Greta va di moda

Fabiana Giacomotti

Alcune delle maggiori aziende del mondo nel settore del lusso firmano il Fashion pact per dire basta alla plastica, alle emissioni inquinanti, e riavvicinare la distribuzione ai centri produttivi. Domani la presentazione al G7

Al G7 che si apre domani a Biarritz si parlerà molto di moda, di ambiente, e del Fashion pact che, sotto la guida di Emmanuel Macron e di François Henri Pinault, tycoon del gruppo Kering, è stato siglato oggi da 32 delle maggiori aziende del mondo del settore del lusso, ma anche del lifestyle, dello sport e della distribuzione, e che verrà presentato ufficialmente domani. Ci sono Armani e Gucci, Prada, Ferragamo ed Hermès, Chanel e Versace, ma anche e per la prima volta Zara, a dire basta alla plastica, no alle emissioni inquinanti, e a riavvicinare anche la distribuzione ai centri produttivi. Per intenderci, i maglioni a 20 euro che ci piacciono tanto verranno prodotti in paesi più vicini a quelli dove li compriamo, a condizioni ambientali e lavorative più controllate. Ci costeranno di più, ne compreremo di meno, e sarà molto di guadagnato per tutti. Ci pavoneggeremo meno in giro con sacchetti e shopper griffate, perché vi sarà maggiore attenzione al riciclo, e forse ci liberemo di tutta quella velina che ci mette l’ansia ogni volta che scartiamo un maglione.

 

Mentre l’Amazzonia va a fuoco e il presidente del Brasile Bolsonaro fa lo spiritoso su Nerone, addebitando la colpa dell’aumento spaventoso degli incendi alternativamente a contadini o a leggende, la moda, secondo settore più inquinante al mondo dopo gli idrocarburi, si rivela però anche il primo a cercare di ribaltare i termini della questione, che si fa sempre più pressante anche per ragioni economiche e di valore di marchio. Zara, per esempio, come il suo omologo H&M che a sua volta ha firmato l’accordo, ha perso molto terreno nell’ultima classifica BrandZ: il marchio del gruppo Inditex è sceso dalla decima alla dodicesima posizione, con un crollo del 10 per cento di valore, a 22,6 miliardi di dollari, e ancora peggiori sono stati i risultati del marchio svedese, che ha perso addirittura il 39 per cento del proprio valore, sceso a 6,4 miliardi di dollari nel 2019, ed è indietreggiato di 15 posizioni in classifica, toccando la 37esima. Ma se il fast fashion è diventato motivo di imbarazzo e di dichiarata “preoccupazione” per gli stessi clienti che fino a pochi anni fa si vantavano di indossare le loro t shirt a dieci euro e le loro copie dell’alta moda, la stessa couture e pret-à-porter di alta gamma ha ritenuto fondamentale fare uno, anzi molti passi in più rispetto al piano di salvaguardia dell’ambiente che, pure, la Camera Nazionale della Moda aveva lanciato tre anni fa. Non a caso, come dice il presidente di Prada, Carlo Mazzi, “la nostra adesione al Fashion Pact è la naturale prosecuzione dell’impegno, in tema di sostenibilità, già da tempo profuso dal Gruppo Prada con iniziative in campo ecologico, culturale e sociale. L’attuale possibilità di condividere tali obiettivi con altre grandi aziende del settore costituisce una concreta speranza di poter ottenere un positivo risultato in un compito che nessuno da solo potrebbe assolvere”.

 

Considerando il numero di aziende ecosostenibili del tessile italiano, una per tutte la leader Aquafil di Arco di Trento, viene da domandarsi come siamo riusciti a lasciare alla Francia la gestione e il merito di questa iniziativa, che a quanto pare Macron aveva affidato a Pinault in previsione del G7 già lo scorso aprile, ma tant’è, guardiamo al lato positivo della questione e non ad altri dettagli, per esempio che dall'elenco sembra proprio mancare il gruppo arcirivale dei Pinault, LVMH di Arnault. Gli obiettivi del Fashion Pact, comunicati in via ufficiale in questi minuti, si basano sull’iniziativa Science-Based Target (SBT 1), che si focalizza su tre aree principali per la salvaguardia del pianeta: arrestare il riscaldamento globale (global warming), creando e implementando un piano d'azione per azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050, al fine di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1.5°C, tra adesso e il 2100. Ripristinare la biodiversità, raggiungendo gli obiettivi indicati dai parametri  stabiliti dall’iniziativa Science-Based Target, per ristabilire gli ecosistemi naturali e proteggere le specie. Proteggere gli oceani, riducendo l’impatto negativo del settore della moda sugli oceani stessi, mediante iniziative concrete, quali ad esempio la riduzione graduale della plastica monouso.

“Tali impegni”, dichiara il documento, “sono stati definiti affinché ogni azienda coinvolta se ne faccia carico e li sostenga con iniziative intersettoriali, insieme allo sviluppo di acceleratori di innovazione”. I primi firmatari sono: Adidas, Bestseller, Burberry, Capri Holdings (cioè Versace); Carrefour, Chanel, Ermenegildo Zegna, Everybody&Everyone, la piattaforma Fashion3, Fung Group, Galéries Lafayette, Gap, Giorgio Armani, H&M Group, Hermès, Inditex-Zara, Karl Lagerfeld, Kering, La Redoute, Matchesfashion.com, Moncler, Nike, Nordstrom, Prada Group, Puma, Pvh corp, Ralph Lauren, Ruyi, Salvatore Ferragamo, Selfridges Group, Stella mcCartney, Taprestry. 

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