Little Boy non è il solito memoir

Vanni Santoni

Nell’ultimo libro di Ferlinghetti tutto è interconnesso secondo il flusso della memoria e del pensiero

Prima che io possa parlare di Ferlinghetti, è indispensabile che racconti un certo aneddoto. Avevo da poco pubblicato il mio romanzo d’esordio, quando fui invitato a partecipare a un’antologia, messa su da un editore oggi scomparso che aveva cercato di dare forma al suo progetto attingendo dall’underground letterario dell’epoca. Avevo accettato perché mi avevano detto che nel libro ci sarebbe stato “anche Ferlinghetti”. Ora, io a quei tempi avevo letto solo classici russi e francesi, ma che Ferlinghetti fosse davvero importante – che fosse l’amico e il complice di giganti della letteratura come Burroughs, Ginsberg e Kerouac –, lo sapevo. Devo dire, allora, che l’idea di ritrovarmi, col mio raccontuccio (va da sé che ai tempi mi sembrava un testo epocale) accanto a Lawrence “City Lights” Ferlinghetti mi faceva sentire sostanzialmente arrivato. Non sapevo ancora che in letteratura non si arriva mai (e con un racconto in un’antologia magari nemmeno si parte), ma la delusione fu significativa quando, all’uscita della raccolta, scoprii che il “racconto” di Ferlinghetti consisteva in una frase. Di fatto, una breve mail in cui salutava il curatore, il quale tuttavia l’aveva inclusa senza ritegno, onde mettere il nome dell’autore sul volume.

 

Ecco, dopo quell’evento, sviluppai una certa diffidenza nei confronti di Ferlinghetti. Ingiusto? Forse: pure, non riuscivo a evitare che mi facesse lo stesso effetto di certi fumettisti di medio cabotaggio che hanno costruito una carriera sul mero fatto di aver lavorato assieme a Andrea Pazienza.

 

Ovviamente mi sbagliavo, e per capirlo non sono bastati i volumi di poesia americana del Novecento che nel frattempo mi sono letto. C’è voluto, in effetti, questo Little Boy, l’ultimo romanzo di Ferlinghetti, pubblicato – potrebbe essere un record – all’età di cento anni. Quando l’ho cominciato ero ben prevenuto, e dato che l’avvio assomigliava a ogni effetto a quello di un memoir, ho trovato addirittura irritante la dichiarazione dell’autore in quarta: “Non sono memorie, le memorie sono per le ragazze vittoriane. Non è nemmeno un’autobiografia, è semplicemente un ‘io immaginario’, il tipo di libro che ho scritto per tutta la mia vita. Diciamo che è un romanzo sperimentale”. Perché diceva questo, se poi non era altro che un memoir, e pure parecchio tradizionale? Per avere una risposta – e con essa zittirmi per sempre – è stato sufficiente superare le prime venticinque pagine, quando quella che comincia come la storia di un bambino nell’America degli anni 20 si tramuta in una esplosione inarrestabile di visioni, riflessioni, j’accuse, battutacce, poesie, deliri, appelli ecologisti, viaggi, critica letteraria e storia del costume.

 

Un vero e proprio tsunami concettuale che assomiglia a quelli alimentati da benzedrina e psichedelici dei suoi compari dei bei tempi, ma che rispetto ad allora trova una qualità ulteriore: una qualità prettamente proustiana, per come il ricordo plasma nuovamente la realtà, la reinventa e le dà una sostanza prima insospettata, dimostrando che a cento anni si può scrivere un romanzo non solo saggio, ma anche acuto, scattante e sarcastico. Leggere Little Boy – e a un certo punto ci si renderà conto che, sì, vuol dire “ragazzino”, ma è anche il nome della prima bomba atomica – è come salire su un ottovolante le cui rotaie poi si rivelano la rampa di lancio di un razzo sparato nelle vette del più alto magistero linguistico, immaginifico e strutturale: una furiosa sonata jazz in cui tutto è interconnesso secondo il flusso ibrido della memoria e del pensiero, e in cui tutto è al tempo stesso ricordo, sogno, storia del Ventesimo secolo e pura finzione – e allora capisci che, per quell’antologia di giovani aspiranti e scappati di casa, già solo avere una frase di quest’uomo, anzi di questo inimitato miscuglio di filosofo, libraio, poeta, bambino, vecchiaccio ed eroe, era molto, anzi troppo.

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