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L’ecologismo conosce solo la “biodiversità” e ignora la natura

Alain Finkielkraut: "L'ambiente merita di meglio di Greta e delle pale eoliche. Non lasciamolo in mano ai ciarlatani"

9 Settembre 2019 alle 12:40

L’ecologismo conosce solo la “biodiversità” e ignora la natura

Greta Thunberg alla protesta contro i cambiamenti climatici fuori dalle Nazioni Unite (foto LaPresse)

"Come sottolinea il poeta e pensatore Octavio Paz, ogni società riposa su un nome, vera tavola di fondazione. Il nome divide il mondo in due: cristiani/pagani; musulmani/infedeli; noi e gli altri”, scrive Alain Finkielkraut. “Anche la nostra società divide il mondo in due: il moderno/l’antico. E’ la stessa cosa ed è molto differente. Siamo i primi che, invece di proporre un principio temporale diamo come ideale universale il tempo e i suoi cambiamenti. La nostra civiltà non è statica, ma storica. Essa parla al futuro. Essa guarda davanti a sé. Essa si concepisce non come essenza ma come divenire e come progetto: il progetto definito nel XVII secolo da Descartes e Bacon di farci signori e padroni della natura per vincere le sue fatalità e le miserie dell’umanità. Quest’impresa ha qualcosa di grandioso e, per quanto si possa essere critici, non si deve mai dimenticare l’omaggio che le viene reso in ‘Middlemarch’, il capolavoro romanzesco di George Eliot. Quel che c’è di sublime in quel lavorio è lo sforzo concertato perché la Terra non sia più una valle di lacrime. I benefici del progresso meritano la nostra gratitudine. Ma oggi la Terra chiede pietà e il cielo fa quel che vuole. Più le macchine sono performanti, più l’avvenire si fa cupo. Da conquistatore, il progresso diventa incontrollabile. Tutto funziona, e al contempo tutto va fuori controllo, tutto dipende dall’uomo, anche il meteo, e niente va come egli vuole.

 

Il 25 luglio scorso il giornale svizzero Le Temps titolava: ‘L’uomo ha creato un mostro climatico’. Il mondo ha già conosciuto, nel passato, dei fenomeni di riscaldamento o di raffreddamento, ma erano regionali – questo è globale, e nessun fattore naturale lo spiega. Le attività umane ne sono la causa. Con la loro volontà di appropriare la Creazione all’umanità, i tempi moderni s’erano piazzati sotto il segno di Prometeo, ma ora che creano dei mostri è la figura del dottor Frankenstein che viene alla mente, e alla folgore della minaccia l’ecologia, che per molto tempo è stata cosa di una cricca di esaltati, viene invitata nell’agenda politica della sinistra, della destra e del ‘tutte e due’. Anche i progressisti si danno da fare per riparare i danni del progresso.

 

Convertita all’ecologia, la scienza sarà un importante soccorso, ma perché la Terra resti abitabile non bisogna concederle il monopolio del vero. Le pale eoliche spuntano dappertutto come funghi – scrive Renaud Camus –. Niente è più disperante, per l’uomo, di queste pale ammazza-uccelli. Esse gli dicono che è circondato, che non ci sono più scappatoie per lui, non più assenza, non più trascendenza, non più altezze dove sono presenti gli dèi. Ed è proprio la sua specie che gli impone questa incarcerazione. […] Gli agenti di questo abominio pretendono di erigere queste sbarre di prigione se non per il bene dell’umanità e per salvare il pianeta, ma a che pro salvare il pianeta se lo scopo è farne una sinistra gattabuia?

 

Questo è il terribile paradosso del nostro tempo: quelli che vogliono preservare la vita sulla Terra militano per la proliferazione delle pale eoliche, laddove non vale la pena di vivere una vita all’ombra di questi mastodonti rombanti né per gli uomini né per le vacche. In questa guerra contro i nuovi mulini a vento, la lucidità sta dalla parte di don Chisciotte, e gli ecologisti sono i primi a beffarsi di lui. Ci si sbaglia, dunque, a denunciare il loro catastrofismo. Nell’ora dell’artificializzazione accelerata dei suoli, della demografia demente, dell’estensione indefinita delle periferie, della violenza dell’industria agro-alimentare, dell’agonia della foresta amazzonica, dell’innalzamento del livello mondiale delle acque e dell’espansione dei deserti, non si può considerare patologico lo spavento. Quando tutto sparisce, i momenti di sarcasmo contro l’incubo della caduta finale danno testimonianza di una stupefacente ‘sicumera tuttologica’. Quel che invece si può rimproverare alla politica ecologica è l’aggravare la devastazione proprio col metodo attraverso cui vi porta rimedio: ‘Siamo più vicini al sinistro di quanto lo sia l’allarme stesso’, diceva René Char. Ecco che, in più, quelli che devono dare l’allarme contribuiscono alla propagazione del sinistro che annunciano. E non si tratta soltanto delle pale eoliche. L’ecologia ufficiale non conosce più la natura, né il nome dei suoi abitanti, ma soltanto la ‘biodiversità’ o gli ‘ecosistemi’, e questo significa che la cura dell’essere si esprime ormai nella lingue dell’oblio dell’essere. Si trascura l’amore per i paesaggi per i problemi dell’ambiente. E non c’è tempo da perdere con la bellezza del mondo, quando il pianeta è in pericolo.

 

‘L’Essere è ciò che esige da noi creazione perché noi ne abbiamo esperienza’, scriveva Merleau-Ponty. Si potrebbe dire, mettendoci nella sua scia: la natura ha bisogno di poeti perché noi diventiamo sensibili a essa. Invece, tragedia invisibile, quelli che Francis Ponge chiama gli ‘ambasciatori del mondo muto’ sono scomparsi. Addio Virgilio, Ronsard, Wordsworth, Hölderlin, Ponge e Bonnefoy! Non ci sono più i poeti che ci aprano gli occhi e che diano forma alle nostra anime. Ed è Greta Thunberg a occupare il posto lasciato vacante. Quest’adolescente svedese ha avuto la geniale idea di uno sciopero settimanale degli studenti perché, dice, ‘faremo i nostri compiti quando voi farete i vostri’. Dall’Assemblea nazionale francese all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, gli adulti restano pietrificati, in tripudio davanti a lei. Invece di assumersi autorevolmente la responsabilità del mondo, presentano le loro scuse per aver rovinato tutto. Invece di operare per espandere il vocabolario dei bambini e affinare la loro visione, ascoltano religiosamente gli astratti riassunti della parola puerile. Non si preoccupano di dare, con la conoscenza dell’arte, una dimensione estetica all’ecologia. L’urgenza – conclude Finkielkraut – manda in vacanza la cultura e la rimpiazza con lo smistamento sommario dell’educazione dalla sensibilità. L’ecologia meritava di meglio”. 

*Quest'articolo è stato pubblicato il 26 agosto su Le Figaro

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