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E alla fine c’è il Drago

Un libro che ripercorre l’epopea del mostro immaginario, dalla Bibbia alla storia dell’antica Roma

7 Luglio 2019 alle 06:11

E alla fine c’è il Drago

Chiunque abbia giocato almeno una volta a Dungeons & Dragons, o a un qualunque altro gioco di ruolo fantasy, sa cosa deve aspettarsi in fondo al dungeon (ovvero al sotterraneo) – o meglio contro cosa dovrà battersi, se vorrà portare a casa il tesoro. Lo dice il nome stesso del gioco: in fondo al sotterraneo c’è il drago. Ora, chi ha giocato almeno due volte a Dungeons & Dragons sa che in realtà può esserci anche un lich (ovvero uno stregone passato alla non-morte) come nella Tomba degli orrori, forse il più famoso modulo di avventure della storia del medium, un beholder (maligna sfera fluttuante dai molti occhi) come nella popolare serie di videogame intitolata appunto “Eye of the beholder”, o ancora un demone come in Diablo, per tacere del demogorgone di “Stranger things”. Ma per quanto vasto possa essere il bestiario dei giochi di ruolo, sappiamo che se si vuole dare vera soddisfazione ai giocatori (e fare correre altrettanto reali brividi lungo le loro schiene), in fondo al sotterraneo deve esserci il drago. Magari un “grande drago antico” se sono giocatori smaliziati, ma sempre di draghi stiamo parlando. Non è solo questione di sfida; non è solo il fatto che il drago è furbo, sputa fuoco, utilizza la magia ed è duro da buttare giù: il fatto è che il drago rappresenta qualcosa di più profondo. Allo stesso modo in cui, a prescindere dalla varietà di possibili ambientazioni, le avventure di esplorazione tendono sempre verso il sotterraneo, in quanto proiezione del subconscio, il drago resta il più efficace dei “mostri finali”. Chissà, forse è una proiezione dell’Es, di certo è qualcosa che ci parla a un livello molto profondo. Scriveva Borges che “ignoriamo il senso del drago come ignoriamo il senso dell’universo, ma c’è qualcosa nella sua immagine che si accorda con l’immaginazione degli uomini, e così appare in epoche e a latitudini diverse”. E non andava lontano lo stesso Tolkien, sostenendo che “un drago non è una fantasia oziosa: quali che possano essere le sue origini, nella realtà o nell'invenzione, il drago è una potente creazione dell'immaginazione umana, ricca di significato quanto è ricco d’oro il suo tumulo”. Così questa “Storia dei Draghi” dello storico e mitologo Martin Arnold, appena uscita per Odoya.

 

Si tratta di una casa editrice bolognese che, dopo il successo di “Guida ai super robot” di Jacopo Nacci, dedicato a Mazinga, Daitarn III e agli altri “robottoni” della nostra infanzia, ha portato in libreria un considerevole filotto di volumi legati a quel nerdom ormai assurto da nicchia a mainstream. E oltre al testo di cui si scrive, sono di uscita recente “Guida ai narratori italiani del fantastico” e “Guida all’immaginario nerd”. Ma “Storia dei Draghi” non parla solo a giocatori di ruolo e ad appassionati di fantasy. Il drago ha sempre qualcosa da dire a ciascuno di noi. Come diceva Merlino nell’Excalibur di Boorman, “il drago è ovunque. Il drago è in ogni cosa. Le sue squame brillano nella corteccia degli alberi. Il suo ruggire si sente nel vento. E la sua forcuta lingua colpisce come il fulmine”. E così, leggendo questo volume ritroviamo il drago nel mito greco e in quello romano (o meglio, nella storia romana, se è vero che Attilio Regolo riportò di avere fatto scontrare le proprie legioni con un drago lungo il fiume Bagrada, nell’odierna Tunisia); nella Bibbia, dove è molto vicino al Diavolo; nelle vite dei santi (il più noto è quello sconfitto da San Giorgio; meno noto è l’aneddoto secondo cui il santo lo avrebbe ucciso solo dopo aver ottenuto una promessa di battesimo da parte di tutta la popolazione flagellata dal mostro); nell’Edda in prosa e nel Beowulf, dove il suo aspetto si formalizza sulle caratteristiche che conosciamo; nei Veda, sotto il nome di Naga; e ancora nel mito e nella cultura pop cinese e giapponese (“Dragon ball”, anyone?), fino ad arrivare a farci sospettare che i draghi possano essere reali. Del resto, insegnava Chesterton, le fiabe servono a insegnare ai bambini che a un certo punto arriva l’eroe: che il drago esiste, lo sanno già da soli.

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