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Giro del mondo in prima classe

Andare incontro all’alba e non farsi inseguire dai giorni, perdendo tempo a ogni fuso orario. Tokyo, Guam, l’Arizona. E l’infinito cimitero di Brooklyn

2 Agosto 2019 alle 12:28

Giro del mondo in prima classe

Tokyo (Foto LaPresse)

Per questa estate abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Abbiamo già pubblicato: “Un rave per Lisbona” di Vanni Santoni (il 10 luglio), “Danzare, forse, volare via” di Antonella Lattanzi (il 16 luglio), “Nudo sulla mia Saab” di Aurelio Picca (il 23 luglio), “L’India dei miei sospiri” di Gaia Manzini (il 26 luglio). 


Alla fine del Novecento ho speso l’anticipo del mio primo libro per fare il giro del mondo, in prima classe e in 17 giorni. Una follia, a ripensarci, ma non avevamo tempo: il mio amico Antonio Stella lavorava e io il mese dopo avevo l’esame di Filosofia antica. Oltre a questo, ci divertiva l’idea di ridicolizzare gli 80 giorni di Phileas Fogg e Jules Verne. I soldi bastarono perché Umberto Eco ci aveva miracolosamente regalato la prefazione del libro (grazie, professore) e così la cifra era sproporzionatamente lievitata. Potevamo prendere tutti i voli che volevamo, a patto di girare sempre nella stessa direzione. Il biglietto costava 5 milioni in seconda e 10 in prima, mi sembra (oggi vanno dai 2.200 ai 4 mila euro). Le vacche grasse degli anni Ottanta continuavano allegramente a pascolare, ignare della magrezza in agguato.

  

Il 1993 era cominciato con gli arresti di Totò Riina e Pietro Pacciani e l’insediamento di Bill Clinton, ed era proseguito con la fine della Cecoslovacchia e il primo attentato alle Torri Gemelle, il lancio delle monetine a Craxi e le bombe a Milano, Roma e Firenze, l’omicidio di don Pino Puglisi e, a novembre, il trattato di Maastricht. Berlusconi era appena sceso in politica. Ma tutto era iniziato esattamente due anni prima della partenza, il 17 febbraio 1992, con l’arresto di Mario Chiesa. Lo stesso giorno Beppe Grillo debuttava al Teatro Smeraldo di Milano (ora Eataly) con il suo nuovo spettacolo, celebrato così in un’intervista al Corriere: “Siamo in gentocrazia e nessuno ha più timore di farsi avanti e dire la sua”. Nello spettacolo invitava la gente da casa a telefonare per denunciare quelli che gli stavano sui coglioni. La prima pagina del Corriere di quel giorno è un fermo immagine che continua ad andare in scena da allora: Aldo Grasso scriveva di televisione e Angelo Panebianco denunciava “la crisi delle istituzioni repubblicane”. Non hanno mai smesso.

  

Avevamo a disposizione diciassette giorni. Ci divertiva l’idea di ridicolizzare gli ottanta di Phileas Fogg e Jules Verne

Però quel 17 febbraio del 1994 partimmo comunque. E’ stupefacente come la vita possa fottersene della storia. Al mio amico Antonio, che in quanto milanese è un po’ ganassa, sarebbe piaciuto volare “giò bass”, cioè giù basso, sotto l’Equatore, per fare prima: qualcosa tipo Milano-Cape Town-Sydney-Papeete-Buenos Aires-Nairobi-Milano. Ma era molto complicato. Allora valutammo di girare nord-sud o viceversa, per non cambiare fuso orario, ma solo stagione. Qualcosa tipo: Milano-Damasco-Zanzibar-Johannesburg-Antartide-Wellington–Novosibirsk–Artide-Reykjavík-Londra-Milano. Non si poteva fare. Alla fine decidemmo di girare verso est perché – nonostante il precedente di Colombo che, per “buscar l’Oriente”, era andato a ovest – ci sembrava più elegante andare incontro all’alba e non farsi inseguire dai giorni, perdere tempo a ogni fuso per riguadagnarlo di colpo, invece che accumularlo per perderlo in blocco. La compagnia era la Japan Airlines, il primo tratto Roma – raggiunta in Pendolino – Tokyo. Il seguito lo avremmo deciso strada facendo. Il problema era che 17 giorni erano pochi e il mondo sembrava ancora grandissimo.

 

Del volo verso Tokyo ricordo soltanto che mi svegliai in piena notte e che intorno a me tutti dormivano. La linea tra notte e giorno stava già incominciando a svanire. Stavamo volando sopra la Siberia, una distesa bianca di ghiaccio cicatrizzata da fiumi, e lontano, da est, la luce dell’alba che arrivava a colorare di rosa la notte. Qua e là, nel buio, bruciavano fuochi, forse pozzi di petrolio. La terra appariva immensa e vuota, la Russia ancora un mistero. Ma fu Tokyo lo choc culturale: l’unico luogo al mondo in cui mi sia mai sentito un estraneo, quasi di un’altra specie animale. Da bravo studente di Filosofia mi ero portato L’impero dei segni di Roland Barthes, ma quello che vidi era ancora più strano.

  

Le strade non avevano nome e i tassisti si perdevano la metà delle volte. Ma la cosa più strana era che per dire “uno” i

Mille chilometri di macchina in America: la vastità di quello che vedi influisce sul ritmo con cui scorrono i secondi

giapponesi alzavano quattro dita della mano, perché contavano l’assenza, non la presenza. Da un taxi vidi l’edificio senza facciata dove di notte le persone giocavano a  golf come nel film Tokyo-Ga di Win Wenders, e il mercato del pesce all’ingrosso Tsukiji,  un immenso capannone dove lavoravano 60 mila persone, aperto nel 1935 e appena trasferito altrove. Ricordo una vecchia che inchiodava su un’asse di legno piccole anguille sottili, martellandogli aghi negli occhi, e pesci mai visti, creature giganti, minuscole, spigolose, ricoperte di aculei, molluschi fosforescenti, conchiglie impensabili. Una sera capitammo in un ristorante dove c’erano due cuochi in chimono da samurai che stavano in ginocchio in cima a una piramide di gradoni pieni di cibo. I clienti, che sedevano sul bordo esterno più basso della piramide, indicavano e i samurai prelevavano i cibi con lunghe bacchette, gridando quello che era stato scelto. Il loro augurio veniva ripetuto sempre urlando dai camerieri e dagli altri clienti. Era un cerimoniale buffo ed estenuante che andava in scena ogni volta, per ogni gesto e richiesta, anche quando malauguratamente chiesi dove fosse la toilette.

 

Era tutto così costoso a Tokyo nel 1994 – dieci volte più dell’Italia, più o meno – che dopo tre giorni scappammo. Ci presentammo in un’agenzia di viaggi di Ginza dove ci stesero davanti un planisfero per farci scegliere la destinazione: scegliemmo Palau, nel Pacifico, giusto per fare un po’ un di mare. La Micronesia è un arcipelago di isole simili a palle posate sul mare. Nuotai con la maschera nel Jellyfish Lake, un laghetto fangoso al centro di un’isola minima, infestato di meduse d’acqua dolce, gialle e non urticanti. Ricordo una nave militare americana affondata durante la Seconda guerra mondiale, a poca profondità nell’acqua trasparente. Il barcaiolo spiegò che là sotto si trovavano ancora ossa di soldati annegati. Quando puoi andare ovunque, però, è difficile stare fermi. Ci era venuta voglia di America. Prima, però, dovevamo fare scalo a Guam, l’isola dei fanghi, che non erano ancora famosi, affacciata sulla Fossa delle Marianne, “territorio non incorporato” degli Stati Uniti. C’erano turisti giapponesi, mall, soldati americani e iguana in quantità. La capitale era Hagåtña (lo scrivo solo per il gusto di usare la å. Quando mi ricapita?). Qualcuno in albergo mi raccontò che nel 1972, nelle foreste dell’isola era stato trovato un soldato giapponese – Shõichi Yokoi – rimasto a combattere da solo dalla fine della guerra mondiale. La vita, a volte, non può ignorare la storia. Ma a Guam dopo un giorno non sai più cosa fare, e così tornammo in aeroporto.

 

La capitale giapponese fu uno choc culturale: l’unico luogo al mondo in cui mi sia mai sentito un estraneo, quasi di un’altra specie animale

Uno non ha idea di quanto sia grande l’Oceano Pacifico a meno di non averci volato sopra. Il volo Tokyo-San Francisco fu il più lungo e noioso della mia vita. Atterrammo alle 9 di mattina. San Francisco era fredda e nebbiosa, purtroppo il mio amico Antonio aveva mal di schiena e quindi voleva un posto dal clima caldo e secco. Qualcuno gli aveva parlato di Phoenix, Arizona, una città inventata da William  rigley  Jr, il magnate dei chewing gum, per i suoi dipendenti retired, una specie di Florida o di Riviera dei fiori in mezzo al deserto, dove sostenevano ci fosse il clima migliore del mondo per il mal di schiena. In aeroporto noleggiammo una macchina, una Lincoln grandissima. L’autostrada per Phoenix era deserta e diritta, e scorreva di fianco a un meleto che non finiva mai, quattro ore di alberi di mele dalle parti di Bakersfield, se non ricordo male. Fu in quel frutteto e nel deserto di sale dello Utah, durante un viaggio precedente, che cominciai a sentire che il tempo e lo spazio sono legati e si deformano l’uno nell’altro, cambiando la natura stessa della durata. Mille chilometri di macchina in America durano quanto mille chilometri in Italia, ma la vastità di quello che vedi influisce sul ritmo con cui scorrono i secondi, li incollano tra loro in un impasto più grande. E’ questa per me, più dei paesaggi e degli incontri, la vera rivelazione del viaggio. Non potevo sapere – perché l’esame lo avrei dato l’anno dopo – che il legame spaziotempo era già stato indagato da Einstein novant’anni prima. Ignorandolo, continuammo a illuderci di viaggiare in un tranquillo universo newtoniano.

 

(Se lo spazio deforma il tempo, accade anche il contrario: la storia influisce sulla geografia. Lo avevo imparato il 24 maggio 1989, andando a Barcellona in giornata per la finale di Coppa Campioni tra Milan e Steaua Bucarest. Il giorno prima Berlusconi aveva dichiarato: “Sono stato al santuario a pregare la Madonna perché ci aiutasse a battere i comunisti”. Poi parlò di battaglia tra Bene e Male. Il muro di Berlino sarebbe caduto in autunno. La storia non si snoda, non è una successione di istanti, assomiglia più a un’onda in cui tracce perduranti del passato – Gianni Brera che si aggirava in  tribuna al Camp Nou sbevazzando vino rosso da un bicchiere di plastica – si sovrappongono a preannunci del futuro in arrivo. Il giorno prima della partita  i 979 km tra Milano e Catalogna erano stati invasi dalle macchine di almeno 60 mila milanisti. Barcellona faceva impressione: una città d’Europa si era trasferita dentro  un’altra. Fu un  esodo epocale non imposto dalla guerra o dalla fame che per me concise con  l’apparizione della società di massa: il segno che qualcosa nel modo di viaggiare e consumare – anche  il calcio – era cambiato e che  in  Europa ci si sarebbe potuti muovere su e giù in giornata. Presto – si respirava nell’aria – sarebbero arrivati i  voli low cost e ognuno si sarebbe illuso di potere essere ricco di una ricchezza prodotta in serie, come le automobili. Altrimenti chi avrebbe comprato le cose? La divisione in due blocchi  scricchiolava, la storia finiva e il capitalismo si mise a trionfare. Trionfò anche il Milan).

 

Ma nel 1994 eravamo ancora in viaggio sulla Lincoln in direzione di Phoenix. Dalle parti del Joshua Three National Park, invece degli U2, incontrammo uno sciame di duecento motociclisti in Harley Davidson e un tir trasformato in chiesa viaggiante, con la croce illuminata e scritte su Gesù, per offrire conforto spirituale a chi viveva on the road. Phoenix, in effetti, era come Sanremo, però senza il mare, senza il festival e con un milione di abitanti in più. Dietro la città dormiva una montagna a forma di cammello addormentato, denominata con pragmatismo e poca fantasia Camelback. Il clima era secco, ma di notte calava il gelo, la piscina era bella e la sera si andava a mangiare bistecche in un grande ristorante per famiglie – il Don & Charlie’s. Nient’altro, direi. Dopo due giorni la noia iniziò a ululare. Così facemmo un salto a New Orleans, poi a Washington e infine a New York.

 

Tre ore di autostrada dritta per arrivare a Phoenix, che era come Sanremo (ma senza il mare, il festival e con un milione di abitanti in più)

L’ultima volta che c’ero stato, il logo Panam sovrastava il grattacielo progettato da Gropius e Pietro Belluschi ispirandosi al Grattacielo Pirelli, che interrompe Park Avenue a metà. Ma nel 1994 la Panam era già fallita e il logo era stato sostituito da quello di MetLife. Fu un segno che ancora oggi non so interpretare. Era stata proprio Panam, cinquant’anni prima, a inaugurare i primi voli intorno al mondo. Il volo Westbound Flight 001 decollò da San Francisco il 17 febbraio 1947 (in questa storia ci sono troppi 17 febbraio). L’Eastbound Flight 002 partiva da New York e finiva a San Francisco, toccando le stesse città in senso inverso: tappe Honolulu-Hong Kong-Bangkok-Dehli–Beirut-Istanbul-Francoforte-Londra-New York. Il biglietto costava 2.300 dollari che corrispondono a 22 mila di oggi. Senza scendere mai ci si metteva 48 ore, ma si poteva fare scalo in ogni città. Il biglietto durava 180 giorni. Per noi furono 18. Di quella tappa a New York ricordo pochissimo. So solo che per prendere il volo che ci avrebbe riportati in Italia, raggiungemmo il JFK in elicottero. Sull’East River, all’altezza della 23° strada, proprio dietro alla sede dell’Onu, esisteva un servizio shuttle che per 25 o 50 dollari (comunque meno di un taxi) ti depositava in aeroporto. Quando l’elicottero si staccò da terra, era quasi il tramonto. New York sembrava grande anche vista dall’alto, ma più lontana. Il Williamsburg Bridge assomigliava al meccano e dietro di noi, via via che l’elicottero di alzava, comparvero le punte del Chrysler e dell’Empire State Buiding. Guardai per l’ultima volta le Torri Gemelle, poi volammo sopra il cimitero di Brooklyn che non finiva mai, migliaia di piccole tombe in fila, simili ai cubetti dei regoli. Ogni cosa sembrava immobile ed eterna, come il Novecento.

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