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Boualem Sansal ci spiega la rivoluzione algerina

L'intervista integrale al grande scrittore e dissidente algerino, su Bouteflika, le origini della rabbia, l'islamismo e l'alternativa democratica che ancora non c'è

11 Marzo 2019 alle 16:52

Boualem Sansal (immagine tratta da YouTube)

Boualem Sansal (immagine tratta da YouTube)

Pubblichiamo la versione integrale dell'intervista di Rolla Scolari all'intellettuale e dissidente algerino Boualem Sansal. La versione originale dell'intervista, pubblicata sul Foglio di sabato 9 marzo, si può leggere a questo link.

 


 

E’ rimasto sorpreso dalla protesta?
In Algeria oggi tutto è possibile. Ci sono manifestazioni ovunque, l’altro giorno sono passato in un villaggio poco lontano dalla mia città, un villaggio di 5.000 abitanti, ed erano tutti per strada. Io stesso sono andato in manifestazione ad Algeri. In Algeria, nessuno è rimasto sorpreso dalla protesta: è da anni, da quando il presidente Bouteflika si è ammalato, che ci si diceva "Basta". Oggi Bouteflika è totalmente nell’impossibilità di governare. Davanti al silenzio del potere, la collera è salita, e si è tradotta nel paese in manifestazioni ovunque dal 2016: si protestava per la mancanza di acqua, per i tagli di corrente elettrica, e si sapeva che prima o poi queste manifestazioni separate di sarebbero unite in un movimento nazionale. Gli algerini dunque non sono rimasti sorpresi, anzi, io mi sono chiesto come mai ci abbiano messo tanto a scendere in strada in massa.

 

Qual è l’origine di questa collera?
La collera è antica, non tanto per i giovani, ma per quelli della mia generazione: ha origine già nel 1962 (l’anno dell’indipendenza dalla Francia, ndr). La guerra d’indipendenza ha fatto un milione di morti. Abbiamo ottenuto l’indipendenza e sono arrivati i militari che gli algerini guardavano con molto amore e invece hanno tolto le libertà: quello che si poteva fare durante la colonizzazione, fondare partiti, sposarsi con chi si voleva, viaggiare, avere un passaporto, sono venuti a dirti che non si poteva più fare. E’ stato rifiutato il diritto d'essere cittadino. Da allora, la storia è stata scandita da rivoluzioni e repressioni, rivoluzioni e repressioni: prima nel 1968, verso gli anni 2000 la rivoluzione cabila, e poi l'ottobre 1988, quando, come in questi giorni, in migliaia sono scesi nella strada e manifestare contro il governo, anche se allora si trattò di proteste violente. Allora i giovani attaccarono tutto quello che lo stato rappresentava, i ministeri, le case dei funzionari del regime, i depositi di stato, hanno attaccato e saccheggiato. E l’esercito è uscito, ha sparato sulla popolazione, ha usato mezzi che hanno disgustato gli algerini. Polizia e servizi segreti hanno utilizzato teppisti e islamisti, li hanno lasciati manifestare, organizzarsi, armarsi. Il potere ha rotto così il movimento popolare.

 

Perché nel 2011 non è accaduto quello che accade ora con le proteste?
Nel 2011 le proteste non erano popolari, erano organizzate da piccoli partiti, formati da intellettuali. Io ne facevo parte, assieme a studenti, accademici, qualche scrittore: non sono state manifestazioni popolari, ecco perché oggi la popolazione diffida degli intellettuali.

  

Oggi invece sia da una parte sia dall'altra la protesta resta pacifica.
Un popolo che ha accumulato 57 anni di sofferenze con questo regime oggi scende in strada molto gentilmente con un unico slogan: grida contro il quinto mandato, non contro i militari, non contro il regime, e c’è chi ha dubbi e si chiede se queste proteste, spinte da fonti anonime su Facebook e sui social, siano state in un primo momento organizzate da una fazione interna al clan al potere opposta a Bouteflika, perché l’esercito è diviso, per esempio. Poi però c’è stata una dinamica propria dei manifestanti, che hanno visto che in piazza non c’era repressione, i giovani quindi sono scesi nelle strade e hanno scoperto il piacere di manifestare. Il movimento è stato lanciato, e forse quelli che inizialmente da dentro volevano eliminare Bouteflika sono contenti, visto che c’è una manifestazione ogni giorno, ovunque.

  

Può raccontarci, visto che lo ha sperimentato con la censura sulla propria pelle, che cosa significa vivere nella routine di un regime?
In Europa la parola repressione è intesa nel senso di repressione poliziesca, come quando la polizia lancia i lacrimogeni contro i gilet gialli o arresta i manifestanti. In Algeria questa è soltanto la punta dell’iceberg La repressione in un regime come l’Algeria è tutti i giorni, in tutti gli aspetti della vita: c’è una repressione burocratica, per esempio. Per ottenere un passaporto occorrono mesi di carte, si va di ufficio in ufficio, si è convocati costantemente. Sin dall’età di cinque anni si partecipa a riunioni, si è irregimentati negli scout, nella gioventù del FLN – Il Fronte di liberazione nazionale, storico partito dell'indipendenza, oggi al potere, ndr – c’è il culto del presidente, dell’islam, dell’arabismo, l’odio per l’occidente, per gli ebrei, per i marocchini (Algeria e Marocco sono in disputa da decenni sullo status del Sahara occidentale, ndr). E’ un po’ George Orwell in 1984. Poi sei irregimentato in simili organizzazioni a scuola, alle università, quando lavori nei sindacati, sei obbligato ad assistere a riunioni, discorsi e attività politiche, si è costantemente mobilitati in favore della Palestina, per questo e quell’altro.
E oltre a questo c’è la fatica della popolazione a correre appresso alla burocrazia. Quando ricevi una convocazione amministrativa hai paura: ti dicono “E' convocato per una affare che la riguarda”, e passi tutta la serata a chiederti “ma che cosa sarà mai questo affare che mi riguarda?”, e poi è una roba di poco conto, avevi depositato le carte per il passaporto e mancava un documento. Aggiungi a questo che l’Algeria è un paese arabo-musulmano, dove vige la dittatura della religione, se vado al ristorante con mia moglie devo portarmi dietro il libretto di famiglia per provare, nel caso mi fermino a un posto di blocco, che sono sposato con la donna con cui viaggio in automobile. Siamo obbligati a digiunare nel mese di Ramadan, quando i ristoranti sono chiusi, e gli algerini non si possono sposare con chi vogliono (in Algeria le donne musulmane non possono sposare uomini non musulmani, ndr). 

  

Ha scritto un libro dal titolo “Harraga”. Oggi Harraga è una parola che torna negli slogan della strada, che cosa rappresenta questo termine nell’immaginario comune algerino?
Gli harraga sono quei giovani che emigrano clandestinamente, attraverso rotte di terra e di mare. Questa parola in arabo significa “chi brucia la strada, chi brucia i suoi documenti, chi brucia le sue imbarcazione e va all’avventura". Gli harraga non sono dei rifugiati, fuggono la dittatura e dalla sua processione di sventure: la miseria morale, il deserto culturale, la corruzione,  la penuria, la disoccupazione, le difficili condizioni di vita, la noia. Partono per vivere, studiare, divertirsi, scoprire il mondo. Questo fenomeno è nato negli anni Ottanta, e è cresciuto di anno in anno, specialmente sotto il regno di Bouteflika, che ha reso l’Algeria il paese più sclerotico, il più chiuso, il più triste del mondo. Il governo di Bouteflika non ha mai veramente lottato contro questo esodo della gioventù algerina. Al contrario, lo ha incoraggiato bloccando tutti gli orizzonti.
Questa emorragia andava bene a tutti, visto che il governo non era in grado di fornire ciò di cui i giovani avevano necessità: un lavoro, una casa, degli svaghi, la possibilità di viaggiare. Esiste anche un altro fenomeno, importante allo stesso modo: è la fuga dei cervelli. E’ sempre stato considerevole, ma negli anni Novanta è esploso. L’Algeria perde a flusso continuo i suoi ingegneri, i suoi medici, i suoi ricercatori, i suoi sportivi, i suoi artisti, i suoi scrittori. Ci si chiede come domani questo paese possa risollevarsi.

  

Che cosa accadrà se Bouteflika si ripresenta al voto di aprile?
Sarà la guerra. Gli algerini sono troppo coinvolti nella protesta per tornare indietro. Ci vorrebbe una repressione enorme perché questo avvenga. Il potere non può permettersi di arrivare a quel punto: è diviso e molto criticato dalla comunità internazionale. Una parte dell’esercito e della polizia si rifiuterà di sparare sulla popolazione e potrebbe rivoltarsi contro i leader. Lo stato maggiore non ha più la stessa autorità di prima sulle sue truppe. Ma la sua convinzione è che Bouteflika non arrivi all’elezione, che muoia forse prima. Oppure l’esercito finirà per ritirare il proprio sostegno e lo costringerà a dare le dimissioni. Lo ha sempre sostenuto, ma il pericolo diventa ora troppo grande per il paese, per l’esercito stesso. E per i suoi capi. Hanno troppo da perdere per andare fino in fondo a questa follia che consiste nel far eleggere un morto-vivente. 
Nell’immaginario degli algerini, Bouteflika è capace di tutto per conservare il potere. La popolazione gli imputa, a giusto titolo a mio avviso,  tutti i mali che corrodono il paese: la corruzione, il sistema sociale basato sul clan e il nepotismo, la rovina economica, la regressione culturale, l’isolamento dell’Algeria nel mondo, e soprattutto di aver ipotecato il paese, nello specifico l’avvenire di questi milioni di giovani che scoprono di essere stati sacrificati come pecore (il 70 per cento della popolazione algerina ha meno di 25 anni). La popolazione ce l’ha con lui tanto più che ha creduto in lui quando è arrivato al potere nel 1999. Lui h saputo sfruttare in maniera ammirevole ciò che sa fare molto bene: sedurre per ingannare.

  

Nel libro “2084”, lei parla di una lingua che sottomette la popolazione. Che ruolo svolge la lingua in un regime? La nuova lingua della protesta, con i suoi slogan, può combattere quella del regime?
E’ più attraverso il verbo che attraverso le armi e i soldi che i dittatori governano i popoli. Inventano una narrativa nazionale grandiosa e una lingua quasi liturgica per veicolare il loro discorso e in questo modo affascinano il popolo. Non è con le armi e la repressioni che i poteri sovietico, cubano, cinese e nord-coreano hanno resistito così a lungo, è installando il popolo in una fantasmagoria nazionale che esalta pretesi valori nazionali eccezionali, è lusingando il popolo mettendolo contro un preteso nemico interiore e un nemico nemico esterno. Al popolo che vuole liberarsi occorrono a loro volta una narrativa e una lingua di combattimento per mobilitarsi, manifestare, liberarsi, inventarsi un nuovo mondo. I nostri giovani parlano di democrazia, di libertà, di giustizia con accenti quasi mistici. E’ il loro modo di darsi forza per affrontare il potere.

  

Il regime ha sempre utilizzato la paura del ritorno al terrorismo per evitare la destabilizzazione. Che rischio c’è che gli islamisti sfruttino la protesta?
Gli islamisti sono veri strateghi. Sono in agguato, osservano, analizzano, attendono che “le carote siano bollite” per venire a mangiarle.  E’ la tecnica del judo, utilizzano l’energia della società per farla oscillare nel senso che a loro conviene. Sono eccellenti in questo sport.  Non si presentano soltanto come islamisti. Si presentano anche e allo stesso tempo come rivoluzionari, come veri democratici, come veri riformisti, in breve come esseri eccezionali. Sanno ammirevolmente maneggiare il complottismo al quale i popoli oggi sono molto sensibili, nello specifico il complotto americano-sionista contro il mondo arabo, contro l'islam, contro tutto e in particolare il loro paese.  Ma le strategie islamiste non si decidono unicamente in Algeria, c’è un coordinamento con l’internazionale islamista, con gli islamisti turchi, del Qatar, europei. I circuiti di decisione in questo campo sono molto complicati, ma molto efficaci allo stesso tempo.

 

C’è un’alternativa tra FLN e islamisti?
Per il momento no, occorrerebbe che da queste manifestazioni emergano leader carismatici, che siano capaci di creare una dinamica d’organizzazione sociale e politica su larga scala. Se non appare nessun leader incontestato nelle prossime settimane, i manifestanti finiranno per stancarsi e tornarsene a casa. La società algerina, molto tradizionalista, soffocata e divisa dal regime che la governa dall’indipendenza, non ha un’opposizione moderna, capace di condurre una rivoluzione nazionale. E’ un forte svantaggio. I partiti d’opposizione che esistono e che si reclamano parte della democrazia e della lotta democratica hanno appena qualche anno di vita e nessuna esperienza concreta di democrazia e lotta democratica. Si limitano alla sola critica del potere e non hanno a dir la verità nessuna rappresentatività nel popolo e nell’Algeria profonda. Al contrario, FLN e islamisti hanno una lunga esperienza, di guerra, clandestinità, agit-prop, di reti, di governo per quanto riguarda l’FLN.

  

E un'alternativa riformista tra la “religione di stato” di cui parlava prima e l’islamismo?
Questa terza via, democratica e riformista, non esiste in quanto corpo sociale organizzato, identificato. Ci sono individualità che militano in questo senso, ma sono impercettibili e distaccate dalla popolazione. Quello che accade oggi in Algeria potrebbe essere per loro un’opportunità per apparire alla luce del giorno e tentare di convincere il popolo a seguirle. Sarà molto difficile. L’Algeria è un paese musulmano molto conservatore nel quale l'islamismo è in progressiva crescita da almeno trent'anni. La crisi economica molto acuta che si staglia nel futuro, a causa dell’assottigliarsi della rendita petrolifera, renderà difficile se non impossibile la modernizzazione dei costumi politici e culturali. 

Rolla Scolari

Scrive per il Foglio dal 2003 soprattutto di medio oriente e Nordafrica, dove ha vissuto diversi anni e continua a viaggiare. Rolla è nata a Milano da padre italiano e madre egiziana di origini libanesi. Ha studiato in Italia, Francia e al Cairo.

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    11 Marzo 2019 - 17:05

    Le primavere arabe finiscono sempre in inverni islamici. Lo sapevamo ai tempi di Gheddafi e di Piazza Tahrir, lo sappiamo ora.

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