La barbarie umanitaria

Giulio Meotti

“Condanniamo tanti anziani alla morte più atroce. Una trasgressione antropologica. La politica non abdichi a favore della scienza”. Parla il sociologo canadese Bock-Côté

Ognuno con la propria distinta carica libertaria (Mordecai Richler), cattolica (Charles Taylor), esistenzialista di sinistra (Denys Arcand) o realista (Mathieu Bock-Côté), gli intellettuali del Québec sono sempre stati capaci, dalla loro provincia nordamericana francofona, di costruire un ponte fra i due mondi, il nostro Vecchio europeo e il loro Nuovo. Tutti poco soddisfatti degli esiti di quella “Rivoluzione tranquilla” che segnò negli anni Sessanta l’irrompere del progressismo nel Québec e ispirata da un professore di Montreal, Pierre Trudeau, futuro primo ministro canadese e padre dell’attuale premier, Justin.

  

Nelle parole del Monde, Bock-Côté, autore di saggi come La dénationalisation tranquille e Le multiculturalisme comme religion politique, è il sociologo del Québec che ha “incantato” una parte dell’intellighenzia francese. Il direttore di Libération, Laurent Joffrin, lo ha definito “la star della réac-académie”. Il pensiero di Bock-Côté in questi giorni di pandemia e di morte va ad Arcand e alle sue “Invasioni barbariche”, il film che gli è valso un Oscar. L’invasione barbarica della malattia nel corpo di un uomo maturo, come simbolo del malessere della civiltà contemporanea. “E’ un film molto bello di un grande regista” dice al Foglio Bock-Côté. “Denys Arcand è un regista ma è anche, a suo modo, uno storico ossessionato dalla vanità delle nostre illusioni culturali. Il suo film solleva la questione del suicidio assistito e lo fa con occhio empatico, senza essere militante. Lo stesso non si può dire del dibattito pubblico che spinge le nostre società ad abbracciarlo come se fosse il più fondamentale dei diritti. Il mondo occidentale è permeato da una potente fantasia, quella dell’autogenerazione, che spinge l’individuo a voler scegliere il proprio sesso, come se la natura non avesse alcun controllo su di lui. Era forse inevitabile che poi volesse decidere della propria morte, come se sperasse di dominarla in questo modo, con l’esistenza interamente sotto il segno del controllabile. Il diritto al suicidio assistito sarebbe quindi il diritto che completa tutti i diritti e spinge i suoi attivisti a diventarne entusiasti promotori. Non mi piace questo termine, ma siamo di fronte a una vera e propria deriva. Innanzitutto, nel nostro paese, si trattava di autorizzare il suicidio assistito in alcuni casi molto specifici, sulla base di criteri ben definiti: era riservato a persone in fase terminale di una malattia incurabile, vittime di un dolore insopportabile. Ma molto rapidamente, questi criteri sono stati relativizzati ed è stato necessario democratizzare l’accesso al suicidio assistito, trasformato in un unico atto medico, come se non fosse di natura radicalmente distinta. Oggi, i suoi sostenitori sostengono la necessità di un maggiore accesso all’assistenza medica in caso di morte. Michel Houellebecq, ne ‘La carta e il territorio’, ha dimostrato fino a che punto il suicidio assistito possa spingersi: si presenterà un giorno semplicemente come una risposta medica al male di vivere, a chi è stanco di questa vita, e desideroso di lasciarla nel modo più igienico possibile, su base contrattuale, programmando la propria morte. Transumanesimo, turismo sessuale, museificazione, islam, annientamento farmaceutico delle emozioni, Houellebecq ha compreso la profonda stanchezza della nostra civiltà, è lo scrittore che ha capito il crollo di una civiltà radicalmente disincantata e che fugge costantemente da se stessa, in un tentativo simile a quella del suicidio. La logica dei diritti ci porta quasi inevitabilmente a questo. L’individuo assolutamente autonomo, che non tollera alcun limite, ritiene di essere libero di disfarsi del proprio corpo al punto da chiedere al sistema sanitario di farsi carico del suo desiderio di lasciare questo mondo alle proprie condizioni. Viene banalizzato. Non siamo ancora arrivati a questo punto, ma è difficile vedere come possa tenere ancora l’argine di fronte alla radicalizzazione del culto dell’autonomia a tutti i costi per l’individuo”.

 


“Non è impossibile che l’orrore risvegli la fibra morale desensibilizzata della nostra società”


 

E questo ci porta alla pandemia, che in Europa ha consumato metà dei decessi nelle case di cura. “Siamo assistendo alla rinascita della morte nella sua forma più spaventosa” ci dice Bock-Côté. “In diversi paesi, le case di riposo vengono trasformate in case di morenti. Le nostre società, che da diversi anni vivono un dibattito più o meno sereno sul suicidio assistito, in nome del ‘diritto a morire con dignità’, condannano migliaia di anziani alla morte più atroce, in estrema solitudine, privati dei loro cari, che sentono anche loro intimamente questa violenza. Alla vigilia del loro ultimo respiro, non possono tenere le mani dei loro figli, non possono parlare con un prete, nessuno sussurrerà loro un’ultima parola di consolazione. In alcuni casi, vengono portati al crematorio in massa, senza che sia consentito nemmeno un minimo rituale funebre. In questa crisi abbiamo assistito a una forma di trasgressione antropologica che si scontra intimamente con la coscienza della nostra civiltà e con una legge immemorabile associata alla figura di Antigone. E’ chiaro che esiste una cosa come la barbarie umanitaria. Non è impossibile, tuttavia, che l’orrore risvegli la fibra morale desensibilizzata della nostra società”.

 

La “scomparsa del cattolicesimo in Québec” è diventato ormai un classico della sociologia della religione. “Troppo spesso oggi la vita interiore è confusa con il vuoto interiore” ci dice Bock-Côté. “Nei momenti di crisi è naturale che l’uomo si ritiri nelle sue più antiche credenze, quelle che lo collocano nella storia più lunga e che pretendono di essere legate a verità primordiale, originali, sacre, quelle che gli ricordano la sua partecipazione al mondo e all’universo oltre alla più sterile iperattività ideologica, sociale o consumistica. Un’amica mi ha confidato qualche giorno fa che voleva pregare ma non sapeva come fare. Non è una credente, ma ha sentito, attraverso una vera e propria angoscia, un bisogno quasi inesprimibile che tutti noi sentiamo: quello di uscire dall’assurdità di un’esistenza priva di un significato che la trascende, collegandoci a quella che si potrebbe chiamare la parte invisibile del mondo. E’ proprio il ruolo del rito, della liturgia, a fornire un linguaggio capace di raggiungere queste regioni dell’anima e di esplorarle. L’angoscia della mia amica può essere avvertita da molti. Questo la condurrà con gli altri sulla via della fede? Francamente, mi sorprenderebbe. Ma questa richiesta di aiuto lascerà una traccia nella loro intima esistenza? Potrebbe. Non sarà un movimento di massa, in questo caso, ma un inizio, che si evolverà. Una cosa va aggiunta: anche quando cerca la fede, l’uomo occidentale di oggi non crede più di poterla trovare nel cristianesimo e forse i cattolici dovrebbero chiedersi perché spesso faticano ad attirare chi ieri avrebbe trovato in loro una casa, o almeno una mediazione verso la fede”.

 


“C’è la tendenza a relativizzare il pericolo, a tecnicizzare tutti i problemi e a non credere più che ci siano contraddizioni insolubili”


 

Alain Finkielkraut ha parlato di scontro fra nichilismo e civiltà durante la pandemia. “Come lui, temo questa forma di darwinismo, i cui echi si sentono qua e là, che porta al sacrificio dei più anziani, presentati come elementi improduttivi della società, la cui esistenza prolungata sarebbe un peso per la società nel suo insieme”, dice ancora Bock-Côté al Foglio. “Il disprezzo per i deboli è una tentazione che sale facilmente in superficie della vita sociale in tempi di crisi. Alcuni fanatici si spingono addirittura a dire che non dovrebbero essere oppressi da loro e che la loro protezione non dovrebbe ostacolare la più rapida ripresa possibile del sistema economico. Credo però che la coscienza resista a questa terribile tentazione. Il deconfinamento arriverà, è necessario, ma sarebbe insensato se non fosse accompagnato da una seria protezione delle categorie più fragili”.

 

E’ in corso, forse, un fallimento anche delle strutture sociali classiche. “Stiamo assistendo, una cosa è certa, ai limiti della solidarietà meccanica, formale, professionalizzata, associata allo stato sociale, che ha sostituito le comunità negli ultimi decenni. Non intendo condannare lo stato sociale in sé, le sue virtù sono innegabili. Ma è stato in grado di mantenersi solo grazie alle residue solidità precedenti, quelle legate alla famiglia”. E fa l’esempio del Quebec: “Nella nostra provincia, i centri per anziani erano possibili solo perché i bambini continuavano ad andare a trovare i loro genitori, ad aiutarli, quasi quotidianamente. Lo stesso si potrebbe dire del sistema ospedaliero, che non reggerebbe senza il ruolo svolto da migliaia di volontari. In altre parole, la solidarietà organizzata dallo stato è necessaria, ma insufficiente, e la giustizia sociale non può fare a meno dei servizi gratuiti. Detto questo, più in generale, è chiaro che questa crisi è servita a ricordare che la famiglia è il quadro fondamentale che permette alla vita di fiorire e di dispiegarsi, soprattutto quando i quadri dell’esistenza sono indeboliti, e addirittura minacciati di essere polverizzati”.

 

E’ stato uno choc antropologico. “L’uomo fluttuante, disincarnato, l’uomo-cavia che si pensava fosse in grado di staccarsi dalla propria identità sessuale, era una cupa finzione ideologica. Voleva essere assolutamente padrone di se stesso, libero da vincoli di appartenenza, senza patria, senza religione, senza civiltà, che conosce solo affinità elettive, che si potevano formare e sciogliere al ritmo dei desideri fluttuanti dell’uno e dell’altro. La modernità avanzata pensava di produrre un essere emancipato, ma in realtà produceva un perfetto essere nevrotico, soggetto a tutte le mode e incapace di resistere a varie forme di manipolazione ideologica. E’ il progressismo a essere intellettualmente in bancarotta. Si potrebbe anche dire che il fondamentalismo della modernità si sta decomponendo sotto i nostri occhi. In altre parole, la concezione dell’uomo che ha dominato le nostre società negli ultimi decenni ha portato alla mutilazione esistenziale dell’uomo. Mi direte che questa critica non è nuova, che accompagna la storia della modernità, il che è giusto, ma non è mai stato così vero, credo. Quello che alcuni oggi riscoprono è il bisogno di una casa, un luogo dove ritirarsi quando i grandi venti della storia si alzano, una fortezza, anche, se necessario. Se lo stato non riesce a svolgere il suo ruolo in questo modo, si disintegra. Le persone aspirano a governare se stesse e non vogliono vedere i loro paesi trasformati in rami amministrativi di un impero globale che eserciterebbe una forma di sovranità planetaria. Il villaggio globale, quello della promiscuità globale, non è un bell’ideale”.

 

Eppure, ciò che resiste è decretato come “reazionario”, cattivo. “E’ la grande matrice del contrattualismo, che cerca di sostituire tutte le eredità e di sciogliere tutti i legami naturali. Non vuole che la nazione si definisca se non in termini giuridici e vuole vederla come una costruzione sociale puramente artificiale. Non ama vedere la famiglia come un’istituzione che la precede, con una propria struttura antropologica: la vorrebbe definita come un’associazione strettamente contrattuale. Non tollera nemmeno che l’individuo nasca con un gender, ma sogna di vederlo decidere la propria identità sessuale – o, come diciamo oggi, la propria identità di genere – attraverso le categorie amministrative prodotte dal ‘regime della diversità’. Allo stesso modo, non tollera più che l’aspirazione alla trascendenza si esprima al di fuori della sfera privata, tranne quando si tratta di religioni straniere, che sono il prodotto dell’immigrazione, ma questa è un’altra questione. Deritualizza l’esistenza, ci condanna all’aridità spirituale. L’anima si atrofizza. La storia dei sacerdoti di Bergamo, qualche settimana fa, ha però scosso tutti noi. Ci hanno ricordato, attraverso il loro sacrificio, l’esistenza di bisogni spirituali, incomprensibili per alcuni, vitali per altri”.

 

L’occidente arranca, la Cina gonfia il petto. “Possiamo vedere le conseguenze della deindustrializzazione dell’Europa, che ha sacrificato diversi settori strategici alla Cina, che, nelle attuali circostanze, sta giocando la carta imperiale senza imbarazzo. L’utopia di un mondo in cui gli individui è come se fossero a casa propria ovunque, crolla nel momento in cui si ridistribuiscono grandi volontà di potere, alle quali si può rispondere solo con la propria volontà di potere. L’irenismo umanitario ci depoliticizza e condanna all’impotenza”.

 

Serve il ritorno in grande stile della politica. “Il politico non è un super-tecnocrate che si limita ad attuare le raccomandazioni delle perizie che si accumulano davanti a lui. Questo implica avere una visione del mondo che non è solo un accumulo di statistiche. Il politico è l’uomo tragico per eccellenza. D’altra parte, assistiamo alla strumentalizzazione del riferimento alla scienza nel discorso pubblico”. E Bock-Côté fa di nuovo l’esempio del Canada. “E’ in nome della scienza che Justin Trudeau ha rifiutato, all’inizio della crisi, di chiudere le frontiere. Qualche giorno dopo è in nome della scienza che ha deciso di chiuderle. La scienza ha cambiato idea nel giro di una settimana. Allo stesso modo, in Francia, è in nome della scienza che hanno condannato l’uso della mascherina, prima di promuoverla, sempre in suo nome. Dobbiamo o non dobbiamo fare affidamento sull’immunità totale? Da una settimana all’altra le opinioni cambiano. Non sto dando la colpa a nessuno, sto semplicemente dicendo che, ancora una volta, in una situazione che è ancora in gran parte fuori dalla nostra portata, non c’è una risposta scientifica assolutamente definitiva, e la politica gioca un ruolo chiave”.

 

La nostra immaginazione culturale era piena di disastri hollywoodiani. Ma quando il pericolo reale ha bussato alla porta siamo diventati incapaci di sentirlo. “La tendenza a relativizzare il pericolo è peculiare dell’immaginario politico della modernità avanzata, che tecnicizza tutti i problemi e non crede più che le nostre società si trovino di fronte a contraddizioni insolubili”, continua Bock-Côté. “Il progressismo dominante ha cercato di dissolvere concettualmente la rappresentazione stessa del pericolo esistenziale sul piano collettivo, come abbiamo visto con l’islamismo o l’immigrazione di massa. L’antifascismo assolutamente anacronistico è servito da morale pubblica comune e ci ha trasformato in pappagalli che ripetono slogan e in ammirevoli combattenti della resistenza democratica. Naturalmente, ha denunciato la catastrofe climatica in arrivo, ma solo a condizione che la colpa fosse esclusivamente dell’Occidente”.

 


“Un’amica mi ha confidato che voleva pregare ma non sapeva come fare. E’ un bisogno inesprimibile che tutti sentiamo”

“Il politico non è un tecnocrate che si limita ad attuare le raccomandazioni delle perizie che si accumulano davanti a lui”


 

Oggi, però, il “male” riappare nella sua forma arcaica e primitiva, la malattia. “La sua possibilità è stata repressa negli strati più profondi dell’inconscio collettivo ed è sopravvissuta solo nella fantascienza, che se ne nutre. Ci sembrava incompatibile con le nostre società ben organizzate, che non credevano di essere sulla via del progresso perpetuo e che si credevano socialmente immuni a tale piaga. Ci è voluto molto tempo per capire cosa stava succedendo. Tuttavia, alcuni ci hanno messo più tempo di altri”.

 

Un certo ecologismo gongola per gli effetti della pandemia. “Abbiamo sentito gli attivisti verdi presentare la crisi come un’opportunità per il pianeta e per costringerci a trasformare radicalmente il nostro stile di vita. Ne gioiscono, spesso al riparo di una proprietà confortevole: per loro è la catastrofe redentrice che potrebbe condannarci a una brutale forma di decrescita. Alcuni uomini si sentono storditi dalla possibilità di una crisi e trovano difficile resistere alle fantasie apocalittiche che li eccitano. Per di più, questi attivisti parlano un linguaggio non dissimile da quello del panteismo: con la pandemia, il pianeta, che chiamano Gaia, si difenderà dal suo sfruttamento da parte dell’umanità. Il coronavirus sarebbe il suo sistema di difesa, una forma di reazione immunitaria. In altre parole, al pianeta viene data una volontà, una coscienza. Oggi punirebbe un uomo malvagio. Come non vedere questo come una forma particolarmente regressiva di credo religioso, che ci riporta a quella che Lévy-Bruhl chiamava la mentalità primitiva?”.

 

Ma è possibile, infine, che questa tragedia ci riavvicini alla libertà. “E’ la stessa idea della tragedia che avevamo espulso dal nostro universo mentale”, conclude Bock-Côté la sua chiacchierata con il Foglio. “La tecnica prometteva un mondo perfettamente controllabile e si permetteva di speculare sulla possibile immortalità dell’uomo attraverso fantasticherie transumaniste. L’umanità occidentale era dominata da una fantasia demiurgica. Adesso si trova brutalmente a ricordare la propria condizione primitiva: l’uomo riscopre di poter morire, ha paura, ha paura per la sua gente. E quando arriverà il momento del deconfinamento non lascerà la sua casa con l’avventatezza di ieri. Sarà sospettoso. Saremo tutti nostalgici di una certa leggerezza. Ma questo è il mondo in cui vivremo e in cui dovremo imparare a essere di nuovo liberi”.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.