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Danzare, forse, volare via

Diciott’anni e il sogno di un provino per Pina Bausch, in Germania. Addio Bari, addio mamma. Le ripide strade di Essen, una stanza per dormire e il peso di una maglietta

20 Luglio 2019 alle 06:00

Danzare, forse, volare via

Uno spettacolo di Pina Bausch. In basso, la coreografa tedesca (1940-2009) (foto LaPresse)

Per questa estate – una stagione a cui è difficile slegare l’idea di partenza, di fuga, di vacanza – abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Dopo il primo articolo della serie – “Un rave per Lisbona” di Vanni Santoni, pubblicato mercoledì 10 luglio – oggi è la volta di Antonella Lattanzi e del suo viaggio giovanile con meta non solo la Germania, ma il “mito assoluto della danza”.


 

Io e mia madre stavamo piegate su un foglio, in salotto. Sedute una accanto all’altra come non sarebbe più accaduto per molto tempo: per anni. Solo che, in quel momento, ancora non lo sapevamo. Era giugno, avevo diciassette anni, e qualche mese dopo sarei andata via di casa. Di notte, senza preavviso; né per me né per lei.

 

Avevo un fidanzato a Bari, la mia città. Mi ha detto pensami là, se hai paura. E se puoi torna da me. Ma io non potevo tornare

Forse è quello il viaggio più importante che ho fatto in vita mia: il viaggio che mi ha portato da casa di mia madre a casa di mia sorella – stessa città, qualche chilometro di distanza – e da cui non sono mai tornata, perché a casa di mia madre non ho vissuto mai più. Una notte dei miei diciassette anni sono andata via. Ho vissuto a casa di mia sorella per qualche mese. Poi, sono andata nel mondo.

 

Ma quel giugno, in salotto, io e mia madre non ne sapevamo niente. Cercavamo di decifrare un questionario in tedesco mentre la stanza si riempiva di sole, e Ouzo, il nostro pastore tedesco, sognava sdraiato a terra, muovendo le zampe nell’aria e abbaiando nel sonno. Mia madre si era messa gli occhiali e aveva solo quarantasette anni. Allora mi sembrava adulta, quasi vecchia; forse vecchia e basta. Oggi penso che era giovane e che non dev’essere facile lasciar andare un figlio quando hai quarantasette anni, penso che mia madre quel giorno è stata coraggiosa, folle e coraggiosa, impulsiva e folle e coraggiosa com’è sempre stata, una bambina in vesti adulte, un’adulta con un approccio irrazionale.

 

Sì, ma quel questionario in tedesco non lo decifravamo. Io ero terrorizzata, e non capivo cosa fare, nemmeno le minime cose tipo che era impossibile che traducessimo a braccio un testo in tedesco se nessuna delle due aveva mai studiato quella lingua. Guardavo il foglio e avevo solo paura. Mia madre a un certo punto ha tolto gli occhiali, ha detto: “Dobbiamo farcelo tradurre”. Che sembra una cosa scontata. Ma quando tua figlia di diciassette anni vuole partire dalla città in cui è nata – e in cui sei nata tu – e andare a fare un provino in Germania, e se la prendono si trasferirà e andrà via; se sei in questa situazione – o nella situazione della figlia – può capitare di non riuscire nemmeno a capire che il tedesco per diritto di nascita non lo puoi sapere.

 

Comunque, il questionario lo abbiamo fatto tradurre. Lo abbiamo compilato su un altro foglio in italiano. Ci siamo fatte tradurre l’italiano in tedesco. Abbiamo mandato il modulo. La mia maestra di danza non mi ha voluto aiutare a preparare la coreografia per il provino. L’ho preparata da sola, nella mia stanza. Mia madre aveva incollato una serie di piccoli specchi rettangolari alla porta. Messi insieme, facevano uno specchio abbastanza grande. Schiacciavo play sullo stereo. Mi mettevo in posizione. Partiva la musica. Partiva la mia coreografia. Il punto è che non abbiamo deciso dove avrei dormito, là, in Germania.

 

 

E io non andavo in Germania e basta. Io andavo dal mito assoluto della danza, andavo da Pina Bausch. Andavo a fare un provino a Essen, nella scuola dove Pina insegnava, e se fossi stata presa da Pina, Pina in persona, sarei entrata a far parte della sua compagnia.

  

Avrei voluto che mio padre o mia madre mi dicessero di non andare: ma nessuno me l’ha detto. Non avevo mai preso un aereo

Provino e compagnia erano parole che non appartenevano alla vita reale. Provino e compagnia erano parole di Fame, il telefilm a cui io e mia sorella ci eravamo letteralmente abbeverate per anni, anche per dimenticare tutto quello che c’era intorno a noi. E invece queste parole diventavano reali. Ma che stavo facendo? Volevo davvero lasciare tutto a diciassette anni e andare così lontano?

  

Lo dovevo fare. Non so spiegare perché. Ancora oggi mi capita di imbarcarmi in cose che mi terrorizzano e pensare che devo, devo, devo farlo, senza capirne il motivo. E’ la stessa irrazionalità di mia madre, solo declinata in un altro modo. L’irrazionalità di mia madre era quella cosa che quando le ho detto “Dove dormirò a Essen? Dobbiamo prenotare un albergo, un ostello, qualcosa”, lei ha risposto che l’amica di mia sorella che aveva sostenuto quel provino qualche anno prima aveva detto che non c’era bisogno di prenotare niente. “Poi lì si trova qualcosa”, e allora io ho pensato ok, se lo dice lei, si troverà qualcosa.

  

E io avevo un fidanzato a Bari, la mia città. Si chiamava Michele. Aveva i capelli castano chiari, lunghi, e un profumo buonissimo. Aveva le spalle larghe e una risata che gli faceva socchiudere gli occhi. Voleva fare il regista, era molto timido, e mi scriveva lettere incredibili. Mi ha dato la sua maglietta con tutto quel suo profumo buonissimo addosso, mi ha detto pensami, là, se hai paura. E se puoi torna da me.

  

Ma io non potevo tornare, sempre per lo stesso motivo per cui le cose che mi terrorizzano le devo fare. Dovevo andare, e comunque fosse andata non potevo tornare. Anche se non fossi voluta andare, e anche se fossi voluta tornare, non lo potevo fare. Dovevo dovevo dovevo rischiare.

  

Il viaggio è cominciato all’alba. Nel frattempo, tra la compilazione del modulo e il giorno del provino, sempre durante i miei diciassette anni, io ero andata via di casa. Avevo compiuto diciotto anni senza concedere a mia madre e mio padre niente più che una telefonata. Non avevo fatto nessuna festa. Ricordo che quel giorno a un certo punto camminavo per strada e ho pensato: quindi, ho diciott’anni. Avevo diciott’anni ed ero una belva, avrei potuto sbranare una persona. Quindi il provino avevo finito di prepararlo a casa di mia sorella, e al momento di partire per Essen non ricordo nemmeno dove vivevo: se ancora a casa sua, o nel mondo.

 

Dunque, mia madre e mio padre erano rimasti a casa soli, col cane, Ouzo, che anche lui era folle e irrazionale. Erano rimasti soli molto presto, in un’età in cui ancora i figli vivono coi genitori oppure tornano ogni tanto a casa e comunque di solito dipendono da loro. Ci ho pensato spesso, ma solo molto dopo: a mia madre sono state tolte due figlie nell’arco di un paio di mesi, sono state tolte prestissimo e mai più restituite. Chissà che vuoto c’era di colpo in quella casa.

  

Dovunque dormissi in quei mesi, ci sono dei punti fermi nella mia memoria. Uno è che il provino era nella prima settimana di luglio, e io qualche giorno dopo avevo gli esami di maturità. Tutti i miei compagni stavano studiando per l’esame. Io studiavo per il provino di Pina Bausch, e di aver studiato per l’esame di maturità non ho ricordi (non perché ho dimenticato, perché sono sicura: non ho studiato). Un altro punto fermo è che ho pensato: forse mia madre mi dovrebbe dire di non fare il provino un paio di giorni prima dell’esame di maturità (e avrei voluto, che me lo dicesse): ma non me l’ha detto. Un altro punto fermo è che avrei voluto che mio padre o mia madre mi dicessero di non andare: ma nessuno me l’ha detto.

  

Non ricordo in che rapporti eravamo a quel punto, ma ricordo l’itinerario che dovevo fare. Da Bari avrei preso un treno per Roma, da lì sarei volata a Düsseldorf, in Germania, e da Düsseldorf avrei preso un treno per Essen.

  

Detto così è facile, sono venticinque parole. Ma io non avevo mai preso un aereo – ero pur sempre nata in un quartiere piuttosto disagiato di Bari –, non sapevo una parola d’inglese, figuriamoci il tedesco, non avevo mai viaggiato completamente sola, e nessuno di noi aveva capito davvero come prendere questo treno da Düsseldorf a Essen e cos’avrei fatto una volta arrivata. Io, come dicevo, speravo che qualcuno mi dicesse di non andare. Sospettavo che mia madre non l’avrebbe mai fatto; speravo in mio padre. Che alzasse la voce e dicesse: “Tu non ci vai, manco sparata” (manco sparato è un’espressione che gli è sempre piaciuta).

  

Sto dimostrando l’unica cosa che davvero m’interessi dimostrare: che sono coraggiosa e non ho bisogno di nessuno

Se uno dei miei mi avesse vietato di andare, io avrei potuto scrollare le spalle dispiaciuta – o piangere o urlare – e dire: sono i miei che non mi vogliono mandare. Ma la storia della mia vita e del mio viaggio non è fatta di genitori che dicono no, o sì: è fatta di genitori che ti guardano, e poi ti lasciano andare.

  

E così sono arrivata alla stazione, la sera prima Michele aveva detto: “Sei la mia piccola pazza ribelle”, però si vedeva che aveva paura che quella fosse l’ultima volta che stavamo insieme. Ma io non potevo capire, mi dovevo concentrare. Studiavo danza da quando ero piccola, negli ultimi anni avevo passato praticamente tutto il mio tempo a ballare. Volevo essere una ballerina. Non era quello che dicevo a tutti?

  

Solo che quello che pensavo davvero, quello che volevo davvero non lo sapevo più. Ma per lo stesso motivo di sempre, non potevo dire che avevo paura: me ne dovevo andare.

  

Del viaggio Bari-Roma non ho ricordi. Quasi niente anche su come sono arrivata a Fiumicino e di quando ho preso l’aereo. Queste cose non me le aveva insegnate nessuno, io non le sapevo fare, non sono mai stata una brava organizzatrice o una che sa risolvere questioni pratiche e non ho nessun senso dell’orientamento. Ma insomma, alla fine sono arrivata al gate, ero già stanchissima, avevo imbarcato una valigia. Ne avevo due: in una c’erano i vestiti, e la maglietta di Michele. Nell’altra c’erano i body, le scarpette classiche, le scarpe da punta, gli asciugamani, e tutto quello che serviva per la danza. Ero fuori di me: completamente allucinata, vagavo per le stazioni e gli aeroporti col cuore in gola e cercavo di capire cosa fare.

 

Ricordo la stazione lontanissima dalla cittadina, anche se non so se è vero. Mi sentivo Heidi in procinto di scalare le montagne

C’è un’istantanea nella mia testa che non so se sia verità o finzione. Ci sono io in aereo, piuttosto euforica a quel punto perché fino a quel momento sono riuscita a fare tutto, da sola, e sto dimostrando l’unica cosa che davvero m’interessi dimostrare – che sono coraggiosa e non ho bisogno di nessuno e al mio destino io mi so sottrarre, non rimarrò a Bari, conquisterò il mondo, lo devo conquistare – e accanto a me c’è un uomo di una trentina d’anni. Non so se è reale ma lo vedo con una giacca grigio scuro, la cravatta e la camicia bianca. Lo vedo rilassato che legge il giornale. A casa mia si leggeva la Gazzetta del mezzogiorno. Lui non so cosa leggeva, ma era un giornale che mi faceva sentire internazionale (poteva essere Il Messaggero? Sì). Non so se è vero ma mi sembra di ricordare che lui si è girato verso di me, ha sorriso, e ha detto che anche se l’aereo si agitava non c’era da aver paura, era tutto normale. Mi sembra di ricordare che io mi sono sentita invincibile.

  

Fatto sta che da quel momento, per molti anni, alla questione di conquistare il mondo si è sostituita la questione di fare qualunque cosa che mi allontanasse dal destino per cui ero stata concepita. Una specie di missione: che ero diversa da tutti lo dovevo dimostrare.

  

Il fatto è che arrivata a Düsseldorf non mi sentivo più invincibile: tutt’altro. Ho cercato il treno per Essen. Non so come, sono riuscita a trovarlo. Il fatto è che arrivata a Essen, ricordo la stazione lontanissima dalla cittadina, anche se non so se è vero. Mi sentivo Heidi in procinto di scalare le montagne, vedevo da lontano questo paese che si inerpicava sempre più su. Io con le mie due valigie pesantissime sulle spalle mi sono spinta sulle vie ripidissime che portavano in cima. Si faceva sera, e io non avevo ancora dove dormire (risentivo le parole di mia madre, mi chiedevo: ma com’è possibile che ho accettato di arrivare qui senza aver prenotato un ostello?). L’ostello in effetti c’era, era bellissimo. Traboccante di persone che erano lì per sostenere il provino con Pina Bausch. Sarebbe stato meraviglioso passare la sera con loro, finalmente non avrei avuto più paura. Il fatto è che l’ostello era pieno, e ho dovuto rimettermi le valigie in spalla, continuare a salire. Più salivo, più mi fermavo davanti ai vari alberghi, più mi dicevano che non c’era posto – in che lingua parlavo? –, si scusavano, ma per i provini di Pina Bausch la gente aveva prenotato da mesi, dovevo capire.

  

Mi rimangono due righe. Come finisce la storia della ragazza che s’inerpicava sulla montagna maledicendo l’irrazionalità di sua madre? Ricordo che, a un certo punto, di notte, un posto dove dormire l’ho trovato. Era l’unico libero, e anche il più costoso, sul cocuzzolo di quel paese. Ricordo che ho tirato fuori la maglietta di Michele. L’ho stretta e c’era il suo buonissimo profumo. Poi però quella maglietta era troppo pesante per me, e tutta la vita che si portava dietro era troppo pesante, e la mia città, e la mia famiglia. Allora ho aperto la finestra, ho guardato nel buio, e tutto quello che mi avevano insegnato di me e del mondo l’ho fatto volare.

 

(2 - Continua)

 


 Antonella Lattanzi è nata a Bari nel 1979. Vive a Roma. Esordisce nel 2004 con “Col culo scomodo (non tutti i piercing riescono col buco)” (Coniglio Editore). Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato “Devozione” (2010) e “Prima che tu mi tradisca” (2013). Del 2017 “Una storia nera” (Mondadori).

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