È “la fine del dominio maschile” secondo Marcel Gauchet

Giulio Meotti

Esonerato dal suo ruolo famigliare l'uomo moderno abbraccia la “controcultura dell’immaturità”

Roma. “L’avvenimento non è di poco conto… stiamo assistendo alla fine del dominio maschile”. Storico della democrazia moderna e docente all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, Marcel Gauchet apre così il suo libro “La fine del dominio maschile” uscito in La fine del dominio maschileper la rivista Débat (Gallimard) e in Italia in questi giorni per Vita e pensiero. Non è un’ode al machismo, ma l’analisi della fine del maschio che, secondo Gauchet, passa dall’esautorazione delle due strutture di base della società occidentale: religione e famiglia. Sulla prima, scrive Gauchet, “ci troviamo al processo di uscita dalla religione giunto al suo termine”. Già nel 1980, Gauchet fece scalpore spiegando che il cristianesimo sarebbe stata la religione dell’uscita dalla religione, almeno in Europa. Sulla famiglia scrive che “la famosa ‘cellula di base’ sulla quale si fondava l’esistenza collettiva è scomparsa”. La famiglia è stata privatizzata, affidata alla libera disposizione dei suoi membri, sgravandosi di ogni portata collettiva.

 

Gauchet parla di “nuova immaturità maschile” che deriva dall’avvento di una società ultra egualitaria in cui la differenza tra i sessi è offuscata e vige il “rapido liquefarsi della figura del padre”. Perché perdendo la chiave di volta del principio paterno, il dominio maschile ha perso il suo più solido punto di appoggio. “Un collasso che ci dà la misura della rapidità del processo, se si pensa che mezzo secolo fa l’idea era ancora credibile e verificabile”. Un collasso accolto con sollievo, come una liberazione, dagli stessi uomini, che così si sentono sollevati da un fardello, una responsabilità, e possono “infantilizzarsi”. Privato di peso nel mondo del lavoro, esonerato dal suo ruolo famigliare, sempre più estromesso anche dalla riproduzione, il maschio abbraccia la “controcultura dell’immaturità”. Gauchet parte dal presupposto che il dominio maschile non sia un istituto arcaico, chiuso, un relitto della cultura contadina, degenerata, cristiana e anacronistica, ma la sola istituzione che abbia dato continuità fisica e culturale all’occidente. La fine del maschio ha portato alla “sessualizzazione dell’identità”. Ieri la Bbc riportava la notizia che nelle scuole inglesi ai bambini delle elementari si spiega che ci possono essere “fino a cento forme di genere sessuale”. Ci vorrà ancora del tempo prima di liberarsene del tutto. “Un’organizzazione pratica e simbolica radicata nei millenni ci mette del tempo a svanire, dietro di sé lascia tracce e strascichi considerevoli, dà luogo qua e là a resistenze più o meno articolate”. Ma l’orizzonte è fissato. “Nel mondo occidentale si è ormai voltato pagina. Quello che è fondamentalmente cambiato è il modo in cui le società assicurano la loro traversata nel tempo. Non è certo un caso che le società europee abbiano un problema di natalità”.

 

E questo avrà conseguenze per tutti. “Una società esiste solo a partire dal momento in cui è in grado di assicurare la continuità della propria cultura e l’identità della propria organizzazione al di là dell’avvicendarsi dei suoi membri, che nascono e muoiono”. Tirato giù l’uomo dal suo piedistallo, al suo posto ci abbiamo messo i droits de l’hommisme, i diritti dell’uomo trasformati nei diritti del bambino viziato. Più che l’oppressione maschile, l’impressione è che sia stata demolita l’idea stessa di società. E su questo abbiamo tutti molto poco da festeggiare.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.