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Dati d’ansia

Evitare la catastrofe evocata da Henry Corbin. Un esorcismo per la riconquista dell’Immaginazione

23 Aprile 2020 alle 06:00

Dati d’ansia

(foto Unsplash)

Il virus sta funzionando come un acceleratore delle tendenze fondamentali dei nostri tempi. L’emergenza sanitaria ci spinge verso l’eccezione e così giustifica, fonda e legittima la Macchina algoritmica nella sua corsa verso il nuovo capitalismo basato sull’estrazione dei dati dai nostri comportamenti, idee e emozioni; i dati sono il nuovo petrolio e è simbolicamente eloquente che nel 2017, in Arabia Saudita, centro mondiale del petrolio, Ajay Banga, il presidente e amministratore delegato di Mastercard, abbia dichiarato che i dati, come mezzo di produzione di ricchezza, sono efficaci come e quanto il greggio e hanno il vantaggio, al contrario del petrolio, di essere inesauribili. In questo senso i dati assomigliano ancora di più al sogno nucleare: una risorsa illimitata che però contiene un immenso potere distruttivo, preludio di nuove catastrofi.

 

La Macchina algoritmica ci rende prevedibili, costruisce una copia di noi stessi in un mondo platonico e digitale che diventa, come nei riti del voodoo, il simulacro su cui i programmatori possono agire con i loro spilloni per chiuderci in una realtà sempre più a misura della grande magia nera orchestrata dall’Intelligenza artificiale.

 

Ma dicevamo: il virus sta funzionando come un acceleratore delle tendenze fondamentali dei nostri tempi. L’ansia, la paura e l’orrore di questi mesi pandemici avvolgono il pianeta in una nube purpurea e accelerano l’ansia e la paura già presenti da tempo e che si traducono, da Trump a Bolsonaro, da Putin a Orbán, nella vittoria di politiche ansiogene, paurose e oppressive. L’ansia e la paura spingono gli uomini a restringersi in se stessi, a chiudersi spaventati e a reclamare un mondo esistenzialmente in quarantena; la Macchina algoritmica offre un identico movimento, lo stesso respiro, il medesimo sabba. Da anni, gli psicofarmaci contro ansia, fobie e depressione, a leggere i dati, vengono prescritti e assunti sempre più da enormi fasce di popolazione: la forma della nostra mente, decisa chimicamente, si riflette dappertutto. La farmacologia sta diventando una categoria politica più potente e efficace di quelle settecentesche e ottocentesche con cui pretendiamo ancora di interpretare e gestire la vita pubblica. La forma del mondo rimbalza in corrispondenze che spingono nella medesima direzione: intelligenza depressa degli individui, intelligenza depressa delle collettività politiche, intelligenza artificiale deprimente e opprimente che gestisce la costruzione del mondo attraverso la Macchina algoritmica.

 

In questi mesi, qui su 2666, stiamo cercando di capire, perfino con sprezzo del ridicolo, come rispondere a tutto questo, disegnando una mappa alternativa, i cui riferimenti sono lontani tra di loro nello spazio e nel tempo, e le cui distanze descrivono una terra che si percorre innanzitutto con il pensiero e l’immaginazione. Dai mistici bizantini ai dadaisti, dal rinascimento psichedelico a una nuova ucronia capace riattivare potenze ancora inespresse della storia passata. Il voodoo digitale che chiude la mente ha bisogno di un controrituale capace di sintonizzarla verso l’imprevedibilità e l’unicità.

 

Da questo punto di vista è necessario accedere a nuove visioni e trovare una nuova disciplina dell’immaginazione. Perché questa guerra si sta combattendo soprattutto nel dominio dell’immaginazione, un dominio che non sappiamo più definire e vedere e che, nonostante questo, continua a esistere e ad agire. Riconquistare l’immaginazione era il compito filosofico di Henry Corbin, il grande studioso francese della tradizione mistica islamica, che negli anni Sessanta del Novecento aveva scritto allarmato che la scomparsa, in occidente, dell’immaginazione “portava con sé una catastrofe dello Spirito”. La parola utilizzata da Corbin era esattamente questa: catastrofe; e saremmo dei turisti delle idee, se non la prendessimo sul serio e se non la leggessimo attraverso quello che oggi sta capitando. L’immaginazione è un luogo dello spirito che sta in mezzo, tra le percezioni sensibili e l’astrazione intellettuale. Questo intermondo rende possibile alla materia della realtà esterna, di cui veniamo in contatto con gli organi percettivi, di spiritualizzarsi e, contemporaneamente, di dare figura e dimensione ai concetti astratti, alle forme intelligibili che pensiamo. L’immaginazione non è fantasia, vagheggiamento onirico, ma è un mondo vero e proprio che, secondo Corbin, non sappiamo più abitare, esplorare, coltivare con la disciplina necessaria. E’ il mondo attraverso il quale l’uomo accede alla visione, in cui accadono i significati, in cui i significati sono possibili. Senza l’immaginazione, dunque, la catastrofe può avanzare e manifestarsi senza che ci accorgiamo del significato della catastrofe e dunque della catastrofe stessa. L’immaginazione è uno schema, una matrice, una rete, una tavola smeraldina in cui ciò che è corporeo diventa spirituale e ciò che è spirituale diventa corporeo. Internet e il cyberspazio, nella loro capacità di elaborare e diffondere significati e immagini, sono la rappresentazione più evidente di che cosa sia l’immaginazione o, più precisamente, mettono in scena la parodia dell’immaginazione stessa. Parodia, insieme a catastrofe, è un’altra parola chiave di questo ragionamento ed è il segno di riconoscimento della Macchina algoritmica.

 

La Macchina algoritmica, come abbiamo visto, lavora infatti per la duplicazione dell’essere umano; cioè per la costruzione di un fantoccio imbottito di dati su cui praticare il suo malocchio digitale. L’immaginazione è stata così esternalizzata. La paura e l’ansia anestetizzano la nostalgia dell’immaginazione perduta. E il crogiolo paracelsiano in cui si incontrano i mondi di sopra e di sotto è stato sostituito, come da ladri nella notte, senza che ce ne accorgessimo.

 

Contrapponendo a Ajay Banga il ricordo di Henry Corbin, questo articolo possa dunque fungere come un primo e timido esorcismo per la battaglia che si dovrà combattere. La riconquista dell’Immaginazione.

Edoardo Camurri

Ha 33 anni. Scrive per Il Foglio, Vanity Fair e il supplemento culturale della domenica de Il Sole 24 Ore. E’ tra i conduttori di Prima Pagina e di Radio 3 Mondo sul terzo canale di Radio Rai. Nel 2007 ha pubblicato per Rizzoli il libro "L’Italia dei miei stivali".

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