Meno tasse per la fase 2

Stefano Cingolani

Prestiti veloci come in Svizzera e ripresa sostenuta con meno carichi fiscali. Parla E. Doris (Mediolanum)

Roma. Una rivoluzione culturale per liberare l’Italia dai dogmi e dai pregiudizi che la bloccano ormai da decenni. E’ questa la sfida che la pandemia lancia al paese, secondo Ennio Doris fondatore e presidente della banca Mediolanum. “Faccio questo mestiere ormai da sessant’anni – spiega al Foglio – e ho visto crescere nel tempo un’ondata di preconcetti, una pseudo cultura che ha punito l’industria, l’economia ed egemonizzato la politica.

 

Ci lamentiamo perché le nostre imprese sono troppo piccole? Per forza, abbiamo ucciso la borsa con una tassazione punitiva. Io ricordo la cedolare d’acconto che ha allontanato gli investitori. Il nostro è diventato di conseguenza un sistema bancocentrico, ma ciò non ha favorito le banche, le ha ingessate”. Per affrontare la più grave recessione del dopoguerra, dunque, c’è oggi bisogno di cambiare a fondo le idee, le istituzioni, le scelte che hanno portato l’Italia in coda ai paesi europei per ritmo di crescita e in testa, al secondo posto, per livello di debito pubblico. Davvero un vasto programma.

 

“Questa crisi è venuta dall’esterno ed è stata decisa a tavolino quando si è detto: tutti a casa – continua Doris – Ora le aziende riaprono, ma saranno in grado di riprendere dopo mesi di mancanza di ricavi? Gli aiuti alle imprese, oltre che ai consumatori, sono dunque fondamentali”. Ma aiuti da parte di chi? “L’Italia è dentro una economia globale, la ripresa quindi dipende in primo luogo da quel che accade nel resto del mondo e da quel che succede in Europa. Dopo la seconda guerra mondiale, il piano Marshall ha offerto finanziamenti anche ai paesi sconfitti come l’Italia e la Germania senza chiedere che venissero restituiti. Oggi ci vuole un nuovo piano Marshall che abbia la stessa ispirazione”, sottolinea Doris il quale guarda con speranza al Recovery Fund, il fondo per la ripresa. “La Bce ha agito bene anche se con un attimo di ritardo. Adesso occorrono scelte politiche. Gli Stati Uniti hanno messo in campo una ingente quantità di risorse, lo stesso deve fare l’Unione europea. Si parla di 1.500 miliardi di euro sia con stanziamenti a fondo perduto sia con prestiti a interesse prossimo allo zero da restituire in tempi lunghissimi”.

 

L’Italia si trova in una situazione particolarmente difficile con un debito pubblico molto alto e un prodotto lordo in discesa prima che scoppiasse la pandemia. “E’ la conseguenza di 9-10 anni in cui sono cresciute le tasse per alimentare una spesa pubblica spesso improduttiva. La montagna del debito non si abbatte aumentando le imposte, ma con lo sviluppo dell’economia”, insiste Doris. “Vede, è prevalsa una sorta di ottica matematica, secondo la quale accrescendo le entrate il debito si riduce della stessa entità. E’ una equazione sbagliata perché le tasse cambiano il comportamento dei lavoratori, dei consumatori, degli investitori. Dopo una stangata fiscale nessuno agirà più come prima. E ciò riduce la crescita del prodotto lordo e aumenta il debito in rapporto al pil”.

 

Per sostenere la ripresa, dunque, la chiave è abbassare le imposte e disboscare una volta per tutte la giungla fiscale. “Nella vecchia concezione che chiamo da economia del telaio, le tasse erano un modo per redistribuire la ricchezza”, dice Doris. “Nel mondo moderno la leva fiscale è essenziale per orientare l’intera economia, per farla crescere se l’onere impositivo si riduce o per bloccarla se aumenta. E’ evidente tanto quanto l’eppur si muove di Galileo Galilei. Lui lo aveva visto e verificato con il suo cannocchiale, ma non gli credettero e venne condannato. Oggi accade lo stesso a chi chiede di ridurre le tasse. Ancora una volta prevale un pregiudizio, come con Galileo”. Questa è dunque, per il presidente di Banca Mediolanum, la priorità delle priorità, insieme alla riduzione della burocrazia. “Occorre erogare i prestiti alle imprese con grande rapidità, nel giro di 24 ore, come fanno in Svizzera. Non capisco perché noi non abbiamo copiato il loro modello, è facile e funziona, invece di usare moduli farraginosi e spesso incomprensibili”.

 

Ennio Doris insiste anche sulla importanza delle infrastrutture. “L’Unione europea ha messo a disposizione una quantità di finanziamenti che non riusciamo a usare per colpa delle procedure burocratiche, delle resistenze e dei pregiudizi anti-impresa. Invece il nuovo ponte di Genova dimostra che se si vuole si può fare in fretta e bene”. Da Genova viene anche una lezione politica: la collaborazione tra stato centrale e amministrazioni locali, ma anche tra partiti di maggioranza e di opposizione. “E’ vero. Gli inglesi scelsero Winston Churchill perché era l’unico in grado di assicurare l’unità nazionale”. C’è un Churchill in Italia? Doris sorride. “Sì, c’è, io lo conosco, è uno che sta all’opposizione ed è anche mio amico”. Il nome non è difficile: Silvio Berlusconi. Doris sorride ancora, poi aggiunge serio: “Beh, ha proposto di mettere da parte la conflittualità politica per affrontare l’emergenza, poi una volta superata la crisi si potrà andare alle elezioni”.

 

Meno tasse, meno burocrazia, più infrastrutture, sanità sottoposta a una pressione senza precedenti proprio nei suoi punti più alti in Lombardia, aggravata da una catena di sottovalutazioni ed errori. “La Germania fin da gennaio si è preparata, ha comprato mascherine, respiratori, ha aumentato i posti in terapia intensiva, faceva tutto questo mentre il governo italiano si limitava a bloccare i voli diretti dalla Cina”, sottolinea Doris. Il presidente di Banca Mediolanum torna su un tema che gli è caro, anche per il mestiere che fa: come difendere il risparmio degli italiani e impiegarlo per uscire dalla crisi. “Negli Stati Uniti il 30 per cento dei finanziamenti alle imprese proviene dal sistema bancario, in Italia il 90 per cento. E’ fondamentale ridurre questa quota per sostenere le attività produttive e nello stesso tempo alleggerire le banche. Io mi sono battuto a lungo per questo. I piani individuali di risparmio, i Pir destinati alle piccole e medie aziende, sono un successo, ma siamo solo all’inizio e ci vuole parecchio tempo”. E’ un passo concreto per cambiare mentalità, per mettere al centro la produzione e non la rendita, l’impresa e non la burocrazia, il lavoro e non il debito. La crisi del resto, come dicevano i greci, è il momento della separazione, ma anche della scelta.

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