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Il tesoro indiano

Da Alphabet a Microsoft, così l’intelligenza dei re dei denari di Wall Street arriva dall’India

2 Agosto 2019 alle 08:20

Il tesoro indiano

Sundar Pichai, classe 1972, l’ingegnere indiano di Chennai che dal 2015 guida Google dopo avere seguito lo sviluppo di Gmail e Android (foto LaPresse)

Milano. Il tesoro più ricco di Wall Street è custodito nei forzieri di Alphabet, la società che controlla Google, leader indiscusso del mondo che ruota attorno ad Internet: 117 miliardi di dollari in contanti, più della cassa di Apple, “solo” 102 miliardi, in forte discesa da quando il finanziere Carl Icahn, appoggiato da Warren Buffett ha convinto i vertici della Mela a rompere il salvadanaio è a distribuire tra gli azionisti la ricchezza accumulata a suon di vendite di iPhone. Missione mica facile che Luca Maestri, il direttore finanziario romano di Apple, ha svolto alla grande tra buy back (122 miliardi) e lauti dividendi.

 

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A differenza di Sundar Pichai, classe 1972, l’ingegnere indiano di Chennai che dal 2015 guida Google dopo avere seguito lo sviluppo di Gmail, Android e di buona parte delle altre applicazioni che garantiscono un flusso imponenti di quattrini nei forzieri del gruppo di Mountain View, nonostante l’aumento delle spese dedicate a Ricerca e Sviluppo nelle decine di attività (dall’auto a guida autonoma alle ricerche sull’allungamento della vita) in cui opera la casa madre del motore di ricerca.

 

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Appunto nonostante gli sforzi per impiegare la cassa, gli incassi di Google corrono più delle uscite. Una specie di dolce condanna per l’ingegnere laureato all’Istituto Indiano di Tecnologia dove ha conosciuto l’anima gemella, Anjali Pichai, anche lei ingegnere, sposata prima di intraprendere una fortunata carriera in Silicon Valley. Qui il destino dell’ingegner Sundai si è, per una breve stagione, incrociato con quello di Satya Nadella, indiano di Hyderabad, sbarcato negli Stati Uniti con una borsa di studio per l’università del Wisconsin dopo la laurea in ingegneria elettronica conseguito a Karnataka, e lo sbarco in Microsoft nel 1992. Due cervelli di prim’ordine che si sono trovati a competere quando Bill Gates, una volta liquidato il ceo del colosso del software, Steve Ballmer, ha dovuto scegliere il nuovo numero uno di Microsoft, che sembrava destinata ad un dorato declino. Ha prevalso Nadella: ha risvegliato il gigante che, sotto la sua guida, ha ritrovato una seconda giovinezza sul cloud al punto da diventare, con un valore di Borsa di oltre mille miliardi, la società leader di Wall Stret, davanti ad Apple, Microsoft e alla stessa Alphabet che, pur di non perdere Pichai, nel 2015 ha dato carta bianca all’ingegnere. Insomma, un derby che ha portato bene ad entrambi gli esponenti di una scuola che sta alla tecnologia come il vecchio Brasile al calcio.

 

Pichai e Nadella, infatti, sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno esteso: secondo uno studio della National Foundation for American Policy il paese che fornisce più manager all’industria dell’innovazione americana è proprio l’India, davanti a Canada e Israele. E nel rapporto curato dalla società inglese di software Sage sugli unicorni, cioè le startup valutate oltre un miliardo di dollari, ci sono dodici indiani (su 189), molti sfornati dall’Istituto indiano di tecnologia, l’unico in grado di spezzare l’egemonia dei grandi atenei americani. Hanno passaporto indiano innovazioni come la chiavetta Usb, firmata da Ajay Bhat, piuttosto che Hotmail, il primo servizio di email. Non stupisce perciò che sia la società più ricca sia quella più valutata dal mercato azionario americano siano guidati da due manager in arrivo dall’India, che pure è nel mirino di Donald Trump per aver osato alzare i dazi sulle merci a stelle e strisce in risposta al ritiro delle agevolazioni commerciali di Washington. Una mossa che, per ironia della sorte, colpisce soprattutto l’e-commerce che tanto deve alle teste d’uovo indiane che, però, hanno un limite: Alphabet non è stato finora in grado di spendere il cash accumulato, nonostante le agevolazioni previste dalla riforma Trump. Non sono bastati i 25 miliardi di dollari investiti nella nuova sede New York o i 22 destinati al buy back. O le spese per le infrastrutture necessarie all’Intelligenza Artificiale che richiedono investimenti miliardari. No, i quattrini generati da YouTube e dalla pubblicità digitale sono comunque di più. Alla faccia dei giornali.

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    02 Agosto 2019 - 10:10

    Il "boom dei cervelli" indiano viene da lontano: la diffusione dello studio e le sue applicazioni (sviluppo software) iniziano già nei primi anni 70 e già nei primi 80 in occidente, anche in Italia quindi, molte società di software si avvalgono di sviluppatori indiani. Una sintesi della nostra debacle, nel campo, è proprio in quegli anni quando software e hardware viaggiavano sui cervelli italiani (da Maggin a Olivetti) poi con il "pallino" in mano "alla prima tessera del PD", il baratro.

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    • Albi0792

      02 Agosto 2019 - 11:11

      Potevamo essere noi la Silicon Valley?

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      • verypeoplista

        verypeoplista

        02 Agosto 2019 - 15:03

        Si, poteva essere una possibilità con buone probabilità di riuscita ma come sempre accade in questi casi "il manico" non ha funzionato e per un motivo molto semplice era (è) un rider e non un imprenditore e men che meno un CEO e neanche un unghia di Warren Buffet.

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