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I “martiri di Gorla” e altri anniversari

Una lettera arrivata dopo 75 anni e gli 80 di don Gino, il prete del Beccaria

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

1 Novembre 2019 alle 06:00

I “martiri di Gorla” e altri anniversari

Ottobre 1944 la scuola elementare di Gorla dopo bombardamento Alleato, i soccorsi (Wikimedia)

Alle 7,58 di mattina del 20 ottobre 1944 una squadriglia di bombardieri B-24 dell’Aviazione americana partirono dall’aeroporto di Castelluccio, in provincia di Foggia, per colpire gli stabilimenti Breda di Sesto San Giovanni, a nord di Milano. L’operazione bellica (quel giorno furono colpiti anche gli impianti di Alfa Romeo e Isotta Fraschini) ebbe successo. Tranne che per una serie di problemi tecnici, che generarono una catena di errori di cui forse almeno l’ultimo, fatale, evitabile. E invece fu una strage. Uno degli aerei sbagliò il percorso, anziché su Sesto si diresse sul quartiere di Gorla, a nord della città. Gli ordigni erano ormai innescati e dovevano essere sganciati. Ma più tardi, sarebbe bastato soltanto qualche minuto più tardi, sopra la campagna. Invece alla 11,29 il pilota sganciò. Su Gorla. Un ordigno di 500 libbre centrò in pieno la scuola elementare Francesco Crispi. Morirono 184 bambini, 14 insegnanti, la direttrice, 4 bidelli e due genitori, che poco dopo erano entrati nell’edificio con i soccorritori. La strage di Gorla, “i piccoli martiri di Gorla”, è un episodio tra i più tragici della storia milanese ed è rimasto vivo nel cuore della città. Un dolore e una memoria costanti, sul luogo in cui sorgeva la scuola fu eretto un monumento-mausoleo, che oggi ospita nella cripta i resti di molte delle piccole vittime. Quell’episodio di 75 anni fa, a differenza di altre tragedie analoghe della guerra, ha generato una memoria composta, condivisa come usa dire (al netto di qualche intemperanza propagandistica, quasi sempre da parte dell’estrema destra). I “piccoli martiri di Gorla” sono dei loro cari (alcuni ancora sopravvivono) e della città.

  

Una piccola ma significativa ferita supplementare, e non necessaria, era però rimasta aperta finora. Né il governo degli Stati Uniti, né i suoi rappresentanti in Italia, avevano mai ritenuto necessario scusarsi per quel tragico errore, o almeno inviare condoglianze formali alla città e alle vittime. Domenica 20 ottobre, intervenendo alla cerimonia di commemorazione della strage, il sindaco Beppe Sala aveva azzardato l’argomento: “Io credo che sia doveroso che il governo americano si scusi, sapendo che noi siamo qua per perdonare”. E ha aggiunto: “Ribadirò al Consolato degli Stati Uniti la nostra richiesta di quelle pubbliche scuse che non sono mai pervenute, seppur siano assolutamente doverose”. Era seguito un piccolo subbuglio sui giornali, ma pochi giorni dopo è finalmente arrivata, nell’ufficio una lettera dalla console generale degli Stati Uniti a Milano, Elizabeth Lee Martinez: “Esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie delle vittime di questa infausta e terribile tragedia occorsa durante la guerra”. E anche: “Nel doveroso ricordo e nella lezione appresa dalle tragedie della guerra, confidiamo che Stati Uniti e Italia, alleati nella Nato, continuino insieme a affrontare le sfide emergenti”. Su Facebook, il sindaco dando la notizia ha commentato: “Una lettera di cordoglio che non annulla anni di silenzi, ma che è un gesto significativo che il sacrificio di quelle innocenti vite meritava”.

  

Il 30 ottobre don Gino Rigoldi ha compiuto 80 anni, e la Fondazione che porta il suo nome e soprattutto porta avanti il suo lavoro con i ragazzi “che non sono mai cattivi” gli ha organizzato una festa, alla Triennale. C’erano le autorità e gli amici di una vita, sportivi e volti noti, Jovanotti per il compleanno gli ha pure dedicato una canzone. Ma c’erano anche gli imprenditori, perché questo gran prete ambrosiano nato in una casa di ringhiera di Crescenzago per tutta la vita non ha mai perso di vista la realtà (non è uno di “quelli che credono di essere con Dio / perché non stanno con le persone”, per dirla con Péguy), e i bisogni, di tutto, e di lavoro soprattutto, dei suoi ragazzi. Da Giampaolo Grossi di Starbucks ad Agostino Santoni di Cisco Italia alle numerose aziende con cui don Gino ha allacciato collaborazioni. La storia di questo giovane prete irruente che poco dopo l’ordinazione, nel 1967, chiede di essere destinato all’istituto penale per i minori di Milano, il Beccaria, di cui ancora oggi è cappellano, è bella e ricca da raccontare. Ma non bastano le righe. Ma basta ricordare i ragazzi usciti dal Beccaria che cominciò ad accogliere in casa sua, e la rete di case di accoglienza sorta per aiutarne sempre di più, tra giovani con problemi di dipendenze, immigrati, problematici per qualsiasi motivo. E a proposito di preti sposati: no, non lo è e non si è mai preoccupato di queste cose. Ma dal Tribunale di Milano ha ottenuto di adottarne legalmente quattro, di figli.

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