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Fumetti sanguinari

Bentornato “Squeak the mouse”, storie di un gatto e di un topo che se le danno di santa ragione

11 Agosto 2019 alle 06:14

Fumetti sanguinari

La copertina di Squeak the mouse

Se di qualcosa si può esser certi, è che vedere buffi animaletti darsele di santa ragione è irrimediabilmente divertente. L’ultima volta che è accaduto sotto ai nostri occhi è stato a metà anni Zero, con la serie di video (in Adobe Flash Player) degli “Happy tree friends”, in cui un colorato assortimento di stolidi e tenerissimi personaggi – un coniglietto, un’orsetta, un alce, un porcospino e molti altri – finiva ogni volta massacrato nei modi più brutali. Prima, naturalmente, ci furono “Grattachecca & Fichetto”, ovvero “Itchy & Scratchy”, la “serie nella serie” – si trattava del cartone animato contenuto nello show televisivo di Krusty il Clown, adorato da Bart e Lisa come da tutti i bambini di Springfield – inclusa nei “Simpson”. Ma il primo a notare il potenziale di “ultraviolenza” insito nei cartoni animati classici basati sull’inseguimento – su tutti “Tom & Jerry” della prima Hanna & Barbera, alcuni Looney Tunes quali “Silvestro & Titti” o “Wyle E. Coyote & Beep Beep”, ma anche gli “Herman & Katnip” dei Famous Studios – fu il fumettista italiano Massimo Mattioli, col suo “Squeak the mouse”, di cui “Grattachecca & Fichetto” è diretta derivazione. 

 

Artista versatile – mentre pubblicava “Squeak the mouse” sulla rivista “Cannibale”, fondata assieme a Stefano Tamburini, e che sarà palestra di autori come Pazienza, Liberatore e Scozzari, pubblicava il per niente sanguinario (ma certamente surreale e parodico) fumetto per bambini “Pinky” sul “Giornalino” delle Edizioni San Paolo –, Mattioli realizzò le prime storie di “Squeak the mouse” per “Frigidaire”, rivista-contenitore che aveva intercettato i talenti formatisi su “Cannibale”, nel 1982. Il primo volume uscì nel 1984, seguito dal secondo solo otto anni più tardi. Nonostante la celebrità globale nel frattempo raggiunta dalla serie, una ristampa delle due raccolte ebbe luogo solo nel 1994, per la Blue Press, e da quel momento il topo e il gatto più violenti di sempre diventarono roba da scandagliatori di mercatini dell’usato. Si capisce allora che la ripubblicazione integrale di queste storie da parte di Coconino Press sarebbe già di per sé rilevante; il fatto che il volume contenga anche una terza parte, rimasta finora inedita, lo rende uno degli eventi editoriali dell’anno.

 

Raccontare cosa succede in “Squeak the mouse” è fin troppo semplice: un gatto dà la caccia a un topo e i due finiscono per uccidersi a vicenda nei modi più bizzarri. Ma l’opera, anche al di là della sua influenza, non si limita a questo: è anche piena di sesso (secondo la lezione di Robert Crumb e degli altri di “Zap Comix”, che per primi piegarono il tratto infantile dei cartoon per contenuti adulti), di alcol (non di rado Mattioli parodizza il “product placement” del cinema dell’epoca, mostrando in bella vista bottiglie di Glen Grant o di Gordon’s) e, appunto, di riferimenti alle pellicole horror anni Ottanta, nonché ai fumetti suoi contemporanei (oltre che a quelli dello stesso Mattioli: fa capolino qua e là anche Joe Galaxy, il suo “avventurista dello spazio” comparso per la prima volta sul “Male”). Né si creda che il rilievo di “Squeak the mouse” sia solo storico. Al di là del fatto che l’influenza del suo contrasto tra disegno carino e contenuto efferato si può notare anche in opere più recenti e assai variegate, tanto di artisti chiave del fumetto mondiale (come Miguel Ángel Martín creatore di “Brian the brain”) quanto di fenomeni nati su Internet e poi approdati a una poetica più matura (come Joan Cornellá), quello che Mattioli dimostra – in tutta la sua carriera e sommamente in “Squeak the mouse” – è di essere il maestro assoluto della decostruzione e ricostruzione del linguaggio fumettistico: ne è dimostrazione il fatto che, nonostante il numero di imitazioni, a trentacinque anni dalla prima uscita, questo topo e questo gatto riescono non solo a essere ancora attuali, ma anche a essere ancora radicali.

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