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Ironici e divertenti, irriverenti e poetici. Ecco gli slogan del dissenso algerino

Non manca la fantasia nelle manifestazioni contro il governo Bouteflika. I messaggi della protesta coinvolgono la politica internazionale, la storia moderna, la cultura pop, rivisitano i marchi globali. Un racconto per immagini

18 Marzo 2019 alle 15:53

Macron dégage”, Macron vattene. Non è uno slogan dei gilet gialli francesi scandito durante le manifestazioni dei mesi scorsi in Francia o gli scontri violenti delle ultime ore. È la scritta che compare su diversi cartelli fai da te durante le proteste pacifiche che da quattro settimane attraversano l’Algeria. Ironici e divertenti, fantasiosi e irriverenti, gli slogan del dissenso algerino parlano in arabo, francese e inglese, e coinvolgono la politica internazionale, la storia moderna, la cultura pop, rivisitano i marchi globali.

  

  

    

Non è un caso che la Francia, paese colonizzatore dell’Algeria fino al 1962, sia trai i protagonisti degli striscioni (poco lusinghieri) della piazza. I manifestanti accusano l’Eliseo di avere un atteggiamento attendista, e per aver velocemente salutato la transizione gestita dal regime il giorno in cui il presidente Abdelaziz Bouteflika ha annunciato di ritirarsi dal voto previsto il 18 aprile, cancellandolo. Così, la piazza scrive alla Francia e al suo leader: “È il popolo a scegliere, non la Francia”. “Macron, occupati dei gilet gialli, ti basta quello”, “Eliseo, stop"! Siamo nel 2019, non nel 1830”, anno della conquista francese dell’Algeria.

   

I messaggi della protesta non sono diretti soltanto a Parigi, ma ad altri attori internazionali, cui è chiesto di sostenere la rivolta algerina, senza però interferire negli eventi. “France, USA, Stay away!”, è uno dei cartelli apparsi a una delle tante marce studentesche di queste settimane in Algeria.

 

 

Un altro giovane manifestante ha mostrato invece alle telecamere un messaggio dai toni gentili: “Cari Stati Uniti ed Unione europea, grazie per l’interesse, ma è un affare di famiglia. Statene fuori. Non è un problema vostro”. Washington e Parigi, tra gli altri, guardano con diversi gradi di apprensione quanto avviene in Algeria. La preoccupazione, come scrive il think tank conservatore americano American Enterprise Institute, è legata al fatto che l’instabilità e un potenziale vuoto di potere potrebbero facilitare l’azione di gruppi islamisti e movimenti jihadisti come al Qaeda nel Maghreb. Per il Council on Foreign Relations, “l’instabilità in Algeria potrebbe toccare i partner regionali degli Stati Uniti, tra cui la Nigeria e paesi del sud dell’Europa, preoccupati dalle ricadute di potenziali attività terroristiche nel sud dell’Algeria e da un aumento delle migrazioni verso l’Europa dal nord”.

   

  

La piazza, per ora ancora apparentemente immune da dinamiche di partito o dall’influenza di gruppi politici e religiosi, continua a manifestare, e la forza dei propri slogan prende ispirazione direttamente dall’America: “No, you can’t” ribalta l’obamiano “Yes, we can”, mentre “We don’t need you”, con un dito puntato verso il lettore rovescia lo slogan dello storico manifesto di reclutamento dell’esercito americano: “We want you”. Fin dall’inizio delle proteste, inoltre, il movimento popolare ha incluso nei propri slogan, quelli urlati in manifestazione e quelli scritti su rudimentali striscioni o sui social media, la questione siriana. Nei primi giorni di proteste, la risposta di un regime in stato confusionale è stata quella di sollevare lo spettro del destino di quei paesi toccati nel 2011 dalle rivolte arabe, e finiti nel caos e nelle violenze: la Libia e la Siria. “L’Algeria non è la Siria”, gridano da allora in piazza.

   

  

Di internazionale nel dissenso algerino non c’è soltanto la politica. C’è anche molto branding rivisitato. Piace Netflix: “Neppure Netflix avrebbe potuto fare meglio”, è scritto su un semplice foglio di carta, con un pennarello nero, in riferimento alle marce-fiume organizzate ogni venerdì da quattro settimane ad Algeri e nelle città del paese. “Bou-Netflix-Ka, la quinta stagione è stata annullata”, annuncia un altro e più intricato cartellone della piazza, il cui slogan principale è stato “No a un quinto mandato” del presidente Bouteflika, fino a quando il presidente Bouteflika ha annunciato di non candidarsi, restando però a palazzo. In quel momento, la piazza non ha fatto altro che riassestarsi e correggersi: “No al prolungamento di un quarto mandato”. 

  

 

Musica, film e cultura pop accendono una sorta di competizione per gli slogan più originali. E visto che il 2019 è anche l’anno dell’Oscar a Bohemian Rhapsody, Freedie Mercury compare in strada ad Algeri accanto ai manifestanti, dipinto su uno striscione mentre canta: “We want to break free / We are the champions /No time for losers”. E ancora in un messaggio diretto al potere: “Algeria, The show must NOT go on”. C’è anche il rapper Eminem, con “Love the way you lie”, un ironico “amo il modo in cui menti”. E ci sono tanti film e i loro iconici protagonisti: dall’uomo d'azione Chuck Norris, diventato uno dei meme più famosi di internet, dalla pellicola di Bryan Singer “I soliti sospetti” e le foto segnaletiche di Bouteflika, fratelli e ministri.

  

 

Non poteva mancare la saga di “Guerre stellari”, con Yoda che ricorda come “la forza” sia “con il popolo algerino”, in cui irrompe un po’ di cultura culinaria algerina. In uno dei cartelloni della piazza più fotografati ed evocativi, Dart Fener invece della spada laser brandisce un cachir, la salsiccia di manzo o pollo diventata simbolo della corruzione del sistema e spesso portata in manifestazione dagli algerini: “Unisciti all’Impero, abbiamo del cashir. Sì alla Seconda Repubblica, no all’Impero”.

     

 

Sono chiamati in causa anche i grandi marchi, le icone tecnologiche o della moda dei nostri tempi, come Microsoft (“Il sistema ha riscontrato un problema, e ha bisogno di essere riavviato. Volete formattare il dispositivo? Sì, No, Forse”), Nokia (una fotografia di un cellulare Nokia anni Novanta, con la scritta “Questo telefono è più giovane dei tuoi mandati” ), Chanel (“Soltanto Chanel può fare il N. 5), e Marlboro (su un pacchetto di Marlboro rosse, il gioco di parole è in francese: “Vous êtes Mal Barré”, siete nei guai, il vostro sistema nuove gravemente alla nostra salute).

Rolla Scolari

Scrive per il Foglio dal 2003 soprattutto di medio oriente e Nordafrica, dove ha vissuto diversi anni e continua a viaggiare. Rolla è nata a Milano da padre italiano e madre egiziana di origini libanesi. Ha studiato in Italia, Francia e al Cairo.

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