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Le incognite della fase 2 a ripartenza indifferenziata

Lorenzo Borga

Una “prova”. Ma richiudere alcuni territori dopo la riapertura potrebbe mettere a serio rischio la loro tenuta sociale

Siamo nella fase due. Un termine che sentiamo ripetere da almeno un mese e che rappresenta la ripartenza, almeno per chi potrà tornare al lavoro. Per non arretrare ed evitare ricadute dell’epidemia servirà dotarsi – o meglio, lo avremmo dovuto fare nelle scorse settimane – di ciò che è mancato nella prima fase: un’elevata capacità di effettuare tamponi e test sierologici affidabili, una rete capillare di medici sul territorio, un’attività di tracciamento del contagio digitale (ma anche fisica), una disponibilità di dati fino a ora introvabili (per esempio, dove avvengono i contagi e i decessi). Il lockdown ci ha fatto comprare tempo a peso d’oro, e solo ora potremo capire se chi ha avuto ruoli di responsabilità lo ha ben impiegato.

  

Ma c’è un’altra decisione che potrebbe rendere più o meno probabile un nuovo focolaio. Dopo settimane di dibattito in cui da molteplici voci è arrivato l’appello a ripartire in modo differenziato sul territorio, se non per province almeno per regioni, la decisione assunta dal governo è stata riaprire la manifattura, le costruzioni e alcuni servizi in tutta Italia senza un discrimine geografico. Quello, si è detto, arriverà dopo il 18 maggio: se nelle prossime due settimane alcuni territori reagiranno meglio di altri potranno essere autorizzate aperture selettive. Ma alcuni esperti rimangono preoccupati, perché due settimane potrebbero non essere sufficienti per cogliere con precisione gli effetti delle misure di allentamento. Se “riaprire significa avere quasi automaticamente un certo numero di nuovi malati”, come ha detto il direttore dell’Istituto Negri Giuseppe Remuzzi al Corriere, 14 giorni potrebbero non bastare per capire quanti nuovi malati avranno le regioni e decidere se la riapertura sia ancora sostenibile. E  per di più, non è chiaro quale sarà l’entità geografica destinata a tornare in lockdown in caso di aumento dei contagi: Vittorio Colao ha parlato di “approccio microgeografico” e a questo proposito il think tank Tortuga ha proposto di sfruttare i sistemi locali del lavoro dell’Istat, cioè raggruppamenti di comuni al cui interno la maggior parte dei residenti si sposta per lavorare.

  

In realtà però non si comprende il motivo per cui questa cosiddetta “prova” non possa essere evitata: richiudere alcuni territori dopo la riapertura potrebbe mettere a serio rischio la tenuta sociale dei territori e potrebbe non essere politicamente sostenibile. D’altronde le regioni, e ancor di più le province, non partono tutte allo stesso livello. Non tutte le regioni sono allo stesso punto della storia epidemica: la Lombardia presenta l’11 per cento di casi positivi sui casi testati giornalieri (ciò significa che ogni 10 lombardi che effettuano un tampone, poco più di 1 è positivo), la Liguria il 10, il Piemonte e l’Emilia-Romagna il 6 per cento, le Marche il 3. Alcune regioni del centro-sud invece hanno valori decisamente inferiori: Calabria e Umbria il primo maggio hanno avuto quasi lo 0 per cento di nuovi positivi rispetto alle persone testate, Sicilia, Molise e Lazio appena l’1 per cento. Ci sono anche eccezioni: le regioni del nord Veneto e Friuli-Venezia Giulia raggiungono solo il 3 per cento. Queste differenze dipendono molto probabilmente da diverse strategie di ricerca del virus – il caso veneto è ormai noto per aver seguito una linea d’azione differente rispetto a quella suggerita a livello nazionale – ma non del tutto: è probabile che questi numeri mostrino anche diversi livelli di diffusione del nuovo coronavirus. Perché quindi non sperimentare le ripartenze prima in queste regioni? Si sarebbe potuti ripartire il 27 aprile da Bologna in giù (escluse le Marche) e testare i nuovi provvedimenti sanitari, le tutele sul posto di lavoro, i nuovi limiti sui trasporti pubblici. Una grande prova generale dove il contagio morde meno prima di riaprire il cuore pulsante del Pil italiano: Veneto e, soprattutto, Lombardia. Anche la fondazione Gimbe ha evidenziato come la Provincia di Trento, Liguria, Piemonte e Lombardia “non sono ancora fuori dalla fase 1”: i nuovi contagi giornalieri, tenendo anche conto della popolazione regionale, sono ancora sopra la media nazionale.

 

Ma si poteva fare altrimenti? Le pressioni politiche in particolare della regione Lombardia probabilmente lo hanno impedito. Walter Ricciardi già il 10 aprile prevedeva che la riapertura differenziata sarebbe stata politicamente insostenibile. Può essere. Ma ci sono altri paesi europei che hanno scelto questa strada. La Germania ha lasciato autonomia ai Länder su diverse decisioni e la Spagna ha attuato un piano simile a quello italiano ma molto più chiaro fin da subito sulle asimmetrie che deriveranno dallo stato del contagio nelle 50 province. Non è probabilmente un caso che siano entrambi stati federali, forse gli unici in cui sia istituzionalmente e politicamente sostenibile una riapertura differenziata.

 

Che abbia inizio la fase due all’italiana. Sperando che a seguirla, in tutte le regioni, sia la terza fase.

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