seguito vedo un funzionario.

 

Oggi siamo abituati al prete assistente sociale e al prete intrattenitore: questi i due modelli ammessi. Non si riesce neppure più a concepire che il ministero sacerdotale possa avere una dimensione ascetica. Giusto allora che il don abbia moglie e, perché no, marito. Se la funzione è assistere e intrattenere, e non curare le anime (portarle alla salvezza) perché dobbiamo farci tanti problemi?

 

Il celibato, disse una volta Benedetto XVI, è il segno “che posso fondare la mia vita su Cristo, sulla vita futura”. Ma Ratzinger era antipatico.

di Massimo Borghesi*

La questione sul celibato dei preti, divampata durante il Sinodo, è impostata male sia dai progressisti che dai conservatori. Innanzitutto, come sappiamo, non c’è alcun dogma sul celibato dei preti. Si tratta di una decisione adottata dalla Chiesa latina durante il Medioevo sul modello monastico. La Chiesa del primo millennio rende il celibato obbligatorio per i vescovi. Per altro Pietro, il primo Papa, era sposato. La Chiesa ortodossa prevede il matrimonio prima della ordinazione sacerdotale e nessuna scomunica è venuta su questo punto da parte di Roma. Questo sul piano storico. Sul piano della convenienza è chiaro che la scelta del celibato offre, da parte del sacerdote una testimonianza di libertà, di dedizione al popolo di Dio e a Cristo, più grande, più limpida. Con ciò non è escluso che in situazioni particolari la Chiesa non possa usare il modello del primo millennio. Non si tratta di raddrizzare la Chiesa come indicano i modernisti, né di distruggerla come paventano con miopia i tradizionalisti. Si tratta di situazioni-limite che richiedono un adeguato discernimento il quale trova, nella lunga tradizione della Chiesa, le sue possibilità operative. Coloro che gridano allo scandalo dimostrano una profonda ignoranza della tradizione bimillenaria della Chiesa.

 

*professore ordinario di Filosofia morale, Università di Perugia

di Camillo Langone

Occuparsi di celibato ecclesiastico significa accettare di mettere in dubbio la propria intelligenza. Le motivazioni dei favorevoli al matrimonio dei preti sono infatti un insulto alla medesima, per confutarle bisogna prenderle sul serio e dunque scendere parecchio lungo la china cognitiva. A chi dice che gli indigeni amazzonici non capiscono il celibato ecclesiastico non si può che ribattere: capiscono forse l’Immacolata Concezione? Chissà poi dove si nascondono le popolazioni che invece il celibato lo capiscono: in Europa non credo, non ne vedo traccia. Eppure il celibato ha anche ragioni pratiche, prossime alla sfera domestica di ciascuno: figuriamoci la comprensione dei 44 dogmi cattolici, dall’esperienza personale lontanissimi. Non mi sovviene un dogma che oggi possa dirsi davvero compreso, nemmeno presso i cattolici praticanti di antica mediterranea tradizione. Se ogni domenica reciti il Credo, ossia il Simbolo niceno-costantinopolitano, conosci la sua complicazione. In certi momenti hai in bocca un rompicapo, in altri uno scioglilingua. “Generato, non creato”: ehm. “Procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e con il Figlio”: altro ehm. Non c’è bisogno di portare il perizoma per non capirci granché, suonano astrusi pure a chi porta i pantaloni e l’Amazzonia l’ha vista solo in foto. A proposito, questo tentativo di rendere universale un sinodo forestale: come se le soluzioni ai problemi di Roma si ricavassero da una riunione sulla Pineta di Fregene. Oggi occuparsi di celibato ecclesiastico significa mettersi al livello di gesuiti, ipocredenti, miscredenti, adoratori di statuette raffiguranti la dea della fertilità: mi dispiace ma non posso, uno solo è il mio maestro ed è uno scapolo (non che non abbia avuto occasioni: “Vi erano là anche molte  donne […] esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo”).

di Lucetta Scaraffia*

Mi ha sempre affascinato, del celibato ecclesiastico, il suo costituire una prova che l’essere umano era diverso dall’animale, fino al punto di poter sublimare i suoi istinti. Un argomento vivente che Darwin non aveva ragione, e che non discendiamo soltanto dalle scimmie! Adesso, dopo anni che lo vedo più da vicino, vissuto nella sua reale concretezza, ho accumulato molti dubbi: può diventare una condizione tremenda di solitudine, di aridità, di durezza, anche quando si vive sul serio, e non è l’ipocrita copertura di un peccato che fatalmente porta a disprezzare quella sessualità che si pratica di nascosto. E, all’opposto, può indurre a sopravvalutare sia la sessualità che l’amore coniugali. Il fallimento della pastorale matrimoniale della Chiesa, evidente sotto gli occhi di tutti, si spiega in questo modo. Non è facile vivere casti, e la tentazione di fingere davanti agli occhi del mondo una condizione che non si sa mantenere porta anche a vivere rapporti sbagliati, fino a scegliere le persone più deboli e dipendenti perché si sa che non avranno la forza di parlare, che non saranno credute. Porta a far del male ad altri esseri umani.

 

E non è solo questione di pedofilia: le molestie e gli abusi sulle religiose sono numerosissimi, ma anche i rapporti clandestini con donne che poi magari si ritrovano ad allevare i figli da sole, abbandonate. Se l’albero si giudica dai frutti, i frutti di secoli di celibato sono soltanto in piccola parte positivi, perché quelli negativi, che generano sofferenza su altre persone, sembrano superarli.

 

Gesù ha avvertito che è pericoloso imporre sulle spalle degli esseri umani pesi che non sono in grado di sopportare. Di conseguenza, ha fatto capire che anche questo tipo di norma, generando la trasgressione, può essere fonte di ricatto, o come minimo causare una perdita di libertà per chi la infrange.

 

Certo, a tutti piacerebbe che i sacerdoti fossero capaci di vivere in castità: avremmo più fiducia in loro, nella capacità di dedizione alla loro missione, nell’equilibrio dei loro giudizi. Ma peggio ancora è avere preti casti per finzione, sacerdoti dei quali non possiamo misurare condizionamenti e libertà interiore. Una verità, benché ridotta e inferiore alle nostre aspettative, è sempre meglio della menzogna, per tutti.

 

In fondo, poi, abolire l’obbligo del celibato non significa che i sacerdoti sono costretti a sposarsi, ma solo che lo possono fare.

 

*storica, Sapienza Università di Roma

di Antonio Gurrado

Due film. In “Contestazione generale” Alberto Sordi è un vecchio prete disperatamente solo, del tutto dedito al servizio di una comunità che lo disprezza e ne sparla. Nell’ultima scena, come ricompensa, chiede al vescovo di poter sposarsi e lo spettatore prova tenerezza, forse pena, di fronte agli occhi liquidi che denunciano il suo strazio e l’ingenua fede in un rimedio tanto semplice. Ne “La moglie del prete”, invece, Marcello Mastroianni viene incastrato da una piacente donna sola, o forse si fa incastrare volentieri, ne diventa l’amante e pondera seriamente di spretarsi per sposarla. Le oscure gerarchie ecclesiastiche, però, gli coprono le spalle promuovendolo a monsignore quando lei resta incinta e benedicendo di fatto un rapporto clandestino anziché onesto; lo spettatore deduce che il matrimonio sia l’unica strada per fugare il sospetto che, rinchiusi nel misterioso celibato, i sacerdoti compiano atti miserandi e disdicevoli al pari di questo se non peggio. Pena e sospetto, rispettabilissimi sentimenti umani, non dovrebbero tuttavia essere le motivazioni in base a cui eliminare l’obbligo di celibato per i preti, il cui matrimonio risulterebbe così una toppa, una soluzione di ripiego per evitare guai maggiori.

 

Da cattolico mi fido della saggezza dei vertici della Chiesa, quindi presuppongo che in questioni tanto gravi ne sappiano più di me e che il mio parere in merito sia puramente decorativo (altrimenti sarei protestante); se dunque viene deciso che il matrimonio per i sacerdoti è ammissibile, ben venga, e ben venga anche il contrario purché scelta ponderata. Da laico infatti mi preoccupa piuttosto il metodo con cui tale scelta può essere effettuata, se cedendo a una pressione del mondo o cercando riparo a tempi procellosi quanto si vuole ma, per uomini di Dio, inevitabilmente contingenti. Il sacerdozio è un dono quanto il matrimonio. Entrambi affondano le radici in una luminosità di incomprensibile bellezza che rischia di essere svilita dalla riduzione a calcolo di opportunità. Si finirebbe come quando (terzo film), ne “Il dormiglione”, Woody Allen sparato nel futuro trova un vecchio quotidiano la cui prima pagina annuncia che la moglie del Papa ha dato alla luce due bei gemelli. Abolendo il celibato dei preti per tener dietro al mondo, si farebbe marcire l’amore che anima chi si ordina sacerdote e chi si sposa, facendolo suppurare in banale notiziola di gossip consumabile dal vasto pubblico.

di Marco Marzano*

Naturalmente posso sbagliarmi, ma sono convinto che al Sinodo i progressisti non abbiano ottenuto la vittoria che immaginano e che presto saranno costretti a un brusco risveglio. Lo sappiamo: tutto dipende da come il Papa “leggerà” il risultato dei lavori sinodali. Se, come immagino, la decisione di Bergoglio sarà centrata sulle ragioni “eccezionali” e tutte “amazzoniche” dell’apertura ai preti sposati, l’innovazione resterà confinata dentro la foresta, o al più a qualche zona del mondo (parte dell’Australia?) con caratteristiche simili. In fondo, le eccezioni al celibato obbligatorio sono già presenti nella Chiesa cattolica e l’ultima di queste, l’ordinazione di preti ex anglicani, è stata voluta addirittura da colui che i progressisti considerano da sempre il loro nemico numero uno e cioè Benedetto XVI.

 

Il fatto è che tutta la vicenda sinodale conferma ancora una volta i limiti enormi della strategia progressista. Frustrati da mezzo secolo di amare sconfitte, i riformatori hanno sperato e creduto che il Papa venuto dalla fine del mondo sarebbe stato il loro migliore alleato, che l’elezione del nuovo monarca avrebbe ribaltato a loro favore i rapporti di forza all’interno dell’istituzione. Per non creare difficoltà a colui che vedevano come il loro nuovo leader hanno da un lato costruito sulla sua figura un vero e proprio “culto della personalità” e dall’altro scelto, sui temi che stavano loro a cuore, una strategia minimalista, di basso profilo, che non desse fastidio al manovratore. Nel caso del celibato obbligatorio hanno pensato di sfruttare l’occasione del Sinodo avallando con tutte le loro energie una modestissima proposta adatta ad una zona singolare del mondo fantasticando sulla rapida propagazione dell’incendio rivoluzionario dalla foresta ai cinque continenti. Può darsi che qualche conferenza episcopale europea avanzi nel prossimo futuro una richiesta analoga a quella amazzonica, ma in quel caso io credo che la risposta del Papa sarebbe diversa. Perché il Papa non è un rivoluzionario e non esiste un’emergenza simile a quella amazzonica in Europa. E’ vero infatti che qui sta diminuendo il clero, ma diminuiscono contemporaneamente anche i fedeli e tra una comunità e l’altra c’è al massimo qualche chilometro di strada asfaltata, non le distanze amazzoniche. Il punto è che per abolire il celibato obbligatorio del clero le astuzie non servono e sono invece indispensabili sfide aperte e coraggiose come fu quella di Lutero, che tra l’altro non pretendeva ingenuamente che il capo della Chiesa cattolica si trasformasse in un Che Guevara cristiano.

 

*professore ordinario di Sociologia, Università di Bergamo

di Costanza Miriano

Così come il digiuno a pane e acqua non è rinunciare alla bistecca, ma fare spazio alla fame di Dio, il celibato non è negarsi il sesso, ma una apertura maggiore alla fecondità. Alcuni sono chiamati a un rapporto sponsale esclusivo con il Signore, e a quelli di loro che vivono fedelmente la chiamata è dato di diventare davvero capaci di generare vita in un modo inimmaginabile e illimitato, negato a chi ha una famiglia. La fecondità di un sacerdote che abbia risolto la sua affettività nel rapporto con il Signore – di solito punto di arrivo di un lungo cammino – è inesauribile, ed è molto più che una questione di tempo, forze e risorse. E’ una questione di consegna totale di sé a Cristo.

 

Sulla possibilità prospettata dal Sinodo, non vorrei fare come quando do pareri a caso sul calcio, e vengo regolarmente sloggiata dal divano di casa. Credo sia una questione da canonisti e da teologi, e che non succederà niente di tragico su questo, qualunque cosa accada, perché già ci sono casi di uomini sposati che celebrano in piccole aree, tipo in Calabria, e la Chiesa saprà decidere saggiamente. Quello che invece mi preoccupa, e molto, è che anche nelle nostre chiese apparentemente in regola ci sono sacerdoti che non credono che quello che consacrano sia il vero corpo e il vero sangue di Cristo, non credono al peccato originale, non pensano che l’uomo senza Cristo è cattivo, e ritengono la risurrezione non un fatto vero, storicamente avvenuto, ma semplicemente un simbolo del fatto che gli insegnamenti di Gesù sono validi sempre.

 

Ecco, non vorrei che la decisione di aprire il sacerdozio agli sposati venisse da questa parte davvero enorme della Chiesa che pensa di non avere bisogno di redenzione: d'altra parte se non si tratta di avere a che fare con il corpo e il sangue di Dio fatto uomo, se si tratta solo di dispensare consigli di buona condotta, allora tutte le persone per bene lo possono fare. Il sacerdote è un accesso al mistero, colui che apre le porte della vita eterna: se questo fosse chiaro, le questioni di diritto canonico mi appassionerebbero di meno. Troppi sacerdoti hanno perso la fede in Cristo crocifisso per i nostri peccati e risorto, e allora, anche se rispettano il celibato, non servono a nulla.

di Maurizio Crippa

“Non mi piacciono. / Quelli che credono di essere nell’eterno / perché non hanno il coraggio di essere nel tempo. Quelli che credono di essere con Dio / perché non stanno con le persone. Quelli che credono di amare Dio / perché non amano nessuno”. Che fosse in vena di poesia e avesse voglia di picchiare duro, i versi di Charles Péguy che Francesco ha citato chiudendo il Sinodo dell’Amazzonia sono una sintesi perfetta anche del dibattito sulla (presunta) abolizione del celibato. E infatti hanno irritato più d’uno, come un’accusa sotto mentite spoglie. Ma se Francesco si fosse limitato al suo consueto gusto per le frasi da proverbio popolare, avrebbe citato quello del dito e della luna. Si parla di portare i sacramenti dove mancano i sacerdoti, e invece di cercare il rimedio, c’è chi si occupa dello stato civile dei preti: celibe, coniugato. Essere clericali (Péguy parlava dei “clericali clericali”) significa avere paura che in realtà a tema sia messa la castità del clero, e non l’ordinazione di uomini sposati, che è altra cosa. Oppure l’immagine mondana, estetica, del prete con la talare.

 

Ma più ancora, essere clericali significa essere dottrinari, cioè ritenere che a importare (salvare?) sia la fedeltà a una forma e la sua immutabilità. “Essere con Dio / perché non stanno con le persone”: cioè essere fuori dalla storia e dalle necessità concrete degli uomini nella storia. Certo, credo (più o meno come il cardinale Schönborn) che basterebbe ordinare i probi viri anziani. Senza inventarsi il liberi tutti per ogni seminarista avviato all’altare. Ma non c’è dogma, non c’è forma assoluta e immutabile, se non per chi crede di “essere nell’eterno” perché non ha “il coraggio di essere nel tempo”. Nel primo millennio il celibato era volatile, variabile; nel secondo si sono date condizioni per cui è divenuto prima preferibile, poi obbligatorio (ma piuttosto di recente). Potrebbe essere che nel terzo millennio l’ordinazione di uomini sposati possa coadiuvare, giovare alla chiesa. E chi mai ha (pre)stabilito, tra i dottrinari atemporali, che nel quarto millennio non potrà cambiare ancora? Non si sta parlando di far sposare i preti, e dunque di aprire il vaso di pandora della sessualità celibataria, ma di far diventare presbiteri uomini sposati, laddove c’è necessità. Il dito, la luna.

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