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L’abolizione del divorzio istantaneo in India non sarà una passeggiata

La legge contro il talaq, il mantenimento e le minoranze

7 Agosto 2019 alle 06:14

L’abolizione del divorzio istantaneo in India non sarà una passeggiata

Foto Unsplash

Visto da occidente, il decreto legge che rende illegale il divorzio istantaneo in India è una conquista storica, che prelude a molte altre. Nessuna delle femministe musulmane che pure hanno battagliato per anni affinché la pratica del triplo talaq venisse abolita, naturalmente, sta esimendosi dall’esultanza e tuttavia neppure dall’esposizione delle criticità a cui questo grande passo, soprattutto per i modi in cui è stato compiuto, potrebbe esporre le donne. E non certo perché, come ebbe a dire due anni fa l’All Indian Muslim Personal Law Board (Aimplb), l’istituto musulmano indiano per la difesa delle leggi religiose, “è meglio divorziare da una donna che ucciderla”. Oggi lo stesso istituto accusa il governo indiano di essersi espresso su una questione religiosa che non gli compete, e di averlo fatto per demonizzare la comunità musulmana (il 14 per cento della popolazione indiana) e marginalizzarla, evitando così di occuparsi dei problemi economici e sociali che l’attanagliano. Che Delhi abbia voluto anche nuocere alla comunità musulmana è un dubbio sollevato da molte ong per i diritti umani, che pure hanno sempre contrastato il divorzio immediato, ribadendo che si trattava di una pratica derivata da un’interpretazione sunnita della legge islamica, accettata solo in alcuni paesi musulmani, e di cui peraltro non c’è traccia nel Corano.

 

Ricordiamo che il triplo talaq consentiva ai signori mariti di divorziare pronunciando tre volte la parola “talaq”, cioè “ti ripudio” – negli ultimi anni molte mogli si sono viste recapitare dei WhatsApp con la formuletta e tanto è bastato per essere costrette ad andar via di casa.

 

L’Atlantic riporta un’analisi recente di Abusaleh Shariff, economista alla Us-India Policy di Washington DC, dalla quale è emerso che in India ci sono 2,3 milioni di donne separate e abbandonate: il doppio delle divorziate. Secondo Shariff, se il governo volesse davvero fare qualcosa di efficace per aiutare le donne in India, introdurrebbe riforme che siano valide per tutte le comunità religiose. Al contrario, l’Aimpbl insiste sull’anticostituzionalità del decreto contro il triple talaq, dal momento che la Costituzione indiana prevede che le singole comunità religiose possano e debbano auto regolamentarsi in fatto di personal law (le leggi che governano le scelte e gli stili di vita, per esempio quelle derivanti dalla propria fede religiosa). Quella uniformità di provvedimenti che molte ong invocano per l’India, e che i ricercatori auspicano e indicano come sola misura concretamente efficace, è la strada che l’Aimpbl si prepara a contrastare. Ma tutto questo potrebbe essere (o diventare presto) rumore di fondo. Uno dei punti incandescenti e dirimenti rispetto alla questione femminile è quello di cui ha parlato Ziya Us Salam, giornalista di Nuova Delhi: il decreto legge appena approvato esclude la possibilità di riconciliazione (che alcuni gruppi musulmani prevedono entro tre mesi dal talaq) e, soprattutto, impedisce alle donne di richiedere all’ex marito un mantenimento per sé o per i figli a carico, banalmente perché chi infrangerà la legge dovrà scontare una pena di tre anni di carcere e sarebbe quindi impossibilitato a spedire del denaro all’ex moglie (la legge islamica, invece, accorda alle donne il diritto al mantenimento). Per Ziya Us Salam il decreto legge che da questa parte del mondo abbiamo così ben accolto, è una “coercizione statale”. Le femministe del Bharatiya Muslim Mahila Andolan, un gruppo di militanti musulmane che vivono in India, pur consapevoli di questi rischi, ritengono invece che aver messo fine a una pratica tanto arbitraria e crudele accelererà il lungo cammino delle donne musulmane verso la parificazione dei loro diritti, agevolando un’alleanza di lotta con le donne di tutte le altre fedi che vivono oggi in India, probabilmente riuscendo anche a contrastare il nazionalismo induista e le sue tendenze segregazioniste sempre più palesi.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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