Qualche birretta in Russia

Paolo Nori

Da solo sulla mia due cavalli, dall’Emilia a San Pietroburgo passando per Mosca. Un viaggio folle per scoprire la passione per la scrittura e diventare quello che sono oggi

Per questa estate abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Abbiamo già pubblicato: “Un rave per Lisbona” di Vanni Santoni (il 10 luglio), “Danzare, forse, volare via” di Antonella Lattanzi (il 16 luglio), “Nudo sulla mia Saab” di Aurelio Picca (il 23 luglio), “L'India dei miei sospiri” di Gaia Manzini (il 28 luglio), “Giro del mondo in prima classe” di Giacomo Papi (il 30 luglio), “La Grecia vista dal Babilonia” di Ilaria Macchia (il 4 agosto), “Fuga all’Avana” di Marco Archetti (il 7 agosto), “L’impostore di Reykjavík” di Claudio Giunta (10 agosto), “In fondo alla Crimea” di Corrado Beldì (il 14 agosto), “Sulle tracce della Madonna” di Camillo Langone, “A caccia di Jaromir Jagr, trenta metri sopra Calgary” di Daniele Rielli (23 agosto).

 


 

La penultima volta che ho letto Anna Karenina ho avuto l’impressione che Tolstoj dicesse che le persone che frequentiamo sono come dei pianeti, e determinano le nostre orbite.

E mi è tornato in mente un libro di uno scrittore francese contemporaneo che diceva che ci sono dei momenti, nella tua vita, che una persona sparisce, la tua fidanzata ti lascia e tu, da un lato stai malissimo, dall’altro lato succede, all’improvviso, che il mondo si ripopola.

Una persona sparisce e il mondo si ripopola.

Perché tu hai cambiato orbita.

E ci sono un sacco di cose che c’erano anche prima, ma tu non le vedevi, perché avevi un’altra orbita.

Ecco.

L’ultima volta che l’ho letto, Anna Karenina, mi è sembrato che quella cosa delle orbite non ci fosse, dentro, che avessi frainteso.

Però secondo me è vera.

Non so da dove l’avessi presa, ma mi convince.

Mi è successo anche con un verso di una poesia di Anna Achmatova, che diceva, nella mia memoria, che la vita è “orribile e meravigliosa”.

Lo citavo, ogni tanto, e una volta mi hanno chiesto “Dov’è?”, lo sono andato a cercare, non c’era.

E non credo esista, ma mi sembra così vera, questa cosa, che Anna Achmatova, secondo me, la deve aver pensata.

Ho poi scoperto che è una frase di ČCechov (ne “La Steppa”, se non ricordo male, dovrei controllare).

Be’, quella prima cosa, di Anna Karenina, dei pianeti, io credo che valga per le persone e anche per i posti.

E credo che i posti dove son stato, nella mia vita, i posti che ho frequentato per un tempo minimamente significativo, abbiano disegnato una costellazione che ha poi determinato la mia orbita, o le mie orbite, che son poi cambiate, nel corso del tempo, e questi posti son stati, oltre all’Emilia, dove son nato e dove abito ancora oggi, a 56 anni, l’Algeria e l’Iraq, dove ho lavorato tra l’85 e l’88, quando avevo tra i 22 e i 24 anni, la Francia, dove ho studiato e lavorato, negli anni 90, gli Stati Uniti dove son stato 12 giorni e dove non voglio tornare mai più.

Ma il posto centrale della mia vita, se dovessi deciderlo adesso, il sole intorno al quale ruotano tutti gli altri posti in cui sono stato, il termine di paragone che mi porto con me ovunque io vada, è la Russia, devo dire.

E il viaggio che, più di tutti gli altri, ha contribuito ad assegnare alla Russia questa sua centralità, non è stato il primo viaggio che ci ho fatto, nel ‘91, ma è stato il primo viaggio che ci ho fatto da solo, una volta laureato, nel 1995, quando sono andato a Pietroburgo in macchina, con una due cavalli grigia e nera, sono partito da Basilicanova, in provincia di Parma, sono arrivato, dopo quattro giorni, sulla prospettiva grande dell’isola Vasil’evskij di San Pietroburgo, nella regione di Leningrado, dietro il Palazzo d’inverno, un chilometro in linea d’aria, appena oltre la Neva, quell’isola di cui parla Iosif Brodskij in una celebre poesia che comincia così: “Io voglio morire sull’Isola Vasil’evskij”.

C’era, allora, dentro di me, e c’è stato in tutto il periodo in cui avevo frequentato la Russia, da quando c’ero andato per la prima volta nel 1991 fino a quell’estate del 1995, un conflitto, tra Italia e Russia: io abitavo in Italia, ma mi sembrava di stare al mondo davvero solo quando ero in Russia, e i lunghi periodi in cui vivevo in Italia mi sembravano pause tra un soggiorno in Russia e l’altro.

Come se fosse meno interessante, la vita di qua, come se fosse meno difficile, e meno potente.

Be’, questo conflitto, io ho l’impressione che si sia sanato con quel viaggio del 1995 e che, dopo quel viaggio, sia successa una cosa che è difficile da spiegare per bene ma provo.

Io per molto tempo mi sono occupato della Russia, e le cose di cui ti occupi, in un certo senso, ti occupano, e le componenti emiliane che abitavano dentro di me, e le truppe sovietiche che erano entrate dentro di me in forma, per così dire, di occupanti, io ho l’impressione che dopo quel viaggio è stato come se avessero firmato una specie di armistizio.

E’ stato un viaggio stupefacente che è cominciato, come tutti i viaggi probabilmente, ancora prima di cominciare.

Ne ho parlato tante volte in vari libri che ho scritto, c’è stato un periodo che, ogni volta che scrivevo un romanzo, ci infilavo dentro questo viaggio in Russia del 1995; lo racconto ancora una volta, mi dispiace per quei lettori che l’avessero già letto, per me è un piacere riparlare di quei giorni.

Il mio meccanico, mi ricordo, che aveva messo a punto la macchina prima del viaggio, quando me l’aveva consegnata mi aveva dato anche un cacciavite a stella e mi aveva detto: “Se la macchina a un certo punto si ferma, tu parcheggi da un lato della strada, scendi, prendi questo cacciavite, sviti le targhe, sia quella davanti che quella di dietro, e la macchina la lasci lì. L’importante è che porti indietro le targhe”.

Il giorno prima di partire, mia nonna, che era ancora viva, sarebbe morta l’anno dopo, nel 1996, mi aveva preso da parte, mi aveva dato cinquantamila lire (c’erano ancora le lire) e mi aveva detto: “Tieni, per comprare qualche birretta lungo la strada”.

A Mantova, mi ero già perso.

C’eran degli svincoli, delle deviazioni, di quei cartelli gialli che dicono “deviazione”, e io avevo seguito quelli e non sapevo più dove andare. Poi mi ero orientato.

Avevo dormito la prima volta poco prima di Vienna.

Dormivo in macchina, e avevo una sveglia, con me, ma la tenevo girata, e quando mi svegliavo, se era notte, non sapevo mai quanto sarebbe durata la notte, poteva durare un’ora come otto ore.

Adesso non lo so com’è, ma a Bratislava, nel ‘95, cambiava lo spazio, le facce degli uomini, la strada, i bambini spettinati andavano a scuola e indicavano la macchina e facevano la lingua.

Avevo anche uno stereo, sulla macchina, e avevo preso su tre cassette, e non avevo fatto altro che ascoltarle una dopo l’altra, durante tutto il viaggio di andata e poi anche, due mesi dopo, durante tutto il viaggio di ritorno.

Una era una cassetta che mi aveva dato mio babbo (c’era ancora mio babbo, sarebbe morto l’11 settembre del 1999), che erano le canzoni del liscio che ascoltava lui quando era piccolo, ma non il liscio quello là, romagnolo, con la fisarmonica e i violini, no, era il liscio emiliano, dei pezzi fatti tutti coi fiati, e tra gli altri pezzi ce n’era uno che a me, ancora oggi, a sentirlo mi sembra di essere sui monti Tatra, anche se è un pezzo che l’ha scritto un signore nato a Barco, in provincia di Reggio Emilia.

Ho parlato solo con dei benzinai e con dei poliziotti e con degli addetti alla dogana e, una volta, mi avevan fermato, in dogana, tra la Slovacchia e l’Ucraina, era la prima volta che vedevano una due cavalli, e si erano molto meravigliati per come era stretta, e mi avevano chiesto: “Ma voi, in Italia, avete le macchine strette perché le strade son strette?”.

Non era la strada più corta, ma ero passato da Mosca, perché volevo andare, con la mia macchinina, davanti al palazzo nel quale avevo abitato per qualche mese, nel 1993, durante il coprifuoco che era seguito all’assalto alla casa bianca, un palazzo enorme, dietro al Cremlino, costruito negli anni ‘20 per i funzionari di partito, un palazzo dove aveva abitato anche la figlia di Stalin, noto in Russia col nome “La casa sul lungofiume”, un palazzo sul quale uno scrittore, Trifonov, aveva scritto un romanzo.

La mia insegnante di russo, che mi aveva proposto di trasferirmi lì, mi aveva chiesto se avevo letto il romanzo di Trifonov; io non l’avevo letto, le avevo detto di no e le avevo chiesto: “E tu, l’hai letto?”. E lei mi aveva risposto: “Certo che l’ho letto, era proibito”.

Avrei voluto andar lì, ma non ci ero arrivato, mi ero perso, mi ero perso nel traffico del Kol’co, il raccordo anulare, e mi ricordo un signore che, vedendo la mia due cavalli, da una macchina vicina, mi aveva esibito il suo orologio da tasca e mi aveva fatto un segno come per dire “Facciamo cambio?”.

Credeva forse di essere spiritoso ma io, mi ricordo, non avevo mica riso.

E niente, sono tornato indietro, mi sono diretto a Pietroburgo e il giorno dopo sono arrivato, e quando sono arrivato sul Bol’šoj prospekt dell’isola Vasil’evskij di San Pietroburgo, nel ‘95, ho parcheggiato la macchina davanti alla casa del mio amico che mi avrebbe ospitato, che si chiama Tim, e lui mi ha detto che aveva visto un bambino, che era passato lì davanti, per mano a suo babbo, aveva indicato a suo babbo la mia macchina e gli aveva detto “Eto budet moja mašina” (Questa sarà la mia macchina).

E la macchina poi l’ho messa in un parcheggio a pagamento, aperto, e ogni tanto l’andavo ad accendere, quando era venuto poi freddo, in ottobre, in novembre, e c’eran stati dei giorni che non si accendeva, in mezzo alla neve, e io ero così preoccupato.

“Cosa faccio? Smonto le targhe?”, e poi una volta si è accesa e io mi ricordo, ero così contento, ho baciato il volante.

E poi, niente, son son stato lì due mesi poi son tornato a casa.

Ma, prima ancora di tornare a casa, fin da quando sono arrivato lì, in Russia, non che sia importante, ma quello è stato il momento che ho cominciato a scrivere.

Cioè già sulla macchina, senza nessuna premeditazione, era un viaggio che mi sembrava così bello, così insensato che avevo cominciato a prender degli appunti, e quando sono arrivato, sulla base di quegli appunti, steso sul letto nella mia stanzetta di Pietroburgo ho scritto e riscritto una specie di diario di viaggio e quella cosa che ho scritto qua sopra: “Il giorno prima di partire, mia nonna mi aveva preso da parte, mi aveva dato cinquantamila lire e mi aveva detto “Tieni, per comprare qualche birretta lungo la strada”, l’ho scritta il primo giorno che mi son messo a scrivere per raccontar delle cose, nel mese di settembre del 1995, come se fosse un racconto autonomo che si intitolava “Storia delle birrette”, se può interessare, e dopo, quando sono tornato, non ho più fatto altro, praticamente, nella mia vita, più o meno, di scrivere delle storielle come “Storia delle birrette”.

E per finire con una di queste storielle, dirò che quando son ripartito, i primi di novembre, ero partito da due minuti, ho bucato, ancora a San Pietroburgo, appena oltre la Neva, e mi sono fermato per cambiare la gomma, e pioveva, e mi si è avvicinata una signora con l’ombrello mi ha chiesto: “Ma lei, non ce l’ha Autul, la schiuma che gonfia e ripara le gomme bucate?”.

E io l’ho guardata e le ho detto: “No. Non ce l’ho Autul”.

E lei mi ha guardato e mi ha detto: “Male. Io sono la rappresentante di Autul per tutta la Russia se vuole le lascio il biglietto da visita così magari lo ordina”.

“No – le ho detto io – Non lo voglio il biglietto da visita”.

E ho cambiato la gomma, e son ripartito, e la mia macchinina mi ha riportato poi a casa, fino a Basilicanova, in provincia di Parma, ho fatto tutto il viaggio con solo un’interruzione vicino a Vicenza, dove mi ha fermato la polizia stradale mi ha fatto uscire dall’autostrada perché avevo i fanalini posteriori bruciati, e io ho pensato “Aaaaah! E’ per quello che mi suonavano i camion, di notte, sui monti Tatra”.

E la polizia stradale mi ha fatto una multa, per copertone liscio, che se mi facevan la multa perché non avevo le luci era molto più cara, e sono uscito dall’autostrada e ho trovato un elettrauto veneto che è stato gentilissimo.

In venti minuti mi ha messo a posto i fanalini di dietro.

Avevo solo dei rubli, l’ho pagato in rubli.

“Valgono molto?”, mi ha chiesto lui.

“Quasi niente”, gli ho detto io.

E mi ricordo che, quei venti minuti che ha lavorato, deve aver tirato settecento madonne (bestemmie), sembrava che fosse alimentato a madonne, quel memorabile e gentilissimo elettrauto veneto.

E questo, per riassumere, è stato il viaggio più bello della mia vita, un viaggio benedetto, che io sarei un’altra persona se non avessi deciso di andare, da solo, con una 2 cavalli grigia e nera, da Basilicanova, in provincia di Parma, a Pietroburgo, nella regione di Leningrado, nel 1995.

E forse sarei meglio, chi può saperlo.

Invece sono così come sono.

E, per dirla con Braccio di Ferro, “Questo è tutto quello che sono”.

E arrivederci.

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