C'è sempre una fase 2

Nicola Fano

Da Casanova a Dumas, da Kafka a Shakespeare, storie di prigionia e di fughe romanzate con un unico finale: liberarsi vuol dire crescere

Molti anni dopo, quando vide che ministri, signore, cavalieri e avventurieri gli chiedevano solo il racconto della sua fuga dal carcere dei Piombi, Giacomo Casanova probabilmente capì in che misura la sua vita era cambiata il 31 ottobre del 1756 quando, a trentun anni, con un punteruolo che si era fabbricato da sé, riuscì a sollevare le lastre di piombo che coprivano il soffitto della sua prigione nel sottotetto di Palazzo Ducale, a Venezia. Fino ad allora, Casanova era stato un qualunque avventuriero, moderatamente fortunato, moderatamente incolto, moderatamente anonimo: di natali malcerti e dotato soprattutto di buone protezioni nobiliari, si avviava a diventare un normale impiegato della Serenissima. Ancorché assai apprezzato dalle donne.

 

La cattività (non del tutto meritata, stando a quanto hanno stabilito gli storici) e soprattutto il modo con cui ne uscì, lo trasformarono in un filosofo della libertà: “I Piombi, in quindici mesi, mi consentirono di conoscere tutte le malattie del mio carattere e di passare, poi, vent’anni in giro per l’Europa imparando molto”. Fu proprio “l’uscita” dalla fase di reclusione a dargli fama e fortuna: tutti, dopo, lo accolsero in società se non altro per farsi raccontare come un semplice avventuriero fosse riuscito a beffare una delle più temute polizie politiche dell’epoca.


Fu “l’uscita” dalla fase di reclusione a consegnare a Giacomo Casanova fama e fortuna: tutti, dopo, lo accolsero in società


 

Giacomo Casanova acconsentì volentieri all’altrui edificazione del suo mito: solo 31 anni dopo, a Dux, nel 1787 (due anni prima della Rivoluzione di cui, indirettamente, si può ben dire sia stato un ispiratore), decise di fissare su carta e per sempre, i tratti della Storia della mia fuga dai Piombi: lo stesso racconto scritto a Dux confluì sostanzialmente identico nelle sue celebri Memorie. Insomma, per tre decenni preferì affidarsi alla leggenda. Tanto durò la sua, per così dire, fase 2. Dopo di che, vecchio e abbandonato dalla fortuna visse gli ultimi anni della sua vita (morì nel 1798) nel culto solitario di un se stesso cui il mondo aveva smesso di tributare fama e fortuna.

 

La storia è piena di fughe romanzate di grande valore simbolico. O dal notevole valore politico: pensate alla rocambolesca evasione dal confino di Lipari di Emilio Lussu che contribuì in modo determinante alla caduta del mito fascista fuori dall’Italia. Di queste significative vicende è piena anche la letteratura. Si tratta, anzi di un topos continuamente ripetuto nel corso dei millenni (che cos’altro è la fuga di Teseo dal labirinto di Cnosso?) che sta a simboleggiare un passaggio cruciale nella vita degli individui. Quello dall’adolescenza alla maturità.

 

Proprio la vicenda di Teseo può aiutarci a comprendere la questione: ucciso il mostro, il Minotauro, con l’aiuto del filo di Arianna, il giovane ateniese “esce dal labirinto” e si affaccia alla vita. Ciascuna di queste imprese (di queste evasioni) è necessaria per diventare uomini: c’è sempre qualche mostro da uccidere, fuori o dentro di sé. Così accadde anche a Casanova che, grazie alla fuga dai Piombi, trasformò la sua giovanile propensione al libertinaggio in una personale variante dell’Illuminismo libertario. Un rivoluzionario per caso, in un certo senso.

 

E’ possibile, forse anche probabile, che Alexandre Dumas padre avesse letto il libro di Casanova (composto dall’autore in francese, per altro), prima di scrivere Il Conte di Montecristo, nel 1844.


E’ difficile transitare dalla cattività alla libertà, come vivere e diventare grandi. Casanova e Dantès evadono con l’aiuto di qualcuno


 

La storia di Edmond Dantès è celeberrima. Tradito da Fernand, il suo rivale in amore, viene imprigionato nel Castello d’If, la spaventosa isola-prigione appena al largo di Marsiglia, con l’infamante accusa – non del tutto vera – di essere un bonapartista. In realtà, la sua carcerazione è indispensabile a Villefort, un modesto funzionario del regno, arrampicatore sociale, per mettere a tacere gli scandali legati alle attività illegali del proprio padre (vero bonapartista, costui) che avrebbero potuto nuocere alla sua carriera sotto Luigi XVIII. Come per Casanova, anche per Dantès i problemi nascono da invidie personali, non da veri e propri reati. Anche lui sarà un rivoluzionario per caso.

 

Dantès proverà a fuggire dal Castello d’If adottando la tecnica Casanova: con un punteruolo artigianale costruirà un cunicolo. Ma non gli riuscirà in quel modo: il punteruolo e la galleria che con esso realizza lo portano bensì all’incontro con quello che sarà il suo benefattore e maieuta, l’abate Faria. Ossia un individuo coltissimo, per metà pazzo e per metà angelico, che lo istruirà, gli svelerà i segreti dell’anima e della conoscenza e, infine, gli donerà il proprio tesoro: una inesauribile riserva di oro e gioielli (di non chiara provenienza) nascosta in una grotta dell’isola di Montecristo.

 

La modalità della fuga dal Castello d’If è ancora più simbolica di quella di Casanova dai Piombi, e ha qualcosa a che vedere con l’uscita dal labirinto di Teseo. I due sodali (Dantès e l’abate Faria) hanno scoperto che i cadaveri dei reclusi vengono chiusi in un sacco e gettati in mare: su istigazione dell’abate, Dantès, alla morte naturale del maestro, si sostituisce a lui nel sacco che dovrebbe ospitarne il cadavere e che sarà regolarmente gettato in mare ben chiuso. Approfittando di una lama artigianale che si è costruita all’uopo, Dantès, una volta in acqua, riesce magicamente a rompere il sacco, a uscirne e a nuotare fino alla libertà. Da quel momento in poi, il suo destino sarà la vendetta. Insomma, per crescere Dantès uccide il padre, un padre putativo, beninteso.

 

Ma anche la sua, sempre per così dire, fase 2 sarà lunga: il compimento della vendetta sul suo vecchio rivale d’amore (un miserabile spagnolo beneficato dalla restaurazione della corruzione, in Francia) che ha finito per sposare Mercedes, la donna dei suoi sogni, e sul meschino funzionario del regno che l’ha sepolto nel Castello d’If per salvare la propria carriera, consuma ben tre quarti delle mille e cento pagine del romanzo di Dumas. In ogni caso, anche qui, la fase 2 assume il senso di un percorso di consolidamento di sé. Di un nuovo se stesso, frutto delle conquiste interiori fatte nella, diciamo così, fase 1, ossia quella della cattività. Non troppo meritata, per altro.

 

Perché questa è lezione: la quarantena va usata per costruirsi; non ci sarà un dopo se non avremo cambiato noi stessi, se non avremo utilizzato la reclusione forzata per diventare “grandi”.

 

Alcuni studiosi sostengono che Franz Kafka avesse letto la Storia della mia fuga dai Piombi di Casanova prima di scrivere il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto, Il castello, nel 1922. Di sicuro, l’inquietante storia immaginata dal narratore praghese è il perfetto rovescio di quella di Casanova e Dantès: K. non arriva alla fase 2 per sua colpa. Non riesce a vivere la sua “cattività” come una stagione (sia pure difficile e tormenta) di sviluppo e conoscenza di sé. Anzi, la stessa poetica di Kafka ruota intorno a ciò, all’impossibilità, oramai, di conoscere se stessi: l’unica metamorfosi possibile è quella di Gregor Samsa che una mattina si ritrova, incomprensibilmente, scarafaggio. Allo stesso modo, l’agrimensore K. finisce recluso nel Castello delle burocrazie senza che nessuno gli riconosca l’identità che egli solo si attribuisce, quella di agrimensore, appunto. Tutte le chance che gli saranno date vanno nell’unica direzione di rinunciare alla propria identità. Ed egli non le accetterà in nome di un arbitrio individuale che sa di auto-martirio.

 

Il Castello, luogo dei poteri e culla di tutte le burocrazie da cui K. è allontanato ha qualcosa del Palazzo Ducale di Venezia e, perché no?, molto del Castello d’If di Marsiglia: il salire e lo scendere le scale dei secondini, dei funzionari e dei ministri della Serenissima e del Regno di Luigi XVIII hanno assai a che vedere con quella concatenazione di scale e sale di cui Olga, il personaggio che rivela la funzione del Castello, racconta a K. (Per dire, Dino Buzzati scrisse una strana, amara e bella commedia, Un caso clinico, in cui un personaggio, ritenuto malato di una ignota patologia, sale continuamente in barella le scale e le stanze di un ospedale degli orrori del quale alla fine rimarrà prigioniero.)

 

Il nostro unico problema è che K. non cambia, non accetta il lavoro di bidello che gli viene offerto in cambio di quello di agrimensore, resta inchiodato alla sua identità. Rimane relegato nello spazio della sua adolescenza senza riuscire a diventare uomo. La burocrazia gli offre un’altra identità di cui egli non sa che farsene. Diciamo che K. non è disposto a cambiare la sua vita: giocoforza, al destino non resta altro da fare che affossare la sua volontà. Non c’è fase 2 perché nel personaggio non ci sono state modificazione né crescita nella fase 1. Meglio fare attenzione, a casi del genere!

 

C’è un personaggio di Shakespeare (sempre lì si va a parare…) che può esserci utile per capire meglio questo passaggio dalla fase 1 alla fase 2. E’ Ariel, lo spirito dell’aria che compare nella Tempesta (1611). Ariel è stato conficcato in un albero da Sicorax, la strega che governava l’isola di Prospero prima che egli vi facesse naufragio con la figlia Miranda: figuratevi come possa sentirsi, lo “spirito dell’aria”, immobilizzato e chiuso in un albero! Prospero, al suo arrivo sull’isola, lo libera, ma gli impone di fargli da schiavo. O, meglio, da servo di scena: Ariel è colui che realizza tutte le illusioni del mago Prospero. E’ lui a mettere in scena il naufragio sull’isola del fratello nemico di Prospero, è lui a stordire la ciurma e ad allestire davanti agli occhi degli ospiti di Prospero uno spettacolo che faccia capire loro quanto male hanno compiuto detronizzando Prospero, quindici anni prima, dal Ducato di Milano.


Qualcuno sostiene che Franz Kafka avesse letto la “Storia della mia fuga dai Piombi” prima di scrivere il suo ultimo romanzo


 

Insomma, Ariel è un servo fedele. Ma ogni volta chiede a Prospero: alla fine, mi ridarai la mia libertà? E Prospero lo rassicura. Il prezzo della libertà, per Ariel, è la sua schiavitù, che egli accetta solo in nome del radioso domani cui aspira. Alla fine del copione, quando Prospero ha risistemato tutte le sue cose, perdonando i cattivi e concedendo in sposa la figlia Miranda a Ferdinando, il figlio del re di Napoli (quindi facendo regina la propria figlia), Ariel effettivamente sarà libero. Ma, curiosamente, Shakespeare non attribuisce a questo personaggio alcuna battuta, dopo la sua liberazione: ne sarà stato contento? Ne sarà stato deluso? Quale sarà la fase 2 di Ariel? Non si sa. A leggere il testo, pare che Shakespeare non se ne preoccupi: come fosse un tema per lui marginale. Ma è da dubitare che l’attore che interpretò Ariel per la prima volta in scena (John Heminge? Henry Condell?) si sia limitato a uscire in quinta senza far capire al pubblico se la conquistata libertà lo avesse convinto o deluso. Del resto, il regista Shakespeare lasciava molta libertà all’improvvisazione dei suoi attori.

 

Quando, nel 1978 Strehler mise in scena la Tempesta, ebbe una trovata geniale: se Ariel è lo spirito dell’aria, deve volare. E Giulia Lazzarini, l’attrice che interpretava Ariel, effettivamente volava in scena sorretta da una solida corda tenuta da quattro tecnici. Alla fine, al momento della liberazione, per la prima volta Ariel metteva i piedi per terra: Prospero le staccava la corda che immediatamente risaliva in cielo con grande rumore (il pubblico doveva sentire la rottura del meccanismo che aveva tenuto sospesa in aria l’attrice e quindi la sua liberazione) e Giulia Lazzarini, incerta, sulle punte dei piedi, come chi non ha mai camminato sulla terra, restava attonita. Che cosa me ne faccio, ora, di questa libertà che ho tanto inseguito?, sembrava si domandasse. Lì per lì pareva quasi cadere a terra, ma poi, acquisito un nuovo equilibrio, scendeva dal palcoscenico e fuggiva verso il foyer passando festante tra le poltrone degli spettatori.

 

E’ difficile transitare dalla cattività alla libertà: difficile come vivere. Difficile come diventare grandi. Certamente la prova che il destino ha riservato ora a noi altri rientra in questa fattispecie: ci aspetta uno scatto in avanti non individuale, ma collettivo.

 

E anche in questo senso Casanova, Dantès e, sia pure per contrasto, come abbiamo visto, K. possono aiutarci, in concreto. Sia Casanova sia Dantès evadono con l’aiuto di qualcuno. Non potrebbero farlo da soli: ne sono perfettamente consapevoli. Il Veneziano si danna, quasi, perché ha bisogno di avere accanto a sé padre Balbi, un uomo sciatto e volgare che però gli serve per consentirgli di uscire sul tetto di Palazzo Ducale, una volta sfondato. Senza di lui la manovra di evasione sarebbe tecnicamente impossibile: padre Balbi si dimostra presto una palla al piede, nel racconto di Casanova, ma almeno in parte si riabiliterà non denunciando Casanova quando, invece, la sua codardia lo avrebbe potuto spingere a farlo per salvarsi da un brutto impiccio. Quanto a Dantès, lo avete visto: senza la morte dell’abate Faria la sua fase 2 semplicemente non esisterebbe. È l’italiano con la sua morte a consentire l’evasione di Dantès ed è sempre lui, con il suo tesoro, a garantirgli materialmente la possibilità di vendetta dopo aver preso le sembianze dell’enigmatico Conte di Montecristo.


Ne “La Tempesta” di Shakespeare Ariel chiede a Prospero: alla fine, mi ridarai la mia libertà? E Prospero lo rassicura 


Quando a K., tra le sue colpe (le sue inadeguatezze) ci sono anche quella di non aver dato ascolto alla amante Frieda che gli consigliava di adattarsi al nuovo mestiere di bidello e quella di non aver capito i consigli di Olga che, in modo più o meno palese, lo aveva invitato a tenersi alla lontana dal Castello. K. vuol fare tutto da solo (diciamolo a certi governatori: da soli si va sbattere). Max Brod, amico e esegeta di Kafka, raccontò che lo scrittore gli aveva accennato il finale del romanzo. Pare che l’intenzione di Kafka fosse quella di far riabilitare K. il giorno dopo la sua morte. Ultima beffa del destino che voleva dimostrare come la lotta di K. fosse inutile. A sé e agli altri.

 

Io non so se Kafka si identificasse con K., probabilmente sì. Probabilmente il clima sociale e psicologico del 1922 favoriva quel tipo di condizioni di disagio. Oggi è diverso: oggi dovremmo evitare di perderci nel Castello delle nostre identità passate e, seguendo piuttosto l’esempio di Casanova e Dantès, uccidere il mostro e uscire, finalmente, dal Labirinto.