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A caccia di Jaromir Jagr, trenta metri sopra Calgary

La traversata della Trans-Canada Highway 1 per inseguire un mito dell’hockey diventa l’occasione per scoprire un amico: io e Virgil sospesi sulla “Catwalk”

25 Agosto 2019 alle 06:07

A caccia di Jaromir Jagr, trenta metri sopra Calgary

Foto tratta dalla pagina Facebook di Jaromir Jagr

Per questa estate abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Abbiamo già pubblicato: “Un rave per Lisbona” di Vanni Santoni (il 10 luglio), “Danzare, forse, volare via” di Antonella Lattanzi (il 16 luglio), “Nudo sulla mia Saab” di Aurelio Picca (il 23 luglio), "L'India dei miei sospiri" di Gaia Manzini (il 28 luglio), "Giro del mondo in prima classe" di Giacomo Papi (il 30 luglio), "La Grecia vista dal Babilonia" di Ilaria Macchia (il 4 agosto), "Fuga all’Avana" di Marco Archetti (il 7 agosto), “L’impostore di Reykjavík” di Claudio Giunta (10 agosto), "In fondo alla Crimea" di Corrado Beldì (il 14 agosto), "Sulle tracce della Madonna" di Camillo Langone.

  


  

Al ricevimento nella Casa del presidente, Scott Stossel, il direttore dell’Atlantic, dedica la parte centrale del suo breve discorso al programma di giornalismo investigativo di cui faccio parte. Dice che alcuni colleghi sono arrivati lì, al centro per artisti di Banff, nell’omonimo parco naturale nello stato dell’Alberta, Canada, da molto lontano. Durante questo passaggio dirige per un momento lo sguardo, seguito subito da altre persone, verso di me, unico rappresentante della vecchia Europa nella stanza e soprattutto faro di autentica e sincera ineleganza in mezzo a una platea di abbienti canadesi in giacca e cravatta. Le Adidas che indosso sono aggravate dall’italianità del mio inglese, un accento che innalza tragicamente le aspettative in fatto di abbigliamento, privandomi senza appello di quel salvacondotto che una diversità culturale meno specifica mi avrebbe offerto. Non sarebbe stato male, ad esempio, provenire da una tribù di pescatori polinesiani usi a vestirsi di soli tatuaggi. Invece niente, decenni e decenni d’italiani in grisaglia mi spogliano dello scudo di ogni correttezza politica, il che in Canada è una condizione non facile da raggiungere, ma non mettete limite al talento. Il peccato originale è stato quello di prendere troppo sul serio il paragrafo sul dress code contenuto all’interno delle dettagliatissime informazioni pre-arrivo inviate via mail dal centro, una sorta di manuale di comportamento per ogni esigenza/complicazione/interazione possibile durante la permanenza in Canada. Un malloppo in grado di coprire ogni aspetto dello scibile umano, dai corsi di yoga che si tengono nella grande palestra con annessa piscina, ai numeri della consulenza psicologica qualora uno si ritrovasse ad avere bisogno di un analista durante la permanenza. E questo zibaldone della vita artistica assistita canadese è stato molto chiaro, quasi perentorio: “Abbigliamento informale”, diceva, e così, fiducioso nella proverbiale affidabilità anglosassone e timoroso di fare la figura del primitivo rimasto bloccato nell’austero canone estetico del Novecento, sono partito da Fiumicino con ai piedi delle Stan Smith e in valigia solo degli scarponi da montagna. Sono anche l’unico del mio programma al ricevimento, perché via mail mi è stato chiesto se per caso non mi andava di incontrare i Green, l’anziana coppia di mecenati che nello specifico aveva finanziato la mia permanenza quassù. Così mi sono ritrovato a deflettere gli sguardi dalle scarpe e dal maglione da Fantozzi in gita in val Gardena e a pensare a una tattica di smarcamento rapido e indolore per arrivare a Calgary entro le 20 di questa sera, pena fallimento dell’operazione che ho pazientemente organizzato da ben prima di atterrare in terra canadese. Alle 18.05, grazie a un indegno passo del granchio indifferente, sono fuori dalla Casa del presidente, diretto verso Virgil – il mio braccio destro recentemente nominato all’interno de “l’operazione” – che ha già tirato fuori il truck dal parcheggio. Virgil è un canadese cinquantenne abbastanza idealtipico, alto più di un metro e novanta, piazzato sia di spalle che di pancia, barba lunga e occhialini tondi, assomiglia vagamente ad un orso hippie. Nato in Canada, è cresciuto in Texas con dieci fra fratelli e sorelle, il che lo ha reso espertissimo di giochi di società e di carte e pronto a organizzare feste di stampo famigliare-scoutistico a ogni occasione. Dopo 48 ore, per esempio, si era già procurato le chiavi della cantina della palazzina dove alloggiavamo e andava in giro a dire che dentro c’era un tavolo enorme, veramente enorme, un tavolo talmente grande che bisognava assolutamente trovare un gioco da fare tutti assieme su quella sterminata superficie di legno. Virgil non è solo un giornalista d’inchiesta; in Canada, dove è tornato a vivere, è noto anche come whistleblower per una vicenda riguardante la gestione dei fondi della Croce Rossa canadese durante la ricostruzione dopo lo tsunami in Indonesia, un’operazione a cui aveva partecipato direttamente come delegato della ong. Si tratta di un affare enorme, diversi miliardi di dollari, soldi che, ha sostenuto in un documentario realizzato dopo essere fuoriuscito dall’organizzazione, sono in larga parte scomparsi sui conti di contractor privi di scrupoli che per realizzare i lavori avrebbero poi usato della forza lavoro ridotta in schiavitù. Tutti i protagonisti del programma di giornalismo investigativo lì a Banff erano autori di storie forti, ognuno aveva documentato la sua dose d’ingiustizie, di assurdità, d’inefficienze, qualcuno aveva coperto anche morti sospette, brutalità poliziesche, soprattutto. Dal canto mio, la storia che avevo portato era quella della surreale malagestione dell’epidemia di Xylella, una vicenda che non conteneva violenze ma aveva gli originali toni – almeno a queste latitudini – della commedia dell’assurdo delle vicende italiane. Rispetto a quelli di tutti gli altri, la storia di Virgil era oggettivamente di un’altra magnitudo, eppure non c’era stato un singolo momento in cui l’avesse fatto pesare. Tre o quattro giorni prima del ricevimento alla Casa del presidente l’avevo intercettato sulle scale e trascinato al bar, determinato a insegnargli il concetto di aperitivo. Sembra una cosa semplice, ma in realtà non è un’idea facilissima da comunicare a un canadese che, come la maggior parte dei canadesi, è abituato a cenare alle 5. 30 di pomeriggio. Per lo scambio culturale avevo scelto il MacLab, il bar più riuscito del centro, un locale con un arredamento minimale che ammicca agli anni Sessanta e un’ampia vetrata sulla valle da cui era facile vedere passeggiare a poca distanza dei cerbiatti o degli alci – per inciso gli alci sono enormi, la mia misurazione personale di un grosso esemplare è circa 2/3 di un elefante del Bioparco di Roma. Mentre mi prodigavo in spiegazioni tecniche (no, non puoi mangiare adesso, è proprio questo il punto. Sì, lo so che sono le 6) una delle almeno tre televisioni che trasmettevano sport a qualsiasi ora del giorno come in un qualsiasi altro bar del Nordamerica, aveva mandato in onda una gigantesca rissa fra i giocatori di due squadre di baseball. Il mio commento era stato: “Finalmente il baseball è interessante” e Virgil aveva riso. Si può dire che in quel momento abbiamo incominciato a diventare amici. In generale Virgil parla con un’affascinante combinazione di estrema tranquillità ed estremo acume, un tono di voce spia di un carattere che sembra mantenere a distanza di sicurezza sia la cupa disperazione sia l’entusiasmo automatico. Sarebbero tratti interessanti di per sé ma diventano notevoli in una persona che alla fine dei conti è pur sempre un idealista, uno che per approfondire le ricerche in Indonesia sulla vicenda della ong, non disponendo di ricchezze famigliari, si è ipotecato la casa. Come cittadino del paese della retorica non ero del tutto preparato a incontrare una persona di quel tipo. Ogni volta che sento storie estreme di giornalisti freelance in Italia mi torna in mente un’intervista a una giovane auto-inviatasi a sue spese in zone di guerra che diceva sostanzialmente che sì, era una vitaccia, spendeva più di quello che guadagnava, vedeva morire un sacco di gente, ma almeno era sempre lei quella con le storie migliori da raccontare alle cene con gli amici. Insomma, Virgil era per me un animale nuovo. L’operazione, dicevamo. Le peculiarità del mio essere italiano non si limitano a un’incapacità di indossare vestiti cerimoniali che assume talvolta i toni del fato ineluttabile; c’è da aggiungere che provengo dall’unica città del paese, Bolzano, dove lo sport cittadino è l’hockey su ghiaccio, forse il meno italiano degli sport di squadra, di certo però il più canadese. Negli anni 80 e 90 nel glorioso Hockey Club Bolzano (Hcb) sono transitati molti giocatori provenienti dall’Nhl, il principale campionato del mondo, la lega che unisce le migliori squadre statunitensi e canadesi. In quell’epoca al notevole dislivello tecnico fra hockey nostrano e hockey nord americano non corrispondeva, come succede ora, un uguale dislivello finanziario, gli stipendi per gli sportivi americani non erano ancora plurimilionari e al tempo stesso per l’economia italiana quelli erano anni rampanti. Questa combinazione favorevole permetteva alle società più importanti di schierare giocatori prelevati dai campionati russi o scandinavi e di fare qualche saltuaria pazzia come, appunto, mettere sotto contratto dei giocatori Nhl di prima fila. Il colpo più grande fu quello con cui l’Hcb a fine novembre del 1994 riuscì a portare a Bolzano il ceco Jaromir Jagr, che a oggi è considerato uno dei migliori tre, o al massimo cinque hockeisti di tutti i tempi. Jagr allora era giovanissimo, ma aveva già alle sue spalle quattro stagioni con i Pittsburgh Penguins e due Stanley Cup vinte da protagonista assoluto. Cambiando sport era grossomodo come se non dico Micheal Jordan, ma almeno Kobe Bryant fosse venuto a giocare alla Fortitudo Bologna. Per provare a capire davvero l’evento nella sua portata, bisogna anche considerare il periodo storico e le sue differenze rispetto a oggi, in primis il fatto che internet non aveva alcuna diffusione e quindi ottenere delle informazioni dettagliate sugli sport professionistici americani era molto più difficile rispetto a oggi. Il principio secondo il quale il mistero è alla base della percezione di soprannaturalità vale anche per i giocatori di hockey. Jaromir non tradì le aspettative, fece 16 punti, equamente divisi in 8 goal e 8 assist in 6 partite e il Bolzano finì per vincere la più importante coppa europea della sua storia: il torneo Sei Nazioni. Quando mostro a Virgil un goal di Jagr con la maglia del Bolzano su YouTube lui alza le sopracciglia, stupito. “Tutta quella gente per una partita di hockey in Italia?”.

 

“Sì, ma aspetta. Sono passati 23 anni e Jagr gioca ancora. Ha 45 anni e lo scorso anno è stato ancora uno dei migliori giocatori al mondo. E sai dove gioca quest’anno? A Calgary. Ho un accredito stampa per la partita di sabato, se ti va provo ad aggiungerti”. Essendo cresciuto in Texas, Virgil preferisce il baseball all’hockey, ma ha comunque sentito parlare di Jagr. Era stato lui per primo a propormi di andare a vedere una partita delle Minor Leagues, in ottica “esperienza canadese”, offrendomi così la possibilità di un rilancio che sapevo essere abbastanza spettacolare. E’ così che io e il mio fixer (serviva una scusa, per quanto improbabile) ci ritroviamo sulla Trans-Canada Highway 1. Non sono riuscito a ottenere un’intervista ufficiale perché quella sera Jagr ha già un appuntamento con la principale trasmissione canadese di hockey, ma in qualche modo ci proveremo lo stesso, non si sa mai. Riempio la mia tazza di tè con un po’ di vino neozelandese insapore, sto per fare lo stesso per Virgil, ma lui alza la mano. Serafico come sempre, spiega che in Canada è illegale anche solo avere delle bottiglie aperte in macchina. Non sembra che la cosa per lui sia un problema, lo dice più a carattere informativo, ma decido comunque di nascondere la bottiglia sotto il sedile. La Trans-Canada Highway 1 è una lunga striscia di asfalto che costeggia milioni e milioni di conifere, incessanti montagne e qualche lago. La ganascia sugli alcolici ha fatto passare un po’ in secondo piano la partita e ci sono due ore di strada da riempire, per cui ci raccontiamo un po’ di storie personali. Virgil parla e la strada dritta e ormai buia di fronte a noi si riempie di immagini. Vedo un giovane Virgil che lascia la sua famiglia per via del pessimo rapporto con un padre autoritario e violento. Dal Texas arriva a Città del Messico, è spiantato e senza un soldo. Gira per l’enorme città cercando un lavoro, ma parla pochissimo spagnolo e non trova quasi niente. Il problema più grosso, dice ora, era la fame, non sapevo cosa e se avrei mangiato la sera ed era una sensazione orribile. Alla fine riesce a trovare lavoro come insegnante di inglese e passa tutto il tempo in cui non lavora dentro alla biblioteca dell’ambasciata americana. Un giorno un ragazzo messicano gli chiede un favore: vorrebbe andare a studiare in Canada ma ha bisogno di qualcuno che gli dia una mano con la burocrazia e con la scelta della scuola. Virgil va all’ambasciata, parla con alcuni impiegati e scopre che non c’è nessuno che si occupa di questo tipo di trafila e ha un’intuizione. Con un amico mette in piedi una società e in poco tempo crea una rete che connette il Messico con 300 scuole superiori e università del Canada, tanto che l’ambasciata incomincia a indirizzare le persone da loro. Per la prima volta nella vita le cose incominciano ad andargli a gonfie vele. Vive in un quartiere molto bello di Città del Messico, ha imparato lo spagnolo, è felice. Ha anche un gruppo di amici con cui gioca a basket, in un campetto poco lontano da casa. Senonché, un giorno, nella lotta a rimbalzo tira una gomitata involontaria alla persona sbagliata. Chiede subito scusa ma quello per tutta risposta lo colpisce alle spalle procurandogli una grave lesione cerebrale. Per curarsi torna negli Stati Uniti e poi in Canada, la degenza dura diversi mesi e nel frattempo il suo socio trova il modo di sottrargli l’azienda. Quando è di nuovo in grado di lavorare, ormai non ha più niente: il suo socio ha fatto le cose per bene. Virgil finisce così a dormire nella cantina di un amico e torna al lavoro che aveva da ragazzo: operaio in una squadra che si occupa della manutenzione dei tetti, in Canada. Se non che questa volta lo fanno ripartire dal gradino più basso, è il tuttofare, il grado più infimo di una squadra di operai. “La mattina mi svegliavo e mi veniva da piangere. Avevo avuto una società mia, della gente che lavorava per me, e ora mi ritrovavo a spazzare per terra. La sera tornavo nella cantina e piangevo di nuovo”. Però proprio da quel Messico dove ha avuto e perso tutto arriva un’email di un amico con cui aveva condiviso la casa. E’ la proposta di collaborazione a un progetto umanitario per la ricostruzione dopo l’uragano Mitch in Centramerica. Virgil accetta e anche grazie a questa esperienza arriverà tempo dopo a lavorare per la Croce Rossa. Per anni le cose vanno bene, questo lavoro per Virgil è anche meglio di quello che aveva a Città del Messico, per la seconda volta nella sua vita, è felice, realizzato. Per loro segue dei progetti nelle Americhe e poi, in seguito allo tsunami, parte per l’Indonesia. Ed è a quel punto, sostiene, che scopre le malversazioni dei contractor. Si confronta più volte con i suoi superiori, che prima lo ignorano poi ingaggiano una società terza per verificare le sue informazioni. La società di consulenza produce un report che però non viene reso pubblico nella sua interezza. Virgil allora rifiuta una promozione, si dimette e incomincia a lavorare da solo alla ricostruzione della vicenda. Ha già realizzato un documentario per la tv canadese e ora sta lavorando a un libro sulla vicenda, le accuse però sono enormi e dettagliarle in maniera inequivocabile è un processo lungo e costoso. A uno scrittore capita continuamente di incontrare persone che dicono: “Dovresti scrivere la storia della mia vita, è incredibile”. E’ bene sapere che normalmente non lo è mai. La storia di Virgil invece è una bella storia e a occhio mi sembra un libro che leggerei volentieri. Così gli dico che secondo me il libro a cui sta lavorando “non dovrebbe limitarsi alla vicenda dell’Indonesia. Dovresti scrivere tutta la storia, a partire dal Messico, anzi a partire da quando te ne sei andato di casa”. Virgil non ne è convinto, per lui la vicenda degli indonesiani è il centro di tutto, ha un approccio da giornalista investigativo, non da scrittore. Mi colpisce la sua capacità di attraversare due momenti così duri e non solo sopravvivere, ma essere ancora qua e con una certa dose di entusiasmo e correttezza. La mancanza assoluta e ininterrotta di prospettive se non altro può cullarsi nel caldo abbraccio della rabbia e del risentimento contro le regole del gioco, ma perdere qualcosa dopo averla avuta, quello è tutto un altro paio di maniche. Al metal detector dello stadio, Virgil prova a sdoganare il coltellaccio da boscaiolo che porta sempre con sé, fortunatamente invano. Ci ritroviamo a meno di 5 metri dal ghiaccio, dietro la porta dei Flames, nel corridoio che porta i giocatori sul campo, accanto a un intervistatore della tv e alle cheer leader con i pattini che a ogni pausa entrano a pulire il ghiaccio con grosse scope bianche. Mi accorgo che Jaromir Jagr è a pochi metri da me, una distanza innaturale a cui vedere una stella dello sport, un idolo della propria infanzia. Secondo uno studio sui big data di Seth Stephens Davidowitz, la fascia demografica più popolosa fra i tifosi è inevitabilmente quella di chi aveva fra i cinque e i quindici anni di età quando la squadra otteneva ottimi risultati. Quando Jagr venne a Bolzano, in una squadra che già di per sé era una corazzata, io avevo dodici anni, e i numeri dicono chiaramente che si tratta di qualcosa di vicino a una condanna a vita. Al periodo in cui viene instillato il virus segue spesso un lungo periodo di latenza, nel mio caso agevolato dalle vicende molto specifiche, e molto deprimenti, legate al declino dell’hockey italiano. Di certo, scoprire dopo anni che non solo quella meteora di Jagr era ancora in attività, ma anche che giocava ad alti livelli era stato sorprendente. Nella Nhl attuale la maggioranza dei giocatori (il 53 per cento) è nata dopo il suo esordio fra i professionisti, datato 5 ottobre 1990. Un suo attuale compagno di linea e stella dei Flames, Sehan Moahanan, è uno di questi, ed è cresciuto con un poster di Jagr appeso in cameretta, poster che, ha confessato, si trova ancora lì, nella casa dei suoi genitori. Nel periodo in cui non ero stato collegato, Jagr aveva vinto, oltre alle due Stanley Cup, anche due mondiali, un oro olimpico (giocando con un mignolo fratturato), un trofeo di Mvp dell’Nhl e 5 volte il titolo di miglior cannoniere, solo per citare alcuni dei riconoscimenti. La vittoria olimpica aveva fruttato ai giocatori anche un’opera teatrale dedicata alle gesta della squadra e messa in scena con tutti gli onori dal Teatro nazionale di Praga. Tutti traguardi che spiegano l’enorme rispetto di cui gode Jagr fra i giocatori di hockey di tutto il mondo e il fatto che quando, verso i 70-75 anni, deciderà finalmente di ritirarsi in molti lo indicano come futuro presidente della Repubblica Ceca. Personalmente lo avevo ritrovato ultraquarantenne e in forza ai Florida Panthers, con una differenza sostanziale: aveva perso l’agghiacciante, ma proverbiale, mullet, la coda di capelli che usciva dal caschetto e che assieme a delle terribili camicie di jeans e pantaloni portati quasi sotto le ascelle, creava un look che era un mix mortale di Europa comunista dell’est e orgoglio redneck americano. Ora invece sembrava un occidentale di bell’aspetto, senza dubbio si trattava di una di quelle persone di cui si può dire che invecchiando migliorano. I risultati sportivi, per quanto fondamentali, non sono però l’unico motivo per cui Jagr è così amato sia dai colleghi sia dai tifosi. Basta fare un giro su YouTube e guardare i commenti, il territorio a più alto concentrato di odio della contemporaneità, per accorgersi di quanto sia difficile trovare qualcuno a cui Jagr stia antipatico. Non è impossibile, perché internet è la casa dei frustrati di tutto il mondo, ma è davvero difficile. Un po’ è per via della storia che Jagr si porta dietro. E’ figlio del proprietario di una piccola fattoria che aveva le idee chiare sulle prospettive per la sua progenie sotto il regime comunista, secondo lui le vie per una vita al di fuori della miseria erano soltanto due: diventare dei cantanti famosi o degli sportivi e Jaromir non doveva avere una bella voce. Per cui lo mette sui pattini giovanissimo e lo manda letteralmente di corsa (o talvolta in bici) a giocare in città. Dall’età di 7 anni lo obbliga a fare 1.000 step al giorno, in un periodo in cui anche gli allenamenti degli atleti adulti erano più incentrati sul gioco che sulla mera preparazione fisica. Da lì in poi, Jaromir esplode e non smetterà mai di mettere il condizionamento fisico al centro della sua identità di atleta. Ci sono numerose testimonianze di compagni di squadre Nhl che rimangono scioccati quando, di ritorno da una trasferta a notte fonda, Jagr invece che andarsene a casa a dormire, tira fuori la sua copia di chiavi dello stadio (Jagr a quanto pare ha sempre in tasca le chiavi di un palazzetto da ventimila posti) e va ad allenarsi da solo. La sua etica del lavoro diventa epica quasi quanto le sue origini modeste e questo naturalmente piace agli americani, così come gli piace scoprire che quando giovanissimo sbarca a Pittsburgh non parla una parola d’inglese ma ha una foto nel portafoglio di Ronald Reagan. Forse questo particolare crea meno empatia con un lettore europeo ma bisogna considerare che Jaromir ha assaggiato in prima persona il gusto pieno del socialismo reale e ha perso entrambi i nonni durante la primavera di Praga, per questo gioca da sempre con il numero 68 sulla schiena. Jagr piace agli americani anche perché, da quasi trent’anni, ripete che sì, per carità, allenarsi è duro ma non è niente rispetto ad alzarsi alle 5 di mattina per andare a lavorare in campagna; in più per giocare a hockey gli danno un sacco di soldi. In effetti solo di ingaggi, escluse le sponsorizzazioni, Jagr ha incassato a oggi più di 100 milioni di dollari. Dietro l’allenamento ossessivo non c’è solo riconoscenza per l’occasione, è altamente improbabile che un sentimento del genere duri per tutto questo tempo. Il punto è un altro e Jaromir l’ha spiegato più volte: odia fare la figura del fesso, per cui quando scende in campo deve essere preparato. Come tutti i grandi campioni dello sport è competitivo fino all’ossessione. In più, ha spiegato in un’intervista, ha una passione per i muffin al cioccolato, ne mangia 7-8 al giorno e quindi se si fermasse anche solo ventiquattro ore ingrasserebbe immediatamente. Oltre alle pubblicità e al burro di arachidi con il suo nome prodotto una quindicina di anni fa, sono famose una serie di gag autoironiche degli ultimi anni, tutte incentrate sulla sua età. La mia preferita è una sequenza di interviste in cui viene chiesto a diversi hockeisti chi è il giocatore che li ha influenzati maggiormente. Quando tocca a Jagr risponde che il giocatore che lo ha influenzato di più quando era bambino è stato… Jaromir Jagr. Si sente chiaramente la crew delle riprese che scoppia a ridere. Sulla soglia dei 40 anni, comunque, Jagr si trova al limite alto, anzi altissimo, di età per un giocatore di hockey professionista, da lì in poi alla sua leggenda si aggiungerà la caratteristica di una longevità con pochi precedenti (uno è il portiere Domink Hasek, compagno di squadra di Jagr alle olimpiadi di Nagano e ritiratosi a 46 anni); così come è raro un tale amore per il gioco, visto che i suoi stipendi, con l’avanzare del tempo, non vanno certo aumentando. Non molto tempo fa è stato al centro di un piccolo scandalo in Repubblica Ceca, l’intera vicenda in realtà era diventata un meme online perché, nella prima versione dei fatti, Jagr sembrava essersi comportato come un vero badass. Mi spiego meglio. Durante la pausa estiva del campionato, Jagr torna come sempre in Repubblica Ceca e va a letto con una giovane modella sua connazionale. La ragazza non resiste e, mentre la sua “preda” dorme, scatta un selfie con lei in primo piano e sullo sfondo l’hockeista addormentato. Secondo la prima versione dei fatti, quella riportata dalla maggior parte dei media occidentali che si sono occupati della vicenda, la ragazza chiede dei soldi a Jagr per non pubblicare l’immagine sui social e lui le risponde: “Scusami, pubblica pure, non vedo il problema”. Quando la notizia esce, un sacco di gente in Repubblica Ceca, e non solo, incomincia a farsi foto a letto con le persone/gli oggetti/gli animali più improbabili che riesce a reperire e a pubblicarle sui social: l’intera vicenda diventa cioè un meme. C’è di più, viene fuori che la ragazza è fidanzata con il capitano della Nazionale ceca di hockey under 21, il quale, neanche a dirlo, ha come idolo assoluto proprio Jagr. Secondo alcuni media cechi, invece, la foto avrebbe incominciato a girare perché la ragazza se ne era vantata con qualcuno e, di messaggio in messaggio, era finita nella mani di una terza persona che aveva pensato bene di provare a ricattare Jagr, sentendosi però rispondere “picche”. La foto quindi è diventata di pubblico dominio ma non è chiaro se come vendetta o perché in realtà a quel punto aveva già girato mezza Repubblica Ceca. La ragazza in questa versione passa da ricattatrice a vittima imprudente.

 

In qualsiasi modo siano andate le cose, poco tempo dopo Jagr riceve, nonostante l’età, la proposta per un nuovo contratto. Twitta: “Guardate, ho appena detto al mio gatto che c’è una chance di giocare nella Nhl quest’anno”, e allega una foto dove un felino evidentemente satollo se ne sta sdraiato su una poltrona abbracciato a una bottiglia di tequila e ricoperto dai dollari. La nuova destinazione si rivela poi essere Calgary.

 

Prima di avviarci verso i media box in cima allo stadio, io e Virgil ci godiamo un po’ di partita da quella postazione ultra ravvicinata e in effetti si vede subito che, anche se togliergli il disco rimane difficile, Jagr è parecchio più lento di tutti gli altri giocatori in campo. Poco dopo ci cacciano, per cui prendiamo infiniti ascensori, attraversiamo ristoranti, skyboxes e gradinate e quando finalmente capiamo dove sono esattamente i media box, Virgil sbianca. O meglio fa l’espressione di stupore e paura che siamo soliti associare a uno sbiancamento repentino della pelle, perché la sua epidermide canadese non può diventare molto più bianca di quanto non sia già. I media box sono effettivamente una scatola, un lungo parallelepipedo di metallo blu, di larghezza forse tre metri e lungo una cinquantina, appeso al soffitto e sospeso a una trentina di metri di altezza sopra le panchine. Per arrivarci bisogna superare un piccolo cancello e soprattutto camminare per una quindicina di metri su una stretta passerella sospesa sul vuoto. La percorriamo in silenzio. Sul momento Virgil non dice una parola ma più tardi mi confesserà tutto il suo terrore. Dai posti che ci hanno riservato la visuale sulla partita è quella che si ha giocando a un videogioco ma basta per capire che la precisione del gioco, l’eleganza dei movimenti e soprattutto la velocità di esecuzione sono su un altro livello rispetto alla Ebel (la Österreichische Eishockey-Liga). Il problema piuttosto è un altro. Dentro lo stadio c’è un silenzio tale che sembra di essere in chiesa. Nelle partite della Nhl trasmesse in tv si sente il rumore delle stecche sul ghiaccio ma avevo sempre pensato che fosse dovuto alla presenza di microfoni nelle vicinanze delle balaustre. Con un certo orrore mi rendo ora conto che invece è lo stadio a essere avvolto nel silenzio più assoluto, dalla nostra scatoletta di metallo appesa al tetto possiamo sentire distintamente i giocatori scambiarsi indicazioni e le lame dei pattini cambiare direzione. Negli intervalli, un poverino vestito da volpe se ne va in giro per quelle che teoricamente sarebbero le curve sbattendo un tamburello e cercando, invano, di lanciare un misero coretto: “Let’s go Flames”. Non mi è assolutamente chiaro perché, stando così le cose, una persona dovrebbe spendere dei soldi per venire a vedere la partita dal vivo, l’aspetto tecnico si può seguire tranquillamente anche in televisione. Per ricompensare Virgil del suo coraggio l’ho foraggiato di arachidi, bibite gassate e pop corn presi dal buffet per i media, che è provvisto di tutto meno che di alcol. Al primo intervallo (nell’hockey ce ne sono due) noto sull’esterno della scatola blu che ci contiene un manifesto che invita il pubblico a non dire profanità perché nelle vicinanze potrebbero esserci dei bambini. Penso con una certa nostalgia alla bambina di otto anni che avevo di fianco una delle ultime volte che sono andato in curva a Bolzano e che per tre tempi ha augurato morte e altre cose irripetibili ai giocatori avversari con una violenza a me sinceramente sconosciuta, anche nei momenti di massima ira. Il futuro è delle nuove generazioni. Intervistato dal quotidiano Alto Adige in occasione della vittoria in Ebel del Bolzano, fra le poche cose che Jagr aveva detto di ricordarsi dopo tanti anni c’erano “i fans che davano le spalle alla partita per dirigere il tifo”. Vorrei essere chiaro: non sono un hooligan, odio la violenza, ma non per modo di dire, mi genera proprio una sorta di allergia fisica. Mi fanno orrore gli ultrà che minacciano i giocatori, mischiano i loro affari con quelli dei club o utilizzano la curva come incubatore per l’attività politica. In pratica ho dei seri problemi relazionali con il calcio e in particolare con la serie A. Non ho però assolutamente nulla contro l’aggressività verbale, specie quando è confinata dentro uno spazio ben delimitato come uno stadio. Credo sia da perfetti imbecilli tentare di dimostrare che il tifo sia una cosa irrazionale, è ovvio che lo sia, è proprio questo il punto. Serve a esprimere una transitoria ed effimera sensazione di unità fra persone, non è un sistema perfetto, e, soprattutto nel calcio, le cose degenerano molto più spesso di quanto sarebbe auspicabile. Tutto questo è sicuramente vero. Ma se con la squadra di casa sotto, a poco più di cinque minuti dalla fine, tutto quello che succede sulle tribune è l’apparizione di una mascotte canina che si mette a sparare magliette con un bazooka di plastica, e voi non avvertite intenso il bisogno di un muro di qualche migliaio di disagiati sociali che attaccano un vero coro in sostegno della loro squadra, beh, non sono sicuro che siate tecnicamente vivi. O forse il punto è solo che la squadra della vostra città non era granché quando avevate fra i 5 e i 15 anni. In Nordamerica tutto il procedimento è palesemente orientato solamente a spillare altri soldi ai tifosi. E’ il cosiddetto sport per famiglie. Una palla mortale. Nel secondo tempo mi accorgo che Jagr è uscito dalla rotazione. Quando chiedo lumi a un collega quello, scandendo lentissimamente le parole come se stesse parlando con un cacciatore-raccoglitore del Borneo, mi spiega che Jaromir si è infortunato e non si sa se farà ritorno. Dopo il fischio finale (vince Minnesota, per quello che conta) procuro una t-shirt con il numero 68 e ci aggiriamo per un po’ per i corridoi attorno agli spogliatoi nella speranza di incontrare Jagr, ma non ce n’è traccia. Nei giorni successivi troverò su YouTube il video del programma televisivo che lo ha intervistato al posto mio. Le rivelazioni principali sono due: 1. Il gatto ubriaco su Twitter non è veramente il suo (domanda davanti alla quale la proverbiale gentilezza jagriana con i media ha vacillato per un momento); 2. Ha smesso di mangiare muffin, alla sua età non se li può più permettere. Il giorno seguente io e Virgil ci ritroviamo a pranzo al MacLab. Fuori nevica mentre, secondo il mio iPhone, a Roma ci sono 25 gradi. Il mio amico sta raccontando del nostro blitz allo stadio ai colleghi che ancora non sono ripartiti, concentrandosi soprattutto sulla passerella sospesa sul nulla, che in inglese viene chiamata “Catwalk”, una parola che trovo affascinante. Un giovane collaboratore del Guardian, uno di quelli ossessionati per la correttezza politica di qualsiasi cosa, chiede perché un italiano dovrebbe avere degli accrediti per una partita di Hockey della Nhl. Valuto l’idea di accusarlo di un evidente bias razziale, poi però rinuncio: è il genere di persona che ha già tutte le risposte, non gli interessano quindi quelle degli altri. Quando rimaniamo soli, Virgil estrae dalla giacca una tavoletta di legno costellata di piccoli fori. E’ una tavola da Cribbage, un gioco di carte che si basa sul calcolo delle probabilità. Mi spiega le regole e passiamo il pomeriggio a giocare. La nostra settimana è finita con un pitch agli editor di varie testate del Nordamerica, una volta arrivati a Banff per prendere parte alle conferenze finali del programma. Ognuno di noi aveva un minuto (tassativo) per il pitch vero e proprio e in più lo spazio per rispondere a qualche domanda. Nei giorni precedenti, Virgil aveva avuto una divergenza con i relatori del programma che gli avevano consigliato di puntare il suo pitch sul fatto che i soldi spariti erano dollari donati da canadesi in buona fede. Per Virgil il problema vero, il nocciolo della questione, era esattamente all’altra estremità della storia, nelle persone che erano state ridotte in schiavitù o erano morte di fame. Quella era la storia, trovava offensivo e disarmante pensare che il centro fossero i pingui canadesi che avevano donato 50 o 100 dollari. Dopo quello scontro mi aveva detto che non avrebbe partecipato all’evento. Invece, quando noi tutti stavamo per lasciare la sala, Virgil era salito sul palco, si era presentato e aveva incominciato a parlare. Alla fine del primo minuto aveva continuato a parlare per altri 29, gli occhi rossi e la voce incrinata dall’emozione. Aveva infranto nel modo più plateale possibile la procedura ma nessuno lo avevo fermato, nessuno aveva parlato. Seduto fra il pubblico non avevo nemmeno la sensazione che le persone attorno a me percepissero il tipico disagio che di solito si finisce inevitabilmente per provare in circostanze del genere, quando per esempio il pazzo di turno si alza nel mezzo di un comizio politico e fa una domanda delirante. Dopo mezz’ora, un paio di editor avevano fatto delle domande circostanziate, rispettose ma saldamente piantate con i piedi per terra, le stesse che avrei fatto io al loro posto. Quando Virgil era sceso dal palchetto ed era tornato a sedersi gli avevo dato una pacca sulla spalla: era stremato. Giocando a Cribbage gli dico che ho trovato autentico quello che ha fatto, e autentico nel formale contesto della cultura anglosassone è una parola più importante che in quello italiano, assume cioè valore per rarità, un po’ come, a torto o ragione, “onesto” in italiano si usa il più delle volte per parlare di una, per quanto lodevole, eccezione. A Virgil non lo dico, ma la cosa che mi stupisce di più di lui continua a essere questa capacità di compiere gesti notevoli senza mai farli sembrare artefatti. Gli dico che forse lo scriverò davvero un pezzo su Jaromir Jagr, anzi forse ne scriverò uno sul viaggio che abbiamo fatto assieme per andare a vedere Jagr. “Se lo fai”, risponde, “potresti chiamarlo: ‘Jagr da 1.075 metri’. Calgary è a 1.045 metri di altezza sul livello del mare, noi eravamo sospesi 30 metri sopra Calgary”. Prima di partire insiste per regalarmi la tavoletta, è una vecchia tavoletta, che deve avere con sé da molto tempo. Insiste talmente tanto che alla fine accetto. Cribbage sembra davvero un bel gioco, in particolare mi piace la parte che riguarda il calcolo delle probabilità. Aggiungo che so già dove la metterò: vicino a un piccolo frammento di argilla cosmica che ho raschiato con le dita nella gola del Bottaccione, poco fuori Gubbio, là dove per la prima volta sono stati individuati i resti dell’asteroide che rischiò di eliminare del tutto la vita sulla terra alla fine del Cretaceo. Se lo sport è un gioco di centimetri, essere vivi è una questione di probabilità. Però quasi mi mordo la lingua, e mi pento subito di questo discorso sovradimensionato, per di più fatto in un inglese abbastanza sconclusionato. E’ il morbo mediterraneo della retorica, solo che qui, dove è una malattia pressoché sconosciuta, salta all’occhio immediatamente. Soffro un po’ nel vedere Virgil cercare qualcosa di altrettanto solenne da dire, per cui alla fine gli dico che volevo semplicemente ringraziarlo. Poi ci abbracciamo e dopo un momento di esitazione, con lo sguardo perso in un punto da qualche parte alle mie spalle, aggiunge: “Ora che ci penso, nel suo punto più alto, anche l’onda dello tsunami in Indonesia era alta 30 metri”.

 


 

Il documentario di Daniele Rielli, “Hockeytown”, uscirà su Vimeo a fine settembre (per maggiori informazioni visitate la pagina www.danieleriellli.it). Inoltre, dal 30 agosto a 1° settembre, Jaromir Jagr tornerà al Palaonda di Bolzano per il Südtirol Summer Classic, per la prima volta dal 1994

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