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La fantascienza come branca della teologia. Scenari

Emanuele Severino, il futuro e l’algoritmo che gioca al gatto col topo con la nostra vita

23 Gennaio 2020 alle 06:18

La fantascienza come branca della teologia. Scenari

Foto LaPresse

È morto, si fa per dire, Emanuele Severino. E dico proprio “si fa per dire” perché secondo Severino la morte è l’impossibile, è la follia. Una volta mi disse: “Le cose future non sono meno reali delle cose presenti e passate”. La fantascienza diventa così una branca della teologia e perfino dell’archeologia e ragionare sul futuro significa non soltanto comprenderne le possibilità, ma accelerarne o scongiurarne la manifestazione attraverso il tentativo di evocarlo. Nel progetto 2666 proveremo a fare questo: sondare l’inquietante futuro prossimo già avvenuto attraverso i segni e le tracce che riusciamo a scorgere nel presente.

 

Si potrebbe iniziare dalla questione che occupa i media di tutto il mondo quando si discute per esempio delle imminenti elezioni americane, quattro anni dopo lo scandalo Cambridge Analytica che ha contribuito a portare Trump alla presidenza degli Stati Uniti. E’ la questione dell’algoritmo, cioè della pratica tecnologica di raccogliere e di utilizzare una serie gigantesca di dati su ciascuno di noi per costruire un modello capace di prevedere e di indirizzare i nostri comportamenti e pensieri.

 

Quello che iniziamo a fare è quindi proporre degli schemi, degli appunti; una sorta di variazioni Goldberg dell’algoritmo per estremizzare il futuro a cui assisteremo.

***

Gli algoritmi raccolgono informazioni sterminate su di noi. In questo senso esiste una corrente ascensionale dei nostri dati che va a nutrire l’algoritmo. La corrente ascensionale dei dati verso l’algoritmo fa in modo che progressivamente l’algoritmo possa farsi un’idea di noi.

 

Di noi l’algoritmo vuole conoscere tutto; la sua tendenza naturale è quindi quella di assomigliarci sempre di più al fine di prevederci.

 

Prevederci è importante: perché è solo prevedendo e anticipando i nostri comportamenti che l’algoritmo raggiunge il suo scopo economico e politico.

 

Per cercare di diventare noi stessi, l’algoritmo ripete satanicamente alcune pratiche magiche rinascimentali: oltre alla corrente ascensionale che da noi giunge a lui, l’algoritmo rivolge a noi una corrente discensionale di dati.

 

Questa corrente discensionale di dati si manifesta innanzitutto nella dimensione digitale delle nostre vite e ha la funzione di limitare la nostra imprevedibilità per le ragioni esposte sopra.

 

L’algoritmo così ci restituisce una bolla d’informazioni e di emozioni nelle quali sa che noi ci riconosceremo e con cui potrà giocare al gatto col topo (Elias Canetti utilizzava l’immagine del gatto che si diverte a ritardare la morte del topo come esempio paradigmatico del Potere).

 

Ed è a questo punto che inizia poco per volta a interrompersi la circolazione ascensionale e discensionale di dati che caratterizza il rapporto simbiotico tra essere umano e il suo algoritmo. Ecco perché: diventando sempre più noi stessi per via del fatto che l’algoritmo ci restituisce dati che confermano il nostro mondo, forniremo sempre meno dati nuovi e interessanti all’algoritmo. Diminuisce il flusso in ascesa e aumenta il flusso in discesa.

 

Progressivamente, insomma, l’uomo diventa il campo su cui l’algoritmo può operare la sua magia.

 

Da questo punto di vista si possono iniziare a trarre almeno tre conseguenze.

 

La prima. Se l’uomo è completamente trasferito nell’algoritmo, l’unica forma di psicoanalisi e di terapia psicologica si potrà fare innanzitutto nel campo dell’algoritmo: il programmatore dei dati diventa così qualcosa di più di un Freud qualsiasi. La mente umana è in mano ai programmatori.

 

La seconda. La grande quantità di dati e la loro gestione non potrà però più essere gestita da programmatori umani (loro stessi, tra l’altro, in quanto uomini, vittime dello stesso sortilegio a cui hanno dato inizio) ma soltanto da una super intelligenza artificiale. L’anima degli uomini diventa così programmabile da questa entità tecnologica. Dio finalmente esiste e ha tutte le caratteristiche del dio della teologia, meno una: è onnipotente, onnisciente ma non infinitamente misericordioso (ma questa cosa della bontà non ci riguarderà più, ovviamente, in quanto uomini; perché previsti e prevedibili non esisteremo più in quanto esseri portatori del problema morale).

 

La terza. L’intelligenza artificiale che ci domina ha una grande occasione preclusa fino a oggi all’uomo: quella di poter simulare numerosi universi possibili tra cui poter scegliere il più vantaggioso indirizzando la propria corrente discensionale. L’universo che l’intelligenza artificiale riterrà il più idoneo sarà logicamente realizzato. Paradiso o inferno?

Edoardo Camurri

Ha 33 anni. Scrive per Il Foglio, Vanity Fair e il supplemento culturale della domenica de Il Sole 24 Ore. E’ tra i conduttori di Prima Pagina e di Radio 3 Mondo sul terzo canale di Radio Rai. Nel 2007 ha pubblicato per Rizzoli il libro "L’Italia dei miei stivali".

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Commenti all'articolo

  • daniele.velon

    23 Gennaio 2020 - 21:54

    Ma che bel saggetto, illuminante e geniale. Grazie Camurri, lei è prezioso.

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