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L’india dei miei sospiri

Un mese di periodi ipotetici. La bellezza, le paure e i pregiudizi. Sguardi che ci inseguono, persone che scompaiono. Ma poi, sui sentieri del Ladakh, ci si sente alleggeriti di tutto

28 Luglio 2019 alle 06:13

L’india dei miei sospiri

Foto di Nick Kenrick (Flickr)

Per questa estate abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Abbiamo già pubblicato: “Un rave per Lisbona” di Vanni Santoni (il 10 luglio), “Danzare, forse, volare via” di Antonella Lattanzi (il 16 luglio), “Nudo sulla mia Saab” di Aurelio Picca (il 23 luglio).


 

Alla stazione ferroviaria di Nuova Delhi è difficile capire dove sia il tabellone degli arrivi e delle partenze e, quando lo trovi, è tutto scritto in hindi. E’ complicato anche chiedere informazioni (ma non parlavano inglese?). Se trovi qualcuno che comprende quello che stai dicendo, arriva un momento in cui la conversazione s’inceppa: l’uomo ti guarda con dolcezza, sorride dietro ai suoi baffi, fa oscillare la testa in un lieve dondolio. L’India è indeterminatezza, in tutto: è la prima cosa che capisci dopo un paio di giorni dall’atterraggio. La realtà e la soggettività sono incerte, schiacciate dal divino (“Qui tutto è religione” scriveva Moravia). Anche il “sì” è un dondolio del capo, in bilico tra affermazione e negazione.

 

La realtà e la soggettività sono incerte, schiacciate dal divino. Anche il “sì” è un dondolio del capo, in bilico tra affermazione e negazione

E’ il 2004 e sono al secondo viaggio importante della mia vita. Ho prenotato solo il volo, per il resto ho con me uno zaino in cui porto anche L’odore dell’India di Pasolini, Un’idea dell’India di Moravia, un paio di romanzi e la guida da cui non mi separo mai. La consulto in continuazione, come se fosse un tic: ormai la conosco a memoria. La guida è il controllo che estendo sull’ignoto, perché dell’ignoto ho paura, anche se non vorrei. Ho paura della sporcizia, delle malattie, delle moltitudini di persone, di non tornare più. Eppure faccio finta di niente, fingo scioltezza con il mio compagno di viaggio.

 

Siamo arrivati un paio di giorni fa, all’una di notte. Dall’aeroporto abbiamo attraversato su un taxi tutta la città, percorso chilometri, parte dei quali su una strada a più corsie, e quello che abbiamo visto dal finestrino sono state soprattutto persone. Persone sdraiate ai lati della strada e in mezzo alle due carreggiate, persone che dormivano ammassate le une alle altre; molte sulle loro biciclette sgangherate o sui loro tuk-tuk, alcune sopra sacchi di plastica, o di iuta, non avrei saputo dirlo. Ogni tanto abbiamo avvistato l’immancabile mucca, o meglio il fantasma di un bovino, considerata la magrezza. L’albergo era in centro, la hall di marmo, le stanze decrepite senza finestre e senza lenzuola. Quando è arrivato il momento di coricarci, sono rimasta sdraiata tutta la notte sul mio sacco a pelo con lo spazzolino in mano, brandito come una lancia. E se entra qualcuno dalla porta? – la porta non si chiude –, se tenta di derubarci? se ci sequestrano? Lo spazzolino mi è subito sembrato una potenziale arma. Ma figurati se qualcuno viene per farci del male! Sono tutti gentili, sono tutti sorridenti, ti guardano con occhi scurissimi, magnetici, ho cominciato a dire tra me e me. Se sei gentile come sai essere, non succederà niente; sai: l’empatia, l’umanità, la connessione con gli altri. E così, seguendo il mio nevrotico mantra interiore, mi sono addormentata.

 

Siamo arrivati di notte, abbiamo visto persone sdraiate ai lati della strada, persone che dormivano ammassate le une alle altre

Qualche sera fa ho presentato un libro di Tony Wheeler, il fondatore della Lonely Planet, uno dei più grandi viaggiatori viventi. Per lui, tra gli aspetti più paradossali del viaggio, c’è quella che definisce la “voragine della separazione”: il fatto, a volte, di essere vicini a qualcuno ma in fondo lontanissimi. Succede quando non ci liberiamo delle nostre paure, dei nostri pregiudizi e quando la comunicazione è preclusa perché la distanza linguistica ci rende estranei al luogo in cui ci troviamo. Alla stazione di Nuova Delhi mi sembrava di essere finita in un rompicapo. Mi guardavo intorno, sperduta tra famiglie accampate per terra e un infinito via vai di persone, consultavo la guida in cerca di una risposta. Su un volantino informativo dei treni in partenza, compariva sempre la parola kal, ma i conti non tornavano. Fin quando, consultando un dizionario, ho capito che kal vuol dire sia “ieri” che “domani”. Il tempo qui non scappa in avanti, ritorna. A fare la differenza è solo l’oggi, il momento che stai vivendo.

Il viaggio in India è durato un mese. Un lungo mese di periodi ipotetici. A pochi chilometri dal Taj Mahal c’è una città del Cinquecento, edificata dall’imperatore moghul Akbar. Si chiama Fatehpur Sikri, la “città della vittoria”: uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Siamo entrati dentro le mura che erano le tre del pomeriggio, e non c’era nessuno. Solo noi e il silenzio incantato dei palazzi in pietra rossa che Akbar aveva fatto decorare con i simboli delle tre religioni monoteiste, in un tentativo grandioso di sincretismo. Arrivati al Diwan-i-Khas, la sala delle udienze, ci siamo accorti che soli non eravamo. Un ragazzo indiano se ne stava accucciato su un muretto dondolandosi ritmicamente; intanto ci guardava con occhi sgranati, i capelli tinti di henné, l’espressione inquieta. Ce ne siamo andati ignorandolo, senza confessarci di essere rimasti turbati dal suo aspetto. Lo abbiamo incontrato di nuovo alla piscina e poi sulla terrazza che era riservata all’imperatore. Era lì a osservarci anche al palazzo Birbal, nel quartiere femminile della città, ma non ci eravamo accorti che ci stesse seguendo. E se fosse armato? E se decidesse di sputarci addosso il betel che sta masticando dalla prima volta che lo abbiamo incontrato? Scapperei! La risposta era sempre quella: scapperei più forte che posso giù dalla collina, lungo la strada verso l’albergo, imprecando contro l’India e i suoi abitanti; scapperei, per poi forse odiare questo luogo e anticipare la partenza. “Tutto bene?” Continuava a chiedere il mio compagno di viaggio. “Certo, è un posto meraviglioso”, ripetevo io con un sorriso forzato. “Era brutto quello lì”, ha detto lui. Io ho alzato le spalle, fingendo indifferenza, la calma placida della viaggiatrice esperta. “Figuriamoci se in un posto di pace e amore come questo, dove ogni persona è sempre ben accetta, può succederci qualcosa”, ho ribattuto con aria altezzosa.

 

Arrivati a Shimla – la città ai piedi dell’Himalaya, un tempo capitale estiva del Raj britannico – con un trenino simile a quello che attraversa la Svizzera, le paure sono state soppiantate dalla stanchezza, dal desiderio di un letto e di un chai, un tè. La mia fiducia nelle persone era tornata quasi intatta. E infatti avevo ragione. Ad aggredirci con balzo spettacolare e improvviso sulla scala per raggiungere la nostra stanza è stata una scimmia.

 

Io e il mio compagno di viaggio siamo andati in India con un’idea precisa. Ci saremmo sottoposti all’infinità numerica delle sue folle; agli animali (maiali, capre, mucche) per le vie di Jaipur; alla stagione dei monsoni; alle strade senza divisione di corsie dove tutti suonano il clacson in continuazione; al cibo rimediato per strada, ai letti e ai bagni sempre ai limiti della decenza, all’odore che ti segue ovunque – l’odore delle spezie, dei gelsomini e della frutta, di qualcosa che marcisce e altro che nasce, l’odore della vita e della morte che qui è sempre in agguato –, avremmo accettato qualsiasi cosa, a patto di puntare poi all’Himalaya, di salire più che potevamo, fino a tremila metri e poi ancora fino a cinquemila e oltre. Tutto per andare lassù, sul tetto del mondo, a sentire la potenza della montagna e del cielo sopra la testa.

 

La città di Manali mi è piaciuta subito, mi sembrava di essere a Bormio, le vette innevate in fondo, i boschi, i piccoli sentieri. Con la differenza che ai lati della strada invece che le felci crescono gli arbusti di marijuana. Appena arrivati, abbiamo puntato al villaggio di Vashisht, poco più a nord, dove le case sono in stile himalayano, con vasti bovindi di legno e muri colorati. Al centro del paese, invece di una piazza, c’è una grande vasca dove sgorga acqua calda termale, anche se possono bagnarsi solo gli uomini. Arrivata qui ho pensato che potevo rilassarmi definitivamente, frequentare un corso di reiki, imparare a cucinare il palak paneer (la salsa di spinaci che mangiavo sempre), leggere tutti i libri che mi ero portata, aspettare di vedere le stelle e vestirmi da fricchettona per una volta nella vita, la camicia con le maniche scampanate e gli specchietti incastonati sul petto. Ho pensato che poteva essere una meta finale, almeno fino a quando non ho visto un foglio ciclostilato su tutti i pali della luce. Il nome del ragazzo era Kurt, olandese, ventotto anni, faccia larga, orecchini. Kurt era scomparso da un mese, si era avventurato su per la montagna partendo dalla periferia di Vashisht e non era più tornato. Ho guardato i sentieri che s’inoltravano tra gli arbusti di marijuana, ho pensato che era diverso dal cogliere fiori, che la montagna era di qualcuno, forse di Shiva, forse degli indiani che ci osservavano perplessi. Certo non nostra, non di Kurt. Poi, come se avesse una qualche attinenza con il ragazzo scomparso, ho pensato che a un certo punto l’acqua avrebbe preso a ribellarsi ai turisti, che la sorgente avrebbe sgretolato il terreno e che un fiume rovente avrebbe corroso l’intero paese. Infine mi sono svegliata di soprassalto, era l’alba. Ho scosso il mio compagno di viaggio e gli ho detto: “Dobbiamo partire, qui non siamo al sicuro, dobbiamo salire dove la montagna è più pura”. Avevo smesso di pensare che la soluzione migliore sarebbe stata quella di tornare in Italia.

 

L’odore delle spezie, dei gelsomini e della frutta, di qualcosa che marcisce e altro che nasce, l’odore della vita e della morte

Quando abbiamo preso l’autobus che percorre l’ultimo tratto dell’Himachal Pradesh e s’inerpica fino all’autostrada in quota che porta in Ladakh, la divisione a maggioranza buddista del Kashmir, ci hanno avvisato che la strada era franata e che il Rohtang Pass, il valico a quattromila metri di altitudine, dovevamo farlo a piedi, arrampicandoci su per la montagna insieme ad altre centinaia di persone.

 

Dopo il Rothang Pass la strada era intatta, ma ci abbiamo impiegato quarantotto ore di pullman per arrivare a Leh, la capitale del Ladakh, a tremilacinquecento metri, in mezzo a un deserto in quota, circondati da montagne così grandi da sembrare divinità. Qualcuno mi aveva raccontato che in quei luoghi – e in tutta l’India – si poteva prendere un’infezione intestinale: non era così improbabile, in effetti. Ma quando a mezzanotte, dopo ore di tornanti mozzafiato sospesi sul nulla, mi hanno servito un’intera casseruola di montone cotto nell’aglio, tra l’eventualità di rimanere a digiuno e quella di rischiare il mal di pancia (nelle varianti di gastroenterite, colite, epatite), ho scelto la seconda opzione. Ricordo che masticavo, facendo finta di parlare di libri con Marco, un ragazzo di Roma conosciuto in autobus; invece dentro di me pregavo, io che non prego mai. Pregavo, anche se la memoria s’inceppava sempre al “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

 

Quando ci siamo messi in cammino da Leh per raggiungere gli sperduti villaggi contadini verso il Kashmir, qualcosa era cambiato

Andando in Nubra Valley non mi è venuto il mal di montagna che aspettavo da giorni, anche se per arrivarci si deve transitare per il passo di montagna più alto del mondo, ben oltre i cinquemila metri. Durante un breve trekking, poi, siamo finiti in un corso d’acqua; ci siamo subito asciugati e per ore mi sono ispezionata il corpo alla ricerca affannosa di possibili sanguisughe attaccate alla carne, fin quando il compagno di viaggio mi ha fatto notare che sembravo la paziente di un ospedale psichiatrico. Che mi guardassi intorno, eravamo nel mezzo di un piccolo deserto di dune, abitato dai cammelli battriani, cammelli montanari, e circondato non solo da montagne ma anche da coltivazioni di albicocche.

 

Quando, prima di tornare a Delhi con un volo, ci siamo messi in cammino da Leh per raggiungere gli sperduti villaggi contadini verso il Kashmir, muniti solo di una cartina militare che non sapevo leggere, qualcosa era cambiato senza che me ne fossi accorta. Ero pervasa da un insano ottimismo, nonostante i sentieri non fossero segnati e il percorso si addentrasse in una specie di deserto di roccia; nonostante ci stessimo mettendo cinque ore per arrivare al primo villaggio invece che due e mezzo. Eppure camminando mi sentivo alleggerita di molte paure ma anche di tante idee e pregiudizi, soprattutto su me stessa. Quando abbiamo incontrato Jonathan, un panettiere israeliano in viaggio ormai da un anno che come noi aveva perso la rotta, mi è sembrato l’evento più naturale del mondo. Insieme abbiamo ritrovato il sentiero e siamo arrivati a destinazione per l’ora di cena. Da quel momento in poi non sarebbe stato più possibile perdersi.

 

Gaia Manzini è nata a Milano e vive a Roma. Ha esordito nel 2009 con la raccolta di racconti “Nudo di famiglia” (Fandango). Dopo il romanzo “La scomparsa di Lauren Armstrong” (Fandango, 2012) nel 2014 ha pubblicato “Diario di una mamma in pappa” (Laterza), viaggio sentimentale tra le avventure della maternità. Del 2017 “Ultima la luce” (Mondadori).

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