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Il viaggio che mi ha cambiato la vita

Un rave per Lisbona

Estate del 2008, un viaggio nello spazio e nel tempo in Portogallo. Per finire nella città sospesa che è frontiera ultima del “nostro mondo”. E che oggi, ahimè, è una necropoli

14 Luglio 2019 alle 06:04

Un rave per Lisbona

C’è sempre una persona, un libro, un’esperienza, un viaggio che cambiano la vita. Magari non è tutto merito loro, semplicemente capitano nel momento giusto, quando le nostre vite sono lì, pronte e disponibili a essere cambiate e loro, il libro, l’esperienza, il viaggio danno una mano. Per questa estate – una stagione a cui è difficile slegare l’idea di partenza, di fuga, di vacanza – abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Il primo è Vanni Santoni, che “a un passo dai trent’anni” va a un teknival in Portogallo, dove scopre, oltre a villaggi fermi agli anni Cinquanta, una città in cui “evaporazione e atemporalità sono le coordinate su cui si articola ogni esperienza del mondo”. E a Lisbona tornerà una, due, tre volte, fino a trovarla profondamente cambiata.

 


  

Avendo abbastanza girato il mondo, non mi piace molto la retorica del viaggio, così come, lavorando coi libri, non amo quella che li vorrebbe oggetti miracolosi: qualcuno ricorda la campagna di promozione della lettura di qualche anno fa, che regalava per lo più “midcult” perfetti per far smettere di leggere? C’è un meme che circola online, in cui alla trita frase “il razzismo si cura viaggiando, il fascismo si cura leggendo” è contrapposta una fotografia di Hitler in treno con un libro in mano… Tutto dipende, insomma, da cosa si legge e da come si viaggia.

 

Tra il 2007 e il 2008 la cultura rave si trovava nella doppia condizione di essere data per morta e vivere la sua stagione più grandiosa

E il viaggio è diventato questione sempre più spinosa, per la linea sottile che lo divide dal turismo. Il turismo, oggi – lo si lasci dire a qualcuno che vive accanto al Duomo di Firenze – è né più né meno inquinamento umano, e non è neanche più vero il vecchio leitmotiv secondo cui porterebbe ricchezza, a meno di diventare tutti titolari di schiacciaterie. Così, io stesso cerco di non fare mai il turista, dato che provo una certa (e credo legittima) ripugnanza nel trasformarmi a mia volta in inquinamento, e faccio in modo di andare nei posti solo quando c’è qualcosa da fare, che sia un lavoro, un evento culturale “vero” (certo, anche quello è turismo, ma almeno si finanziano dinamiche locali di valore) o meglio ancora un bel trasferimento temporaneo, come gli ultimi due anni passati a Tel Aviv per via del mestiere della mia consorte – due anni che magari non mi hanno cambiato la vita ma mi hanno fatto stare parecchio bene.

 

Per queste ragioni, non mi viene scontato inquadrare un “viaggio trasformativo”, a meno che non valgano, come suggerisce Michael Pollan nel saggio più discusso del momento, Come cambiare la tua mente, anche quelli di ordine psichedelico. Ma proviamo a fare il punto, a scavare. L’infanzia è da escludere: i miei mi portavano molto in giro, ma a quei tempi pativo il mal di macchina (e loro, novecenteschi com’erano, non concepivano altre modalità di viaggio) e passavo le trasferte in preda alla nausea, implorando di volta in volta una sosta per vomitare. Certo, tutti quei viaggi mi hanno abituato, come si suole dire, “all’alterità”, ma non ricordo in essi nulla che mi abbia cambiato la vita quanto certi libri o certe esperienze private o privatissime.

 

Veniamo all’adolescenza (sì, quella che in Italia dura dieci anni, quando va bene). Qua la dimensione è per lo più edonistica, e si fa presto ad autoingannarsi – abbiam capito, sei stato qua o là da giovane, ti ha detto bene con qualcuna o con qualcuno, e adesso ci vieni a dire che Copenhagen o Amsterdam o Barcellona sono importanti perché… bla bla… –, quindi niente.

 

Tolgo subito anche i viaggi, fatti verso i venticinque, ventisei anni, in posti-lontanissimi-dove-studiava-un-amico perché lì ero in fin dei conti un turista, e pure l’India perché quanto ho visto là da imprenditore era per lo più capace di cambiarti sì la vita, ma in peggio (e poi l’ho già raccontato nella “parte di Louis” dei Fratelli Michelangelo). 

 

Bisogna, temo, arrivare all’estate del 2008. A un passo dai trent’anni – a adolescenza finita, quindi, pure per gli standard italiani. Idanha-à-nova, Boom off ovvero anti-Boom, il teknival nato in opposizione a un festival di cui non avevo (ancora) mai sentito parlare…

 

Tornai nel 2010 e 2012, Lisbona mai mi negò i suoi favori, sospendendomi ogni volta dalle contingenze di tempo e spazio

Contestualizziamo. Tra il 2007 e il 2008 la cultura rave si trovava nella doppia condizione di essere data per morta e vivere la sua stagione più grandiosa. Con quindici anni di storia sulle spalle, altre controculture sarebbero già state solo materiale da libri di sociologia, ma la dimensione prettamente nomade della free tekno le aveva garantito una longevità superiore. Si trattava di un nomadismo nato da necessità, dato che le prime carovane e “tribe” lasciarono l’Inghilterra per la Francia in seguito al Public Order and Justice Act del ’94, che vietando “eventi dove la musica include suoni pienamente o predominantemente caratterizzati dall’emissione di una successione di battiti ripetitivi” di fatto metteva fuori legge la cultura rave (un caso quasi unico di razzismo musicale elevato a legge, il cui unico precedente nella storia è il Regolamento per le orchestre del ministero della cultura nazista, che vietava il foxtrot in quanto propenso a “risvegliare istinti bestiali”), e poi anche le nuove tribe francesi si sparsero per l’Europa con la legge Mariani, del 2001, analoga di quella inglese nel suo vietare ‘‘eventi con musica amplificata da più di 500 persone’’, ma tutto ciò fece diffondere le spore di questa nuova scena meglio di qualunque azione volontaria. Così, sette anni più tardi, se l’epoca d’oro dei 90 si configurava già come territorio del mito, la “rave nation” è al massimo della sua estensione, sia numerica – ogni settimana ci sono centinaia di feste, da quelle da poche decine di persone ai teknival da cinquantamila presenze al giorno – che spaziale, coinvolgendo l’intera mappa d’Europa.

 

Un’Europa i cui giovani cominciavano a capire che, no, non avrebbero più potuto definire la propria identità in base al lavoro, destinato a precarizzarsi e scomparire, ma solo attraverso ciò che facevano e stabilivano di essere nel tempo libero, e che era quindi pronta all’esperienza liberatoria dei free party: pronta a ricevere le tribe in viaggio, e pronta a viaggiare a sua volta per raggiungere i luoghi delle feste. E’ del resto intorno a un viaggio che si coagula una delle più grandi azioni del movimento, quella spedizione della tribe inglese Desert Storm nel cuore nero dell’Europa, a Tuzla e Sarajevo durante la guerra, nel ’94, a portare un po’ di umanità in forma di battiti elettronici a chi viveva da mesi sotto assedio – ma il viaggio, il trovare la festa, la festa come riconfigurazione del concetto stesso di mèta, è fulcro centrale della cultura rave anche per i semplici partecipanti: improvvisamente ci sono nuovi motivi per attraversare i confini (non è un caso che l’intera faccenda decolli con Schengen) e mappare una nuova e diversa Europa, periferica e sotterranea.

 

I giovani non avrebbero più potuto definire la propria identità in base al lavoro, ma solo attraverso ciò che facevano nel tempo libero

Ecco allora che nel 2008, dopo innumerevoli fughe a est culminate in spedizioni in Asia, e come preconizzando la fine dei confini oltre cui ci si poteva spingere, la carovana free tekno si dava come obiettivo il Portogallo, all’estremo ovest del continente. Il luogo, ignoto ai più, era il lago di Idanha-à-nova, distretto di Castelo Branco, “dalle parti di Lisbona” solo per gente che era abituata a considerare vicino un posto a un centinaio di chilometri (la prassi delle feste libere prevedeva la comunicazione della sola zona o regione in cui convergere prima di fornire la location esatta, onde evitare sgomberi preventivi).

 

Ed eccomi allora sbarcare a mia volta a Lisbona, in quell’estate torrida, almeno per gli standard di allora. Già troppo anziano per i furgoni, ero arrivato in aereo e il mio piano era di raggiungere il teknival annunciato come “Boom off” coi mezzi pubblici, ricongiungendomi solo allora coi miei sodali arrivati su gomma. Il viaggio si trasformò ben presto in uno spostamento non solo nello spazio ma anche nel tempo: è quanto accade quando, dal Portogallo costiero di Lisbona, che pur nelle sue suggestioni retró già dieci anni or sono imponeva immediato senso di modernità con un sistema di metropolitana da Nordeuropa, procedi verso l’interno – e lo fai, ineludibilmente, con treni sempre più rarefatti e vecchi autobus.

 

 Nel quartiere di Santos, ancora incorrotto dalla messinscena turistica, trovai una genuinità che non aveva niente dell’oleografia

Passai così dagli anni 90 ai 70 e poi, nei piccoli villaggi piastrellati, tremolanti nell’aria rovente, nei 50, fino allo spazio brullo e atemporale, forse addirittura post-temporale, delle alture attorno al basso lago di Idanha-à-nova. Se il rave, tanto nelle sue radici ideali – la sintesi tra il “no future” dei punk e l’utopica “era dell’Acquario” degli hippie – quanto nelle pratiche – riallinearsi attraverso i centottanta battiti al minuto a un tempo che non è né quello del lavoro né quello della storia (la storia è finita e si balla sulle macerie, come nella Tolone di Maupassant), mai forse trovò un luogo più adatto in cui esprimersi (incidentalmente celebrando anche la fine della propria storia) rispetto a quel deserto nel più estremo e spopolato lembo d’Occidente. Le Terre occidentali, dal Libro dei Morti degli Egizi alle interzone di William Burroghs, sono sempre campo esiziale, luogo del tramonto che si fa eterno. Lì uscimmo dallo spazio e dal tempo, ci disfacemmo in vapore se non in quanti, per poi ricomporci, uscendo lustrali dal lago, in veridici homines novi. Si può obiettare che ciò avviene alla fine di ogni rave che si rispetti, se è vero che, in ultimo, la dimensione che eventi del genere perseguono e mettono in scena è sempre quella rituale e iniziatica, ma quella volta, semplicemente, tutto accadde in modo più radicale e intenso – e non sarebbe finita lì poiché, trascorse le cinque notti del baccanale, avrei trovato Lisbona ad accogliermi. La città dove evaporazione e atemporalità sono le coordinate su cui si articola ogni esperienza del mondo – si chieda a Pessoa – e che del nostro mondo è frontiera ultima e orizzonte degli eventi.

 

Nel quartiere di Santos, ancora incorrotto dalla messinscena turistica, trovai alloggio e una genuinità – si parla pur sempre di vecchiacci che sbattevano due pesci su una gratella in mezzo a un cortile pieno di macerie e ti versavano vino bianco imprecando – che non aveva niente dell’oleografia. Quanti giorni ci passai? Difficile dire: la categoria stessa perdeva di significato.

 

L’imprinting di quel viaggio fu così forte che occorrevano pretesti per ripeterlo. Durante il teknival, quando alla notte, dall’altro lato del lago, emergevano luci versicolori tratteggianti strutture dalle strane forme, avevo appreso che “di là” si svolgeva il Boom Festival – da cui il nome di quell’anno, appunto non banalmente “teknival Portugal” ma “Boom off” –, massima espressione di quella cultura psytrance che andava divorando spazio e accoliti alla free tekno. I “goani”: più digeribili per le autorità (ai loro festival si pagava pur sempre il biglietto) e disprezzati dai “teknusi” per il loro eccesso di buoni sentimenti, oltre che per l’approccio utopico invece che distopico – quella psytrance, essendo cultura rave senza la dimensione punk, aveva finito per essere semplicemente cultura hippie elettrificata e amplificata. Due estati più tardi, ero pronto a tradire la tekno anch’io: passati ormai i trent’anni, comodità borghesi quali la certezza del fatto che la festa si sarebbe svolta dove e quando atteso (per tacere della sopravvenuta intolleranza verso pitbull allo stato brado e giacigli improvvisati nella mota) cominciavano a mostrare il loro appeal, e così partii per Lisbona, alla volta del Boom Festival del 2010. Il medesimo viaggio si ripeté nel 2012, e se nessun Boom può mai fornire l’esperienza libera, folle e pirata di un vero teknival, Lisbona non venne mai meno a ciò che mi aspettavo da lei, e mai mi negò i suoi favori, sospendendomi ogni volta dalle contingenze di tempo e spazio.

 

Quella città si presentava ogni volta così liminale da far sorgere un dubbio: poteva il suo stato essere permanente, o in realtà era essa stessa sull’orlo del precipizio? Avrei avuto la risposta sette anni dopo – oggi! – tornandoci, per così dire, sulla fiducia, e trovando, invece di una città, una necropoli: l’evaporazione era stata completa e non c’erano più abitanti, salvo quelli che al mattino si spingevano al suo interno per cambiare le lenzuola negli AirBnb che sembravano aver sostituito in toto le abitazioni, mentre l’unica umanità era quella in infradito e macchina fotografica che si affollava attorno al castello e al quartiere di Alfama, già contaminato dieci anni prima e ora ridotto interamente a bazar di “idee regalo”. Unico possibile rifugio, la mia vecchia trattoria nel cuore di Santos, rimasta nel frattempo isolata: un luogo perfetto per ripensare a quando Lisbona cambiava le vite di chi ci passava, mentre oggi, almeno a giudicare dallo sguardo che mi tirava l’oste, finiva per cambiare, e in tutt’altro senso, solo quelle di chi si ostinava a viverci.

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