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Elogio dei vagabondi

Il libro di Olga Tokarczuk, trionfo dell’incompiuto, del periferico e del dubbio. Perfetto per i nostri tempi

22 Settembre 2019 alle 06:00

Elogio dei vagabondi

I vagabondi, Olga Tokarczuk, Bompiani

Non è la prima volta che il Man Booker Prize International fa tornare alla ribalta, in paesi che lo avevano ignorato o non lo avevano proprio mai visto, un grande autore dell’est. La prima volta è capitato con un vero gigante, l’ungherese László Krasznahorkai, pubblicato per la prima volta in Italia dalla Zandonai e che, dopo la vittoria del premio nel 2015 (con un libro del 1985, il suo esordio “Satantango”), è stato ripreso da Bompiani, la quale sta oggi per uscire con “Il ritorno del barone Wenckheim”. Simile il destino della polacca Olga Tokarczuk: alcuni suoi libri erano usciti in sordina, presso E/O e Nottetempo, ma dopo la vittoria al Man Booker Prize International torna in libreria con “I vagabondi”, pubblicato, a undici anni dall’originale, sempre da Bompiani, nella traduzione di Barbara Delfino.

 

I “vagabondi” del titolo non sono vagabondi qualunque, dato che la parola originale, bieguni, indica un gruppo, forse finzionale, di nomadi e reietti slavi che “cercano la salvezza nel continuo spostamento”. E “I vagabondi” è sicuramente e prima di tutto un elogio del movimento, del viaggio, del vagare del flâneur e anche di quello del turista (si capisce che è un libro scritto prima della crisi dal fatto che non vi si trovano migrazioni a scopo economico, né di poveri, né di borghesi, cosa che a tratti fa pensare a una celebrazione del “viaggio all’occidentale”, comprensibile in chi è cresciuto sotto la Cortina di ferro, diventata oggi un po’ ingenua). Questo è tuttavia solo il lato più superficiale del libro, che alcuni hanno fatto fatica a chiamare “romanzo”, essendo composto da frammenti il cui collante è tematico e concettuale, ma che in realtà, considerando il terreno in cui si muove oggi il fronte d’onda di tal genere – si pensi a Sebald, diretto progenitore di quest’opera, ma anche ai grandi “romanzi-contenitore” di quelli che oggi sono i maggiori scrittori europei: il romeno Mircea Cărtărescu con “Abbacinante” e l’imminente “Solenoid”, il francese Mathias Énard con “Zona e Bussola”, il bulgaro Georgi Gospodinov con “Romanzo naturale e Fisica della Malinconia“ ”– non c’è alcun problema a definire così. Seguendo Tokarczuk nelle sue peregrinazioni fisiche e mentali incontriamo una vera e propria Wunderkammer di luoghi e oggetti, a cominciare dalle parti anatomiche, da sempre elemento imprescindibile di ogni “gabinetto delle curiosità” che si rispetti: dal cuore di Chopin – rocambolescamente trasportato da Parigi a Varsavia –, ai seni di sant’Anna conservati in una caraffa di vetro, fino alla gamba amputata dell’anatomista olandese Philip Verheyen che, dissezionandola personalmente, scoprì il tendine di Achille. Agli oggetti e ai luoghi bizzarri fanno eco personaggi altrettanto strani (o allegorici). Come la donna che sta scrivendo un libro su ogni crimine mai commesso dagli uomini, o il viaggiatore che si porta dietro breviari di frasi di Cioran, da usare a mo’ di oracoli, e vagheggia un mondo in cui si sostituiscano le bibbie nei cassetti degli alberghi. Fino a personaggi più ordinari, ma sempre sospesi in atmosfere liminali, come la madre e il bambino che scompaiono su un’isola o la donna che torna in patria dopo decenni per aiutare il suo primo amore a morire.

 

Essendo un libro di curiosità, storia e riflessioni, in cui l’ambizione è creare connessioni, e quindi struttura narrativa, solo attraverso collegamenti estetici e simbolici, il paragone che sorge più immediato è appunto quello con Sebald. Ma nei “Vagabondi” si possono trovare anche echi di Kiš e Schulz, oltre che del Calvino delle “Città invisibili”, sebbene la malinconia un po’ beffarda che stilla dal romanzo sia un carattere proprio di Tokarczuk. Ma anche dell’insanabile attrazione per tutto ciò che è incompiuto, periferico e dubbio, nonché di una evidente preferenza per la conoscenza intuitiva e per la connessione estemporanea: strumenti che, forse, possono tornare utili per venire a capo di un’epoca in cui sono saltati tutti i parametri che prima credevamo assoluti.

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