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Illusione Crimea. Quella del “trionfo di Putin” nel 2014 è diversa da quella reale di oggi

La transizione è fallita. Cinque anni dopo l’annessione l’economia va a rotoli e c’è chi tiene il passaporto ucraino in tasca

4 Settembre 2019 alle 06:00

Illusione Crimea. Quella del “trionfo di Putin” nel 2014 è diversa da quella reale di oggi

Automobilisti sfilano con le loro auto decorate da bandiere per celebrare il quinto anniversario dell'annessione della Crimea alla Russia. Sebastopoli il 16 marzo 2019

Roma. Ci sono due Crimee, quella a est del ponte che collega la penisola a Krasnodar e quella a ovest. Quella immaginata e quella vera. Quando il 16 marzo del 2014 la Russia, con un referendum illegale, decise di annettere la penisola che fino a quel momento era stata Ucraina, ci si soffermò molto sull’improvviso aumento della popolarità di Putin. In quel periodo i sondaggi lo davano all’82 per cento, tanto che gli analisti parlavano di un “effetto Crimea”. Ci si soffermò su quello che accadeva oltre la Crimea, nel Donbass, con la guerra tra separatisti filorussi e l’esercito regolare di Kiev, una guerra che dura ancora e in cui si scontrano anche nazionalisti ucraini e guerrieri mercenari mandati dalla Russia. Ci si concentrò su quello che sarebbe successo con l’arrivo dell’europeista Petro Poroshenko alla Rada, il Parlamento di Kiev, sulle sanzioni, sull’Europa dell’est che sentiva, di nuovo, troppo vicino il vento di Mosca. Gli aspetti da considerare erano e sono molti, ma da tutto questo rimase un po’ fuori la Crimea. Che cosa stesse accadendo nella penisola che improvvisamente dopo sessant’anni si ritrovava di nuovo a essere russa sembrava importare poco. La zona è diventata la regione russa alla quale il Cremlino ha dedicato più cure, la costruzione del ponte, rapida e imponente, aveva l’obiettivo di sviluppare i traffici e i commerci della penisola con il resto della nazione. Ha anche ricevuto grandi iniezioni di denaro da parte di Mosca, 13 miliardi di dollari destinati all’economia locale dal 2015 al 2022. Soltanto il ponte è costato 3,7 miliardi e la Crimea è una scommessa che Putin sta iniziando a pagare soltanto ora, mentre i sondaggi, sempre piuttosto alti, iniziano a scendere sotto al 50 per cento.

   

L’annessione non è stata un trionfo, per nessuno. Non soffre soltanto Putin nei sondaggi, non soffre soltanto la terraferma, soffre anche la Crimea che nonostante i sussidi non riesce a risolvere i suoi problemi economici. Tra le categorie più colpite c’è quella di chi aveva un’attività, terreni, proprietà, immobili che sono stati confiscati dopo l’annessione. Nel 2014 il Cremlino aveva garantito che le licenze commerciali che erano state rilasciate da Kiev sarebbero state valide anche per Mosca ma gli amministratori della penisola hanno deciso diversamente e i ricorsi e le lamentele degli abitanti della Crimea, presentati alla Corte suprema di Mosca, sono stati sempre ignorati. L’agenzia russa di informazione Rosbalt riporta che le persone colpite dalle confische sono circa duecentomila, il 15 per cento della popolazione della penisola. A fornire i dati è stato Zhan Zapruta, avvocato difensore delle persone colpite dalle confische.

  

Tra i beni sequestrati dalle autorità locali alcuni appartengono a società statali ucraine, altri a oligarchi e società sia di privati con nazionalità ucraina sia di privati che poi hanno acquisito la nazionalità russa. Aziende, ma anche negozi, panifici, stazioni di rifornimento, il patrimonio confiscato comprende un po’ di tutto e ha generato un blocco della produzione e anche dell’occupazione nella penisola. I miliardari, tra i quali Igor Kolomoisky, l’oligarca che sarebbe dietro al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, hanno potuto presentare ricorso in tribunali internazionali, ma i piccoli imprenditori, rimasti in Crimea e ora di nazionalità russa, si sono rivolti soltanto alla giustizia russa, senza ottenere nessuna tutela. Il 21 marzo del 2014, la Russia stabilì le condizioni che regolavano l’annessione della Crimea e riconosceva la validità di tutti i documenti rilasciati da Kiev: certificati di nascita, titoli, proprietà. Tutto quello che era ucraino sarebbe diventato russo, ma così non è stato e l’amministrazione locale ha deciso, in modo arbitrario, di espropriare, sequestrare le attività e, secondo l’agenzia Rosbalt, c’è stato anche il tentativo di venderle a terzi.

  

Nel progetto Crimea ci avevano creduto russi e crimeani, l’Ucraina viveva e continua a vivere, un periodo instabile economicamente e molti abitanti della penisola avevano sperato che diventare russi sarebbe stato un bene. Tuttavia non tutti hanno rinunciato al passaporto ucraino, che rispetto al russo garantisce la possibilità di viaggiare in Europa senza un visto, sempre meglio averne due di nazionalità, visto che sotto Mosca non si sta poi così bene.

Micol Flammini

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