Le devastazioni del politicamente corretto

Giuliano Ferrara

Come non si fanno i conti con la storia, anche in Francia e Germania. La paradossale prospettiva Johnson, che conosce bene Churchill, e un invito all’Opéra Bastille per Eric Zemmour

Cristoforo Colombo è partito, a quando Napoleone? Il politicamente corretto è davvero devastante. Con la scusante delle buone intenzioni ci ha dato Trump in successione a Obama, e forse ce ne darà una seconda versione, ci ha dato una dilagante ideologia illiberale in Europa, l’apogeo delle “democrazie illiberali” autoproclamate come tali e dei pieni poteri, e come si poteva ben prevedere il raccolto è di Putin, non solo da noi ma in Medio Oriente. Regge e non regge l’eccezione politica di Francia e Germania, ma anche lì si moltiplicano i casi di negazione della libertà di espressione, modello i safe space dei campus americani, ai quali seguiranno immancabilmente reazioni adeguate in cattivo stile, la scorrettezza brubru. Agacinski, femminista di sinistra, non può parlare all’Università di Bordeaux perché non è d’accordo con l’utero in affitto, omofobia o transfobia. Eric Zemmour non può provocare in tv, senza auspicate conseguenze giudiziarie e politiche, su un generale napoleonico e poi della Restaurazione (prima e seconda), il famoso Bugeaud, un tipo insolente e avventuroso e crudele che faceva la guerra esterna e interna, sparando per dovere di stato sui musulmani e anche sugli austriaci e gli spagnoli, se è per questo anche sui francesi in rivolta a Parigi. Era un tipaccio ribaldo e un simbolo del colonialismo, questo duca e militare, questo Bugeaud, ma si può chiedere correttezza decolonizzatrice e rispetto della Convenzione di Ginevra a un generale e maresciallo di Francia dell’Ottocento, che ha strade intitolate e monumenti a lui dedicati da Auguste Dumont? A quando la traslazione del criminale di guerra Bonaparte dagli Invalides? Come dice anche Finkielkraut, Zemmour non sempre serve con scrupolo la causa a cui si dedica, ma togliere la parola e portare in giudizio chi esercita un diritto elementare è dissennato, e anche peggio.


I conti con la storia sono impossibili al di fuori della storiografia, dovremmo averlo imparato. La condanna ideologica del passato e il bando a chi lo sfruculia bene o male è una soluzione sicura per demolire le libertà al presente, per mettere il pianeta, da salvare, per carità, nelle condizioni peggiori: una Terra che gira a vuoto tra un’intemerata e l’altra. La storia è tra l’altro un vasto panorama di vittime e carnefici, delitti e castighi, dovremmo averlo imparato da tempo, leggendo qualche riga, praticando il mondo difficile delle libertà civili, semplicemente vivendo. Eppure fino al botto si fa silenzio. Sono, siamo in pochi a accorgerci delle violazioni alla norma sostanziale e formale del diritto di critica, e alla fine lo perdiamo in favore di vie autoritarie, scalcagnate, fomentando la scorrettezza non come revulsivo, non come antiprovocazione e provocazione illuminante, ma come nebuloso orizzonte di conservazione e di reazione.


In questo quadro Boris Johnson è paradossalmente una speranza, e gli inglesi o britannici con lui. Nella Brexit bisogna rassegnarsi a vedere, dopo tanto e giustificato mugugno europeista, in specie se realizzata da un leader delle élite coltivate che abbraccia il populismo con intenzioni assurdamente ma acconciamente libertarie, una prospettiva, non solo una chiusura. Se l’Europa continentale dovesse continuare a fare il broncio alla libertà, chi non si involerebbe con i sudditi di Sua Maestà in un’avventura più cosmopolita che nazionalista?

 

Nella sua biografia di Churchill, a proposito di omofobia, BoJo racconta della reazione di questi a un rapporto imbarazzato: un membro del governo è stato trovato inginocchiato, presso una panchina di Hyde Park, sul grembo di una guardia. E Churchill: “A che ora?”. “Alle tre del mattino”. “Bè, di novembre, una bella resistenza al freddo per tutti e due”, è più o meno la risposta. Ecco. Se Zemmour se la tira per la storia del velo, che certo è importante per la laïcité ma comincia a stufare, dopo trent’anni, invece di metterlo a tacere bisogna invitarlo all’Opéra Bastille, dove giusto venerdì una strepitosa edizione Warlikowski-Luisi del “Don Carlo” di Verdi (Giuseppi Verdi) culminava in un’aria deliziosa della principessa di Eboli, cantata da una grandissima Anita Rachvelishvili: “Tessete i veli, vaghe donzelle. Mentr’è nei cieli l’astro maggior, ché sono i veli, al brillar delle stelle, sono i veli più cari all’amor”. Imbarazzo? No, applausi scroscianti.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.