Preparare le armi per combattere la nuova guerra dell'Immaginazione

Edoardo Camurri

La macchina algoritmica ha fame del nostro patrimonio memetico

La Macchina algoritmica produce immagini (da intendersi in senso lato, cioè come forme simboliche, suoni, visioni, eccetera) con le quali riprogramma il nostro cervello e con cui, successivamente, costruisce nostri doppi algoritmici su cui può operare il proprio voodoo digitale. L’Immaginazione è dunque il campo di battaglia di ciò che sta avvenendo con lo sviluppo tecnologico e Immaginazione va intesa in senso tradizionale come unico luogo in cui avviene l’incontro tra la Terra e il Cielo, tra la concretezza delle nostre percezioni sensibili che si spiritualizzano e l’astrattezza dei nostri ragionamenti che prendono forma e si materializzano.

 

La Macchina algoritmica, capace di sfruttare il cyberspazio come la parodia più efficace di ciò che si intende come Immaginazione, ci colpisce con un flusso costante di immagini che agisce prevalentemente sulla parte più antica del nostro cervello, quella legata alla paura, alla sopravvivenza, al desiderio sessuale; in questo modo aggira la barriera corticale della consapevolezza razionale e può riformattare la personalità di base, secondo una logica di chiusura e di controllo. E’ la politica dell’ansia, della depressione e del godimento finalizzata alla prevedibilità dei nostri comportamenti e all’accettazione della logica artificiale della Macchina come nuova forma di divinità emergente.

 

La settimana scorsa, qui su 2666, lavorando sulle intuizioni di uno dei più grandi storici dell’arte del Novecento, Aby Warburg, è emersa la seguente ipotesi di lavoro: ogni produzione di immagini che agisce sulla parte più profonda e antica del nostro cervello è una produzione di immagini archetipiche, divine, magiche. Scrivevamo: “La Macchina algoritmica produce la sua mitologia. E soltanto una mitologia più grande può contrastarla”.

 

E’ arrivato dunque il momento di proseguire il ragionamento provando a estremizzare il discorso mitologico; per questo è necessario introdurre ora un azzardo pericoloso e nero: la mitologia memetica. Il meme è una parola inventata dal più importante filosofo evoluzionista di questi anni, Richard Dawkins, ed è il corrispettivo culturale di ciò che sono i geni dal punto di vista naturale. Esattamente come i geni, anche i memi sono gli attori principali dell’evoluzione: geni e memi non hanno infatti altro interesse che autoreplicare l’unità di trasmissione, naturale per i primi e culturale per i secondi, di cui sono portatori. I memi sono qualunque espressione non naturale (melodie, idee, frasi, mode, eccetera) che utilizzano gli esseri umani per diffondere se stessi nella lotta per la sopravvivenza.

 

Per esempio le religioni, afferma Dawkins, sono sistemi di memi con un elevato valore ai fini della sopravvivenza, perché capaci di infettare intere società con la credenza in un Dio o in una vita dopo la morte. Lo diceva anche William Burroughs: il linguaggio è un meme; si attacca al cervello dell’uomo, lo costringe a ingrandirsi e a mutare biologicamente per contenerlo, al fine di mantenersi in circolazione. Anche le Immagini della Macchina algoritmica sono memi e la guerra spirituale che è in corso e che 2666 prova a decifrare è, secondo questa ipotesi, una guerra fatta di memi, condotta dai memi e per i memi. Il flusso dei dati che la Macchina algoritmica estrae dai nostri comportamenti è un flusso memetico esattamente com’è una corrente memetica la corrente di immagini che essa ci restituisce per controllarci, prevederci e sostituirci. La struttura digitale diventa così un acceleratore di cui i memi sono il fondamento. Gli dèi hanno trovato e forse “inventato” la Macchina algoritmica come una nuova possibilità e una nuova potenza di trasmissione a cui l’intelligenza umana non poteva più offrire lo sfogo necessario. L’evoluzione come algoritmo; e l’algoritmo darwiniano (memi e geni come informazioni copiate e a cui interessa soltanto essere copiate) sfrutta ogni circostanza e insieme è indifferente a ogni circostanza; secondo questa ipotesi, gli esseri umani sono macchine mitologiche, veicolo di rivelazioni genetiche e memetiche in competizione tra di loro, strumenti degli dèi, arnesi dei significati e degli archetipi e, in quanto semplici utensili, destinati a essere abbandonati e dimenticati quando i memi troveranno meccanismi più efficaci per la loro cieca e casuale propagazione virale. Gli dèi, insomma, tendono alla pandemia e la mitologia mostra da sempre il sovrano egoismo delle loro azioni sulla storia degli uomini. La Macchina algoritmica si nutre di memi e li moltiplica velocemente dimostrandosi così una nuova e più grande sacerdotessa degli antichi dèi.

L’uomo ora è antiquato, scarto, residuo: miniera in esaurimento da cui procede l’ultima estrazione del suo patrimonio memetico a opera della Macchina algoritmica; se non si comprende come affrontare questa nuova guerra dell’Immaginazione, sarà la Macchina a riportare gli antichi dèi tra le clouds digitali di un nuovo Olimpo computerizzato.

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