Cosa deve fare il governo per convincerci a scaricare Immuni

Bianca Berardicurti e Lucio Scudiero

Per spiegare agli utenti che installare l'app ha una sua razionalità usare le parole giuste potrebbe non bastare. Servono una visione e un progetto più ampi in cui coinvolgere gli italiani

In occasione di un surreale pranzo domenicale con altre dieci persone – su Zoom, ça va sans dire -, poco prima di salutare tutti abbandonando il meeting, abbiamo pensato di fare un piccolo sondaggio tra i nostri amici in merito all’ormai chiacchieratissima (eppure per molti versi ancora misteriosa) app Immuni. Come ormai noto più o meno a tutti, si tratta di un’applicazione basata sul tracciamento di prossimità tramite bluetooth, che evita l’inseguimento dei cellulari via Gps e consente di accelerare la ricostruzione delle filiere di contagio. Al momento non è chiaro se il modello per il quale si opterà sarà quello centralizzato, con l’affidamento a una struttura governativa del compito di acquisire l’archivio dei contatti dal cellulare di un soggetto positivo, oppure quello decentralizzato disegnato da Google e Apple, seguendo il quale i dati non lasceranno mai i dispositivi degli utenti. 

 

 

L’esito del sondaggio ci ha lasciati sorpresi (eppure la tendenza riscontrata è stata poi confermata da più parti): su dieci persone, tutte con un alto tasso di istruzione, una buona professione e una discreta confidenza con gli organi di informazione, solo due si sono dichiarate disposte a scaricare l’app, una volta disponibile. Insomma, perfino nel campione per niente rappresentativo del nostro salotto virtuale, quel 60 per cento di massa identificata come critica per il funzionamento dell’app non viene raggiunto.

 

Se davvero la riluttanza riscontrata nelle persone fosse confermata, nell’ottica di assicurare l’efficacia di questo segmento della strategia complessiva per il contenimento del contagio e l’uscita dalla crisi, i soggetti responsabili delle architetture decisionali avranno non poco da lavorare quindi sul contesto nel quale i cittadini si troveranno a operare questa (come altre) scelta. D’altra parte, ciò che si sta domandando a ciascun individuo, e in ultima istanza alla collettività, in questo momento storico, è sostanzialmente un radicale e profondo cambiamento delle abitudini: il minimo che si possa fare – e le ultime uscite del presidente del Consiglio non lasciano grandi speranze al riguardo – è costruire un contesto decisionale nel quale la scelta tra il comportamento considerato virtuoso (in questo caso, scaricare Immuni) e quello che si intende disincentivare (non scaricarla e/o non utilizzarla) possa assumersi nel migliore dei modi.

 

 

I passaggi necessari per costruire questa ambientazione decisionale sembrano essere, innanzitutto, quello di comprendere quali siano le ragioni della resistenza dei cittadini a scaricare l’app; e in secondo luogo, una volta compresa la portata di tale riluttanza, individuare quali siano eventualmente gli strumenti a disposizione per incentivare ciascun singolo individuo a porre in essere il comportamento virtuoso sul piano dei benefici collettivi.

  

Sul primo profilo abbiamo rilevato che tutte le ragioni poste a fondamento del rifiuto a scaricare Immuni sul telefono sono riconducibili, in varie declinazioni, a esigenze di riservatezza e alla riluttanza a condividere una serie di informazioni di natura personale con lo stato. Comprensibile, ma non del tutto razionale: se è vero, come è vero, che da anni siamo tutti disposti a condividere dati estremamente sensibili (spostamenti compresi, ma anche opinioni personali, tratti del volto per il riconoscimento facciale, battito cardiaco e persino calorie bruciate) con società private su cui abbiamo un numero limitato di informazioni, che differenza può fare fornire alcuni dati personali allo stato, per un tempo limitato e a beneficio della collettività? Basta davvero un generalizzato senso di sfiducia nelle istituzioni a spiegare la deviazione dei cittadini da una condotta che astrattamente potrebbe portare dei benefici? Evidentemente no. E d’altra parte, gli studi di Behavioral law and economics hanno già da tempo dimostrato che le scelte degli individui presentano sistematicamente delle “distorsioni” rispetto al percorso razionale – ciò anche in virtù dell’interazione tra i due sistemi con cui opera il nostro cervello nel processo decisionale: l’uno, più intuitivo e automatico, più soggetto a distorsioni cognitive (il cosiddetto System 1) e l’altro riflessivo e razionale (il cosiddetto System 2).

 

Evidentemente, poi, il problema della deviazione da una condotta razionale è tanto più presente quando si tratti, come nel caso di specie, di compiere scelte il cui costo, quale ad esempio una compressione di diritti, vada affrontato immediatamente, mentre i benefici attesi sono destinati a manifestarsi dopo un certo lasso di tempo: nel famoso libro "Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness", gli economisti Thaler e Sustain si divertono a utilizzare l’esempio perfetto della dieta, o dello sport: tanta fatica nell’immediato, benefici futuri e incerti. E’ allora evidente che comprendere quali siano le distorsioni cognitive che si snodano a livello irrazionale e istintivo, quello del System 1, per intenderci, rappresentano un primo passo per poi condurre gli individui a modificare il proprio comportamento.

 

Anzitutto occorre considerare che gli individui mostrano una comprovata avversione a porre in essere scelte in situazioni di ambiguità: in altri termini, la carenza o mancata chiarezza del contesto informativo nel quale le decisioni debbono essere adottate, finiscono per disincentivare le persone a prendere parte a un progetto di cui non conoscono esattamente i contorni. Ciò vale tanto più in un tessuto come quello italiano che sconta un bassissimo tasso di alfabetizzazione tecnologica.

 

In secondo luogo, nella vicenda del Covid 19, non si può escludere che il cittadino tenda a sottostimare il rischio di contrarre il virus. Ciò si potrebbe essenzialmente ricondurre, da un lato, e soprattutto nelle regioni meno colpite, alla mancanza di “prossimità” con il fenomeno del contagio e delle conseguenze negative dallo stesso derivanti; dall’altro, alla circostanza che nella esperienza singola può essere accaduto che la violazione di alcune raccomandazioni per il contenimento del contagio non abbiano poi prodotto alcuna conseguenza negativa su chi tale violazione ha posto in essere (proviamo a immaginare tutte le volte che abbiamo mandato dei messaggi mentre eravamo alla guida, senza che ciò abbia comportato alcun incidente). Entrambe le circostanze, evidentemente, incidono sul senso di indurre a una sottostima inconscia del rischio per il cui contenimento si chiede di porre in essere dei comportamenti virtuosi ma costosi. A fronte di questi fattori, ma ci potrebbero essere ancora più ragioni da investigare, è chiaro che l’azione del decisore non potrà che muoversi contemporaneamente su diversi piani, attraverso il tentativo da un lato di rimuovere le distorsioni che incidono sul processo decisionale dei cittadini e, dall’altro, di spingerli gentilmente all’adozione di una decisione che sia virtuosa.

 

Quanto a quest’ultimo profilo, la tecnica di nudging più efficace sembrerebbe quella che ruota attorno all’“influenza sociale”, facendo leva sulla dimostrata tendenza degli individui a conformarsi alle condotte altrui. La tendenza a “seguire il branco” opera infatti su un doppio binario: da una parte ciò che gli altri membri di una comunità fanno, il modo in cui si comportano, veicola la diffusione di importanti informazioni, e dall’altro impone una importante pressione sociale, incidendo sul desiderio che ciascun individuo di evitare il discredito sociale e essere accettato dalla comunità cui appartiene.

 

In questo senso, tornando a Immuni, potrebbe quindi valere la pena che il governo, o l’ente che di fatto gestirà l’app, comunicasse con cadenze regolari il numero di persone che ha effettivamente scaricato l’applicazione: siamo tutti provati dalle conferenze stampa quotidiane che almanaccano numeri agghiaccianti, ma dare  la percezione che la società si stia muovendo verso livelli di maggiore fiducia e coesione potrebbe senz’altro rappresentare una spinta gentile nella giusta direzione. Quanto alla rimozione delle distorsioni che incidono sul processo decisionale, è evidente che il perno su cui dovrebbe muoversi l’azione del governo sarebbe quello di fornire ai cittadini un set di informazioni razionali, chiare, comprensibili: se davvero si vuole che i cittadini modifichino il loro comportamento in un determinato senso, è necessario metterli nelle condizioni di adottare le proprie decisioni in un contesto privo di ambiguità. E ciò non solo in merito ai provvedimenti che vengono di volta in volta adottati, ma in termini progettuali: occorre rendere i destinatari di quei provvedimenti parte di un progetto che ritengano razionale e condiviso, che li conduca a ritenere le scelte che devono adottare come socialmente accettabili e persino desiderabili nell’ottica del bene comune. 

 

In questi termini, la fiducia dei cittadini e la disponibilità a fare gli ulteriori sacrifici che vengono a essi richiesti sarebbero notevolmente incentivate laddove l’app Immuni venisse percepita come una parte di un ingranaggio più complesso e, in ultima istanza, della macchina che porterà il paese fuori dalla crisi. Per fare un esempio: se accanto a Immuni si inserisse un’organizzazione efficace e massiva dei test sulla popolazione; se a latere vi fosse la strutturazione di un progetto di isolamento e cura dei pazienti a carico dello stato, coinvolgendo strutture alberghiere ormai in crisi e ricollocando chi ha perso il lavoro in attività utili a questa fase. Ecco, se insieme alla richiesta dell’ennesimo sacrificio in termini di compressioni di libertà personali lo stato fosse in grado di fornirci una visione dell’uscita, saremmo forse tutti più ben disposti a correre insieme questi (si spera ultimi) 100 metri.

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