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La vittoria finale del turpiloquio, non più solo accettato ma anche incoraggiato

L'impietoso referto di chi siamo quando parliamo. Un libro

20 Gennaio 2019 alle 06:14

La vittoria finale del turpiloquio, non più solo accettato ma anche incoraggiato

"Parto da una piccola provocazione". Ma poi parte da una grande stupidaggine. Quante volte vi è capitato di assistere al fallimento di un’opinione? Quante volte il vostro interlocutore ha deragliato a causa delle proprie stesse premesse, confidando in boutade scambiate per pensiero e paralogismi creduti ragionamento? “L’italiano”, scriveva nel gennaio del 1913 D. H. Lawrence in vacanza sul lago di Garda, “è come un bambino. Percepisce e ascolta senza capire”. Anche se stesso.

 

Con un piede nella linguistica e un altro nella contemporaneità, fedele alla propria natura di poliedrico che si rifiuta di suonare il disco rotto del mainstream e non si nega a un’analisi della realtà utilizzandone con profitto ogni sua manifestazione – dagli emoji per smartphone all’Hypnerotomachia Poliphili – il professor Massimo Arcangeli nel suo Sciacquati la bocca: parole, gesti e segni dalla pancia degli italiani si immerge nelle forme e nel difforme della lingua italiana e dei suoi segni. Mettendosi alla ricerca del rapporto più essenziale tra la nostra lingua e il mondo e conducendo una ricognizione compiutissima tra gesti offensivi, male parole e stereotipi culturali, ci consegna un referto impietoso di chi siamo quando parliamo, pensiamo o ci autorappresentiamo. Lo fa analizzando corsi e decorsi, frugando in antecedenti triviali per capire da dove provenga la trivialità che oggi ci caratterizza, non disdegnando il gioco e il gusto del puro aneddoto – anche in questo senso il libro è una continua strepitosa miniera, o forse più un banchetto crudele – sempre tenendo presente il canone di De Saussure: “Più studiamo la lingua più arriviamo a convincerci che nella lingua tutto è storia. Cioè che essa è oggetto di un’analisi storica e non astratta”. Storia, appunto. Perché alla fine il maggior pregio di questo studio, che forse non è sempre perfettamente proporzionato in ognuna delle sue parti, è la sua forza complessiva, la visione globale, quella capacità di tenere il presente come riferimento anche quando di presente non sta parlando, al punto che per il lettore, spesso, è inevitabile istituire riferimenti e correlazioni in proprio. Come quando, nel capitolo “Vai col corpo”, grazie a una lunga e dotta digressione sul dito medio – il tertius impudicus – e sul suo valore ingiurioso, si scopre che questo gesto supremamente volgare è anche supremamente antico, e che perfino il pittore Geofried Schalcken (1643-1706) in un autoritratto a lume di candela si ritrasse così, pare per citare il gesto di un giovanotto sullo sfondo di un proprio quadro precedente, il cui tema era una prova di castità: la figuretta comparirebbe a fare il gestaccio alle spalle di un medico che sta esaminando le urine di una giovane in lacrime. Il gesto era molto popolare anche ai tempi della Guerra dei Cent’anni: i medi erano sventolati a mo’ di scherno dagli arcieri di Enrico V che invitavano così gli avversari a venirseli a prendere – l’amputazione sarebbe stata particolarmente debilitante per chi avesse dovuto tendere un arco. Gesto diventato anche linguaggio politico: chi avesse voglia di documentarsi sulle occasioni (decine e decine) e sui destinatari (svariati) del gesto ossessivamente ripetuto da Umberto Bossi, si dovrà districare in una vera e propria selva di dati ed episodi – e si renderà conto di come Besozzo sia teatro importantissimo di questa sguaiata drammaturgia gestuale.

 

L’ultimo capitolo del saggio tratta proprio del rapporto tra la lingua e la politica, partendo dalla considerazione che, come mai in precedenza, la communis opinio sembra ormai disposta a concedere al turpiloquio le attenuanti generiche: codice onnipresente, il “becerese” è una lingua non solo generalmente accettata, ma auspicata e incoraggiata; da qui le numerose patenti di genuinità, autoattribuite sulla base dell’arcinoto “io parlo chiaro”, che poi è sempre un “io sono volgare, ho il coraggio di esserlo, e questo è un valore”. La riduzione all’osso di trafile argomentative giudicate noiose è la forza motrice di ogni semplificazione politica di successo – secondo l’autore siamo al nadir, dal punto di vista della qualità espressiva e dei contenuti – insieme al reiterato utilizzo di formule triviali (“marcire in galera”) capaci di offrire agli italiani-bambini ciò che da sempre essi desiderano: essere presi per mano dal loro condottiero, farsi forti nel trasgredire con lui e sentirsi spalleggiati mentre lo spalleggiano, sedotti dal fascino della facezia e incantati dalla magia del paralogismo; Beppe Grillo, inscrivendosi in un processo degenerativo già abbondantemente in corso (e non da ieri), ha poi definitivamente trasformato i consumatori in proseliti.

 

A completare il ritratto della nostra tragica resistenza alla razionalità, e giusto per non sconfessare Lawrence, lascia senza parole anche il bestiario elettorale. Ippocampi, asinelli, coccinelle, gabbiani, delfini, cavalli alati, farfalle, mucche, civette, cinghiali: i simboli presenti alla campagna elettorale del 2001.

Marco Archetti

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