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Nudo sulla mia Saab

In barca nella tempesta, poi dalle isole alla Costa Azzurra: alla guida un ghepardo con il sesso dentro il corpo, ferito

28 Luglio 2019 alle 06:10

Nudo sulla mia Saab

foto LaPresse

Per questa estate – una stagione a cui è difficile slegare l’idea di partenza, di fuga, di vacanza – abbiamo scelto di chiedere ad alcuni scrittori qual è stato il viaggio che ha cambiato loro la vita, il viaggio di cui portano ancora i segni addosso. Fuga, meta sognata, coincidenza, scoperta casuale: il luogo, ma anche il percorso di per sé, i chilometri a piedi, in bicicletta o in auto, il partire per partire, l’avanzare in una terra nuova. Il cercare e trovare (cose che abbiamo immaginato o visto da qualche parte in altra forma, persone che ci aspettiamo trepidanti di incontrare) e lo scoprire. In tanti modi un viaggio può farsi memorabile e degno di essere raccontato. E in modi diversi gli scrittori racconteranno il loro viaggio ai lettori del Foglio. Abbiamo cominciato con “Un rave per Lisbona” di Vanni Santoni, pubblicato mercoledì 10 luglio, poi è stata la volta di “Danzare, forse, volare via” di Antonella Lattanzi (il 16 luglio). Oggi Aurelio Picca racconta il suo viaggio di un’estate con “epicentro codesto giorno ma di troppi anni fa: 14 luglio 1988”.

 


 

Ho il viaggio giusto, anche se la mia mente e le cose inutili che ho fatto nella vita ne hanno prodotti così tanti che non so su tre piedi, cioè sul trespolo, quale viaggio decisivo raccontare. Per non essere il solito scrittoruncolo di merda e ripetere la stessa solfa orizzontale, non racconterò ciò che ho scritto. No, mai, a costo di essere decapitato! Scriverò a fatica, anche a casaccio, per essere verticale come la ghigliottina, di un viaggio che ha per epicentro codesto giorno ma di troppi anni fa: 14 luglio 1988. Da molto penso che le parole non valgono niente. Infatti per narrare vorrei potermi espiantare un pezzo di carne e metterla sul foglio; o smembrare porzioni di muro, città, vettovaglie che possano raccontare al posto delle parole sputate. Ma non si può. Quindi debbo accettare il giogo al quale i romani furono sottomessi dai sanniti presso le Forche Caudine.

 

Dunque, estate. Ero un ghepardo con il sesso dentro il corpo. Ferito. Ma la vitalità mi permetteva di viaggiare nudo dentro una Saab turbo che avevo comperato qualche mese prima. I soldi li racimolai vendendo un appartamentino delizioso, in legno, a un ex pilota dell’aeronautica che ne aveva bisogno per incontrare l’amante, cioè sua cugina. Perdonatemi i dettagli. Sono il paesaggio. Il piccolo paesaggio.

 

Ero anche malinconico. Poco prima di svendere la casa mi ero lasciato con una ragazza che era rimasta incinta però il figlio non lo voleva. E così non l’avemmo. Io a vent’anni ero un uomo fatto: con le spalle già pronte per caricare il mio nome. Pronto al dolore. Invece ora, a trenta, ero un ragazzo. Un selvaggio consapevole e che però aveva mantenuto la timidezza e l’ingenuità dei venti anni. Eppure sapevo di essere uno spudorato. Come i bambini. Gli unici a esserlo senza il surplus della perversione.

 

Partii con Andrea per la Sardegna. L’isola era casa sua. A Roma sembravamo due innamorati. Lui era dieci anni più grande di me. Mi raccontava che voleva scrivere un romanzo giallo. Scrisse solo il primo capitolo. Parlava dei suoi amori come se ne avesse avuti tanti o nessuno. Questo era accaduto molto tempo prima. Sulla nave che ci avrebbe portato a Olbia la letteratura era sparita. Ormai per me era un fatto privato. Per lui, forse, un amore precipitato nell’oblio. Andrea come un Alain Delon fallito. Senza pistole, senza Romy. Eppure muto, deragliato, cinico e sognatore. Amava le barche, il mare. Quando anni dopo si fidanzò con una miliardaria milanese ebbe il privilegio di essere proprietario e skipper della Swan appartenuta a Brigitte Bardot.

 

Ci imbarcammo in quattro o cinque. Non ricordo i nomi di nessuno. Oppure li taccio per tenerli chiusi a chiave nello scrigno del rimpianto degli anni orrendi che si consumano come pagliuzze o secondi o ipocondrie o dentisti sbagliati. Uno doveva essere il dittatore della barca. Uno con il fegato a forma di cazzo come Marlon Brando ne Gli ammutinati del Bounty. Invece gli skipper erano tre, incluso Andrea che fumava Nazionali senza filtro. A Santa Teresa di Gallura c’erano molo e barca. Proprio di fronte a Bonifacio, al di là delle famose Bocche che se uno va in aereo in Spagna, a Barcellona, quando torna in Italia e taglia tra Sardegna e Corsica su un A319, subito il rollìo non si fa attendere. E’ il vento.

 

Salendo a bordo Andrea era meno Delon. Si infilava le mani nei capelli. Anche se come Alain sapeva stare giorni e giorni ingabbiato in casa a fumare e a pensare a amori perduti, a donne troppo difficili, troppo dispendiose, troppo traditrici. Un vecchio marinaio in scarpe di suola e giacchetta e mani in tasca disse a chi l’avesse voluto sentire: “C’è un po’ di vento”.

 

“Hai un maglione?”. Ero nudo. Andavo sempre nudo. A Andrea neppure risposi. Non sapevo che esistesse il vento. Dovevamo arrivare in Corsica e festeggiare il 14 di luglio del 1789: giorno di Rivoluzione. Andavamo a Bonifacio a festeggiare quanto i còrsi odiano francesi e giacobini. Salimmo sulla barca a vela. Privi di documenti. Tanto: toccata e fuga. Prendevamo dritti dritti il mare delle Bocche di Bonifacio e poi avremmo ballato con i còrsi tutta la notte!

 

Fuori dal porto il mare era odisseo. Subito. La barca un pezzo di legno. Subito. In mare le onde issavano bandiere di acciaio grigio, schiumoso; e nero. Il vento caricava i polmoni dentro una gola che vide sprofondare mercantili e navi. Le vele tese come tendini che non potranno reggere la forza di gravità se le mani ai quali sono saldate si aggrappano da ore in combattimento sulla cresta della roccia per non sprofondare all’inferno. Gli skipper presero a divincolarsi tra cime e parabordi. Gridavano e presto urlarono. Mentre mi infilavano una cerata gialla ormai sapevo che la barca non aveva un comandante e che Andrea si era fatto più piccolo, più corvino, più muto del suo divo Alain Delon nel cortile dell’orfanotrofio.

 

Il mare è una cosa che ti infila un dito nell’orifizio anale e poi ti getta affanculo oltre mille onde che si incastrano in un gioco che nessuno comprende. Solo la meravigliosa e maledetta natura può comprenderlo. Passammo ore a navigare. Incominciai a vomitare ma non volli imboscarmi nella stiva. Volevo vedere con i miei occhi che ci eravamo trasformati in una gabbia di polli senza un gallo scopatore, in balia di una lava fredda, di un vento da otite cronica. Polli in una gabbia di cui alcuni zuppi e carichi di vomito si beccavano nelle budella. In prossimità di Bonifacio perdemmo l’elica. Si strappò la randa. Fortuna folle che eravamo spinti in porto.

 

Entrati c’era solo sordità e mutismo. La festa della Rivoluzione la stava facendo quella benedetta anima di Luigi XVI o la ghigliottina. I còrsi se ne sbattevano e i barcaioli se ne stavano accucciati nel terrore che il mare li rincorresse. Ci legammo a una barca. Per tre giorni, nudo, con il solo le guignol, il coltello còrso che comprai da un arrotino, facevo banchina-barca. Non raschiavo il vomito, non cucinavo. Ogni tanto assestavo un calcio o un cazzotto in testa a un ragazzo rosso di capelli che si era imbarcato con noi a Santa Teresa e del quale non mi ero accorto. Avevo deciso che doveva fare tutto lui. Io mangiavo al ristorante. I soldi li pretendevo dall’equipaggio. Alcuni presero appena possibile un traghetto per tornare in Sardegna e ritornare con una nuova elica. Sistemarono la barca. La randa. Ma io con Andrea presi il traghetto successivo alla loro partenza, ora che le onde erano colline senza alberi e erba ma lisce più della pelle di una danzatrice di ventre. Erano montagne russe senza scatti d’ira.

 

Alla dogana beccarono subito Andrea. Pareva che dentro la sacca avesse l’eroina. Non avevamo documenti. I francesi se ne infischiarono; i sardi no. Ci condussero negli uffici della capitaneria. Per far vedere ai doganieri che non ero un trafficante, mi tirai giù il costume a pantalone che avevo comprato a San Felice Circeo da un altro matto simpatico. Gli mostrai i genitali. Videro che eravamo solo due poveri scemi. Uno che parlava sempre di Delon, e un altro che aveva un coltello dietro il culo ma nessuno se ne era accorto.

 

Dopo altri due giorni andai via dalla casa di Andrea. C’era un ragazzo sempre dieci anni più grande di me, che veniva da Genova. Nella Superba gli avevano dato fuoco alla discoteca e ora aveva costruito in legno un minuscolo albergo che si affacciava su uno snodo del porto gallurese. Eravamo in simpatia. I tenebrosi, anche se sono eterosessuali, si innamorano tra loro. Una sera, quando seppe che me ne sarei andato via perché ero stufo, mi disse: “Fermati qui. Prenditi una camera”. Gli risposi: “Non ho una lira”. Fu un figo della madonna. Uno tosto, generoso. Percepivo che non era cattivo. Un amico diventato amico con tre sguardi e due parole. Mi rispose: “Che t’importa. Fermati lo stesso. Chi se ne frega dei soldi”.

 

Invece l’indomani partii con la mia Saab turbo nera con il traghetto per Civitavecchia. Ma l’estate del 1988 non era ancora finita.

 

Presi con me un vecchio drago che beveva cinque bottiglie di vino bianco ogni sera, continuando a recitare a memoria Petrarca, e uno che avevo sfamato. Accendeva le caldaie al mattino presto nelle scuole e affogava nell’ossessione di ricordare suo padre che gli aveva lasciato tre casupole a Centocelle, peraltro con gli avvocati di mezzo giacché l’eredità era contesa con gli zii, cioè i fratelli del padre. Subito il vecchio “El Guero” mi bucò con la sigaretta il sedile anteriore del passeggero. Feci finta di niente. Mentre “Il Fuochista”, introverso e sornione, si accomodò sul sedile posteriore. Nessuno mi contrastò circa la meta: Costa Azzurra, Cannes, poi si sarebbe deciso cosa fare.

 

Ero tornato un ghepardo con la camicia di seta verde lucertola aperta a V fino all’ombelico, comprata da quel grandissimo vecchio pederasta di Eddy Monetti. Guidavo solo io. Io ero il pilota. El Guero esaminava e studiava la cartina stradale, Il Fuochista non faceva un cazzo. Non spostava una briciola. Non tirava fuori cento lire.

 

A Cannes arrivammo di notte. Riempii il cofano della macchina di bottiglie di champagne. Non c’era automobile che raggiungeva lo stop con una donna a bordo che non si fermasse in quella specie di discoteca ambulante. Le avrei potute prendere tutte. Ma siccome potevo le lasciavo andare. La mia malinconia per l’amore abortito andava scemando. Il sesso infilato nel corpo si stava trasformando in tutto il corpo. Godevo di me. E giocavo con gli altri. Eppure quella notte fu orrenda. Incamminandomi verso la Croisette, vidi che una donna leccava nella patta dei pantaloni un uomo. Poi, assurdo, diabolico, l’uomo incomincia a prenderla a pugni e poi gli assesta due calci. Io sono a un metro. Lo champagne mi tiene incollato per terra. Percepisco che l’uomo fugge. Vedo distintamente la donna. Ha il volto sfigurato. Anni dopo legherò questo orrore al film Irréversible, con Vincent Cassel e Monica Bellucci. E poi mi si ficca in testa la parola: stupro. Eppure, dopo tutto ciò, l’estate non era finita.

  

Avignone era nera, con le maschere di un carnevale folle. El Guero provocava Il Fuochista che non tirava fuori il becco di un quattrino. Io ero tornato nudo. Mi ristoravo sotto le docce dell’autostrada che spruzzavano gettiti d’acqua sottili. Il fiume Rodano mi invase. Però a Carcassonne scoprii che Il Fuochista aveva nascosto in un calzino puzzolente un rotolo di banconote per cinquecentomila lire. E fino a qualche ora prima aveva giurato e spergiurato che anche lui stava per finire i soldi. Un verme. Glielo dissi a cena. Lui non tenne la discussione. Afferrò dal tavolo una bottiglia per colpirmi. Io alzai una sedia. Ebbi l’istinto di fracassargliela contro. Di ucciderlo. Un amico, un amico di merda ma un amico che ti tradisce in viaggio, merita la morte. Gli dissi: “Ti lascio qui. Hai i soldi per tornare in Italia da solo”. Si mise a piangere. Replicò: “Sono di mia madre”. Allora vidi che era un bambino. Anche se un bambino infame. Allora gli dissi: “Torni a casa con me. Poi sparisci per sempre”.

 

Il viaggio proseguì. L’estate pure. Per altri giorni non si cambiò di abito, né lavò. El Guero beveva gli ultimi soldi che avevamo. Il destino ci portò a Lourdes. Non so come accadde. Mi ritrovai di notte di fronte alla grotta con le stampelle di legno ficcate nella volta come tanti chiodi di un dolore che non può essere scritto. La grotta della Madonna Bianca era una specie di cratere. Un vulcano che non eruttava lava bensì forza. Io che sono nato tra i vulcani so. Capisco. Non mi è difficile intendere. Le stampelle di legno conficcate nella roccia della grotta come chiodi giganteschi.

 

L’indomani guidai ininterrottamente. Superai il Ponte Morandi di Genova, quello che è crollato. La Saab sobbalzò su quel gradino che saldava il ponte con il plesso vitale, carnale, folle, tatuato, atlantico di Genova là sotto, alla E 80. Solo a pochi chilometri da Livorno mi concessi una sosta. Tanto El Guero e Il Fuochista dormivano da un pezzo. Ma quella estate non era finita.

 

Giunti a casa i due “viaggiatori” scesero dalla mia Turbo. Senza salutare me ne andai al Circeo. Là c’era un amico che se oggi ti rubava in tasca, domani ti ricompensava con gli interessi. Dopo qualche giorno feci una telefonata a una persona. Mi diede una notizia bellissima. Una cosa che cambiò i successivi dieci anni della mia vita.

 


 

Aurelio Picca, scrittore e poeta, è nato a Velletri nel 1960. Si è laureato in Lettere alla Sapienza ma ha iniziato molto prima a lavorare. Ha fatto tra l’altro il videomaker e ha tirato di boxe. Esordio letterario nel 1990 con la raccolta di poesie “Per punizione” (Rotundo). Ha pubblicato poi per Rizzoli, e con il romanzo “Tuttestelle”, del 1998, ha vinto il premio Moravia e il superpremio Grinzane Cavour. “Arsenale di Roma distrutta” (Einaudi, 2108) è il suo titolo più recente.

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