In quarantena vince il desiderio: la rivoluzione amorosa dopo il virus

Simonetta Sciandivasci

Irene Soave ci svela il galateo della fase 2

Amiamoci o faremo un casino. La fase due sarà più complicata, insidiosa, spazientente della prima; dovremo auto valutarci e auto controllarci, seguire il libero arbitrio e non i protocolli. Saranno necessarie eleganza e continenza, virtù che s’approntano nell’incontro con l’altro, che per due mesi non solo non abbiamo praticato, ma abbiamo dovuto schivare come fosse peste, giacché in effetti peste portava.

 

Paolo Giordano ha scritto che è inesatto dire che dovremo convivere col virus: piuttosto, dovremo sfidarlo. Già. E dovremo fare i conti con quello che il virus ha trasformato dentro e fuori di noi; quello che ci ha fatto smentire, ripensare, tradire, abbandonare; le passioni, gli slanci, le gentilezze che ha demotivato. Grande sarà lo smarrimento. Un bon ton ci vorrà, allora, perché il bon ton orienta, e soprattutto “In tutte le situazioni, prescrive l’assoluto autocontrollo”, dice al Foglio Irene Soave, giornalista del Corriere della Sera, esperta di galateo, che ora tiene a una premessa: parlare di nuovi comportamenti è un lusso per fortunati, quelli che non hanno perso un caro o il lavoro, né si sono ammalati.

 

Dice Soave: “Il grande discrimine della quarantena è stato tra introversi, che hanno prosperato, ed estroversi, che hanno patito. Mai dire a un estroverso che durante la quarantena si è stati bene: li irrita”. S’è creato quest’orrendo tabù per cui ammettere che isolati non si sta male è sconveniente e segnala cinismo. “Io non conosco nessuno che sia contento di tornare a lavoro, e questo la dice lunga su cosa sono i nostri uffici: piuttosto che andarci, preferiamo stare a casa, con fuori una pandemia. Anche quest’ammissione, in pubblico, è sconsigliata, ma dovrebbe farci riflettere”.

 

Qualche fregola mondana, però, s’avverte. Qualche amico sta già organizzando festini clandestini, per pochi intimi non congiunti, né affini. “Chi viene invitato a cene carbonare e però sa che non è il caso di accettare, deve dire, semplicemente, no grazie. “Never complain never explain”, dicono gli inglesi. Se si è chiari nel manifestare la propria fermezza, nessuno chiederà d’infrangerla. Quindi al bando lagne, non si dica che si vuole uscire, vero o no che sia. Soprattutto, non si soffra se non si viene cercati”. Vivremo questo paradosso, probabilmente: scacceremo chi ci desidera ma soffriremo se si allontanerà. Come manifestare, allora, il desiderio dell’altro, del non congiunto non affine, senza provocarlo? “Restiamo parchi nei contatti telefonici, scriviamo ancora lettere, evitiamo di raccontare quanto siamo ingrassati e quanto ci siamo abbrutiti, diciamoci sempre migliori di quello che siamo. Parliamo del dopo, senza imbastire progetti impegnativi”.

 

All’opposto degli sfrontati che non vedono l’ora di riavere tutto così com’era, c’è chi teme, sospetta, complotta, rimprovera sconosciuti che non rispettano la distanza di sicurezza, sindaca sull’efficacia delle altrui mascherine, va in escandescenze se per sbaglio un estraneo lo sfiora. “Deve intervenire la ragionevolezza. Abbiamo più dati rispetto a due mesi fa e sappiamo che la maggior parte dei contagi è avvenuta nei posti di lavoro e cura; considerare il prossimo un untore è prima di tutto un segno d’ignoranza e poi di barbarie, di sciatteria civica”. Ma è lecito rimproverare qualcuno? “Di certo non un anziano che ci passa accanto al supermercato, né uno sconosciuto che ci sfiora sorpassandoci sul marciapiede. Evitiamo poi di dedurre migliorie o avarie morali da Covid: redarguire il prossimo è uno degli sport preferiti degli italiani da sempre, la pandemia ha innaffiato un terreno già seminato”. E’ il moralismo a farci isterici? “Semplicemente, esiste in natura il rompipalle che gode nel mettere pagelle a tutti meno che a sé stesso. Se proprio si vuol essere utili alla collettività, si badi al proprio e si eviti la delazione che, oltre a essere scortese, disgrega, incattivisce e stanca”. Chiedersi se si può nuocere all’altro, da dovere etico, sembra quasi stia trasformandosi in fanatismo. “Può darsi, ma ancora: anziché porci quesiti esistenziali, leggiamo i dati, quindi i giornali”.
Sotto lockdown, amore e sesso li abbiamo fatti online, talvolta con improbabili revenant che adesso reclamano concretizzazione, mentre noi vorremmo nasconderci sotto al letto e ripiombare in un’altra quarantena.

 

“Bisognerà ridurre i contatti senza essere bruschi, non passare dal carteggio bollente alla latitanza, somministrare vaghi segnali di disimpegno. Prendo da “Diabolico Sesso”: ‘Abbellite ogni no con piccoli favori e melliflue paroline. Cercate di non avere mai un’aria arcigna o cocciuta. Qualsiasi principiante è in grado di respingere un uomo allontanandolo da sé per sempre; per rifiutarlo senza suscitare rancori e potendolo tenere come autista, compagno di svaghi e appoggio sul lavoro o peggio come possibile marito, occorre una eccezionale maestria’”. Ma è un libro del 1955! “E non assomiglia, questo nostro tempo, a quegli anni, quando ci si desiderava senza potersi vedere, erano lecite solamente le relazioni stabili, si stava sempre in casa? Anche allora si cacciava più di quanto si volesse mangiare. Giovanni Verga si definiva un grande ingravida balconi, intendendo che amava corteggiare donne irraggiungibili che vedeva soltanto affacciate, e pure che se quelle donne fossero scese in strada, forse non le avrebbe volute. Il banchetto non è per forza conseguente alla caccia”.

 

E dire che nel mondo di prima detestavamo l’accidia dei Cyrano della messaggistica. “Donne e uomini sono stati abituati a credere di dover avere una libido spropositata. Questa quarantena ci ha mostrato che l’appagamento può coincidere con il desiderio, per esprimere il quale tutte le rivoluzioni dei costumi ci hanno lasciati sguarniti di un modo non predatorio. Che non sia questa l’occasione per inventare quel modo?”. Avanti, suonatori di balconi, confessiamoci che abbiamo giocato e che nel gioco abbiamo trovato una verità autentica.

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