foto LaPresse

Italia: momenti di trascurabile ottimismo

Claudio Cerasa

Si può essere fiduciosi rispetto alla possibilità che la riapertura possa essere non un mezzo disastro? I dati di chi ha ricominciato, i numeri dell’Italia post lockdown e la gran sfida della nuova responsabilità, che riguarda più lo stato che i cittadini

Più che come ripartire, più che come riaprire, più che come ricominciare, la domanda che ciascuno di noi si sarà posto almeno una volta nelle ultime ore, più o meno dallo scoccare della mezzanotte di ieri, quando la fase della chiusura totale si è trasformata in una fase di chiusura parziale, è una e soltanto una e coincide con un tema a cui questo giornale è affezionato: si può essere ottimisti oppure no rispetto alla possibilità che la riapertura parziale dell’Italia possa essere qualcosa di diverso da un mezzo disastro? Per provare a rispondere a questa domanda e cercare nei piccoli dettagli della nostra nuova quotidianità quelli che un tempo Francesco Piccolo avrebbe forse definito i nostri momenti di trascurabile felicità occorre prendersi del tempo, riordinare le idee e mettere insieme i pochi ma non banali elementi che potrebbero aiutarci ad affrontare le prossime settimane senza aggiungere dosi massicce di panico alla nostra già nutrita paura. Il primo elemento di relativo e cauto ottimismo riguarda le condizioni di salute di alcuni paesi che hanno riaperto prima di noi e nonostante le sciocchezze raccontate in questi giorni, per esempio sulla Germania, i numeri sono incoraggianti.

 

 

La Danimarca ha interrotto il lockdown prima di noi, riaprendo persino scuole, parrucchieri e alcune piccole imprese lo scorso 20 aprile, e pochi giorni fa il primo ministro, Mette Frederiksen, ha dichiarato che la diffusione del coronavirus “è sotto controllo” e ha annunciato che il tasso di riproduzione di base del contagio, in questi giorni, è lievemente aumentato rimanendo però sotto alla fatidica soglia dell’uno. Stesso discorso per la Germania, dove ieri sono tornati tra i banchi molti studenti, anche delle elementari, e dove hanno riaperto musei e parrucchieri e dove nonostante l’allentamento del lockdown già in corso da giorni i contagi sono aumentati ma il tasso di riproduzione, dopo essere salito di qualche decimale, è tornato sotto ai livelli di guardia e si trova a 0,74. Sotto alla soglia dell’uno, infine, si trova anche l’Austria (0,7) che ha allentato la scorsa settimana il suo lockdown e che non ha visto in questi giorni un significativo aumento dei contagiati (domenica 3 maggio sono stati registrati appena 24 contagiati in più). I dati dei nostri vicini di casa non sono sconfortanti e per provare a capire su quali basi si potrebbe non essere pessimisti anche rispetto al nostro paese vale la pena riprendere un passaggio particolare del discorso consegnato giovedì scorso alle Camere dal presidente del Consiglio. Giuseppe Conte ha affermato che, sulla base dell’esperienza di queste settimane, sono quattro i principali fattori di crescita dei contagi: i contatti familiari, i luoghi di lavoro, la scuola, le relazioni di comunità. 

 

Dato che la scuola resterà chiusa fino a settembre e che le relazioni di comunità sono state, secondo una stima del ministero della Salute, ridotte di circa il 90 per cento, i due fattori di crescita da monitorare sono i luoghi di lavoro e i contatti familiari. I primi potranno riaprire solo a condizione che vi siano le giuste distanze di sicurezza tra i dipendenti e le giuste misure di precauzione adottate dai titolari dei posti di lavoro (e su questo c’è una app particolare che potrebbe tornare utile, che più che Immuni si chiama Neuroni). Per le seconde, invece, ovvero le famiglie, la questione è più delicata e vale dunque la pena approfondire un dato: oggi che strumenti hanno le famiglie italiane per difendersi dal virus rispetto a ciò che avevano due mesi fa? Innanzitutto, ci sono i tamponi: oggi l’Italia con circa 75 mila tamponi al giorno e 32.735 tamponi ogni milione di abitante è il paese in Europa che effettua più tamponi di tutti (la Spagna 31.126, il Regno Unito 13.286, la Germania 30.400) e questo dato ci fa ben sperare. In secondo luogo, ci sono, rispetto a due mesi fa, le cosiddette strutture ricettive individuate per la degenza dei pazienti colpiti da coronavirus che non hanno bisogno di andare in ospedale ma che non avendo una casa abbastanza grande per essere separati dai propri familiari hanno necessità di trasferirsi in un luogo sicuro. E anche qui i numeri sono incoraggianti: al momento, tra alberghi e strutture messe a disposizione dalle regioni, ci sono 19 mila posti disponibili per i pazienti non gravi, che hanno necessità di essere isolati ma che non possono farlo a casa.

 

 

A questo, poi, va aggiunto un altro punto che riguarda il numero di posti in terapia intensiva, presenti in Italia passati dai 5.179 del pre lockdown ai 9.447 del post lockdown (un terzo in meno rispetto alla Germania ma quasi il doppio rispetto a due mesi fa), a cui va aggiunto anche il numero di posti letto in più ricavati nel paese per la gestione delle malattie infettive anche grazie alla creazione di circa un centinaio di Covid Hospital: i posti erano 6.525 prima del lockdown e oggi sono 32 mila in più (e oltre agli ospedali in più ci sono anche diversi operatori in più ingaggiati in questi mesi: 21.758, di cui 4.535 medici, 10.265 infermieri e 45.79 operatori socio-sanitari, oltre a tecnici di laboratorio, tecnici di radiologia e farmacisti ospedalieri). Ragioni per non essere del tutto pessimisti ci sono – ieri a “Tagada” su La7 un importante e stimato medico, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha detto di essere convinto, sulla base della sua esperienza, che “il virus sia cambiato” e, che “i malati gravi non sono più gravi come prima”, e per non essere troppo ottimisti non vi citeremo lo studio di Nature di qualche giorno fa secondo il quale il 100 per cento dei pazienti con Covid-19 esaminato ha sviluppato entro 19 giorni dall’inizio dei sintomi clinici gli anticorpi – e si può continuare a essere non del tutto pessimisti anche in una stagione di pandemia a condizione che la nuova fase apertasi ieri venga osservata per quello che è: non la fase in cui verrà misurata la responsabilità dei cittadini, l’app Neuroni finora ha funzionato bene, ma la fase in cui verrà misurata la capacità delle istituzioni di farci sentire protetti anche senza tenerci a casa.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.