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Rosario Bentivegna, il “comunista sentimentale” che non s’è inventato via Rasella

Il peso morale dell’agguato partigiano e un impossibile giudizio storico

17 Dicembre 2019 alle 06:07

Rosario Bentivegna, il “comunista sentimentale” che non s’è inventato via Rasella

Rosario Bentivegna (foto Gabriella Giudici)

Eppure a via Rasella, lì dove i gappisti comunisti il 23 marzo 1944 attuarono un agguato partigiano che per la sua entità militare e per la spaventosa rappresaglia che ne seguì non ha l’eguale in alcuna altra capitale europea della Seconda guerra mondiale, non c’è nemmeno una targa. Né mai ci sarà, perché impossibile da scrivere: impossibile sintetizzare in poche righe quel che avvenne e il suo significato nel contesto della “Roma città aperta” che va dal settembre 1943 al giugno 1944. Un atto di straordinario eroismo a danno dei nazi che a Roma rastrellavano e torturavano, oppure un atto sciagurato che spalancava le porte alla vendetta tedesca contro militari italiani prigionieri, ebrei, militanti comunisti, gente rastrellata a caso? La contesa tra le due narrazioni è rovente da ben 75 anni, e tanto più che c’è del vero nell’una e nell’altra narrazione.

 

Beninteso ogni volta che la parola è passata ai tribunali, le loro sentenze hanno riconosciuto la piena “legittimità” dell’atto di guerra compiuto dal ventunenne Rosario Bentivegna e dai suoi undici compagni. Ma è come se queste sentenze non avessero cicatrizzato la piaga del dolore e dell’orrore aperta da quegli avvenimenti. Lo ha dimostrato in modo lampante, nell’aprile 2014, il no della direttrice del cimitero acattolico di Roma alle ultime volontà di Bentivegna (morto nel 2012) e della sua ex moglie Carla Capponi (morta nel 2000) i quali avevano chiesto che le loro spoglie riposassero in quel cimitero, dove più e più volte si erano dati appuntamento ai tempi della lotta clandestina. In tutto e per tutto avevano chiesto che fossero loro riservati 80 centimetri della terra di quel cimitero. No, quei due non ce li vogliamo. Tanto che la loro figlia, Elena Capponi Bentivegna, ha poi deciso di lanciare le loro ceneri nel Tevere poco prima di morire a sua volta nel gennaio 2015, a 69 anni. In quell’aprile del 2014, a me che sono fiero di aver conosciuto “Sasà” Bentivegna tutto questo apparve orrendo. Così come glaciale mi apparve il silenzio dei grandi giornali. In quel momento una depressione nervosa mi aveva messo fuori combattimento e perciò non riuscii a dire nulla a difesa della memoria dei due gappisti, lui medaglia d’argento e lei medaglia d’oro al valor militare della Resistenza. Da anni mi sento come in debito nei confronti di Bentivegna; lo avevo visto l’ultima volta a una cerimonia funebre romana in onore del mio grande amico Antonello Trombadori (morto nel 1993), il comandante militare dei gap comunisti del 1944.

 

Attenzione. Io sono tutto fuorché un entusiasta dell’agguato di via Rasella. Colpire in modo talmente plateale una formazione militare tedesca (altoatesina) che aveva appena finito il suo addestramento e che non rivestiva dunque alcun particolare significato simbolico, è stata una scelta sbagliata. Quanto a forza simbolica impossibile paragonare l’azione di via Rasella all’“operazione Anthropoid”, l’agguato che il 27 maggio 1942 alcuni partigiani cecoslovacchi portarono a uno dei boia nazi che aveva ideato e organizzato l’Olocausto, il generale Reinhard Heydrich, agguato che riuscì ma dove tutti i partigiani perdettero la vita quando i nazi più tardi li intercettarono. E comunque avevo conosciuto “Sasà” Bentivegna nel 1984, dopo che su L’Europeo era apparsa una mia intervista al professor Norberto Bobbio in cui lui definiva l’agguato di via Rasella “un atto terroristico”. Un giudizio che largamente condividevo, ma che non gettava nessuna ombra sull’alta considerazione umana che avevo dell’ex partigiano Bentivegna.

 

Ecco, questo è il punto. Una cosa è la valutazione (seppur difficilissima) della valenza politica di quei 18 chili di tritolo fatti esplodere al passaggio di una compagnia militare in divisa tedesca, tutt’altra cosa la valutazione del coraggio e della dedizione inaudita del partigiano combattente Bentivegna e dei suoi compagni. (Nei gap romani c’era il fior fiore dei giovani intellettuali comunisti, tutta gente che avrà un gran risalto nella storia italiana del Dopoguerra, da Carlo Salinari a Franco Calamandrei, da Mario Fiorentini a Franco Ferri, da Alfredo Reichlin a Luigi Pintor.) E invece è successo che nel sentir comune Bentivegna sia divenuto una sorta di eroe negativo, l’uomo che fece esplodere i 18 chili di tritolo e quasi quasi ci provò gusto. Una valutazione abietta, ma che è stata espressa tale e quale in articoli e libri bugiardi contro i quali Bentivegna ha sporto ogni volta querela, ogni volta ricevendo fior di dindini dai querelati riconosciuti colpevoli, e purtroppo tra loro c’è stato una volta il nostro amato Indro Montanelli.

 

Bentivegna non è stato l’uomo che s’è inventato via Rasella. “Era un comunista sentimentale” disse di lui Celeste Negarville, il comunista torinese da cui si fece ispirare Roberto Rossellini nell’ideare la figura del comunista che fa da eroe in “Roma città aperta”. Altro che un uomo bramoso di colpire a sangue. L’operazione di via Rasella era stata congegnata dal comando politico dei Gap, nella persona di Giorgio Amendola, e venne approvata a posteriori da Sandro Pertini e da Riccardo Bauer, due icone dell’antifascismo storico. “Sasà” venne prescelto all’ultimo, e gli venne dato il ruolo più difficile. Quello di trascinare il carretto della spazzatura con dentro il tritolo su e giù per un bel pezzo di Roma, appostarsi a via Rasella travestito da spazzino, aspettare per un’ora e mezza l’arrivo dei tedeschi insolitamente in ritardo, accendere la miccia che aveva una durata di combustione di 50 secondi, arrivare all’angolo con via delle Quattro Fontane dove lo aspettava Carla Capponi che subito gli mise addosso un impermeabile a occultare la sua divisa da spazzino per poi arrivare entrambi a via Nazionale giusto prima che nazi e militi fascisti bloccassero le uscite e avviassero il rastrellamento del quartiere. Immediatamente all’esplosione del tritolo, giù in fondo a via Rasella erano intanto sbucati fuori gli altri undici gappisti a sparare e tirare bombe sui tedeschi sopravvissuti per poi ritirarsi indenni.

 

Ovvio che per tutto il resto della sua vita Bentivegna s’è portato in groppa il peso morale di quell’azione, da lui mai rinnegata (“Sono stato e sono fiero di essere stato a via Rasella quel pomeriggio del marzo 1943”). Al punto da dover sopportare un’altra accusa abietta, e cioè che i tedeschi avevano promesso a mezzo di manifesti e altoparlanti stradali che non ci sarebbe stata nessuna rappresaglia ove gli autori dell’agguato si fossero costituiti. E dunque sarebbe bastato a evitare il massacro che i gappisti si presentassero. Non c’è stato mai nessun manifesto e nessun altoparlante.

 

I nazi decisero il massacro delle Ardeatine già alla sera del 23 marzo e fin dalla mattina del giorno successivo si misero in moto a scegliere le vittime. Nella tarda mattinata arrivarono al carcere di Regina Coeli, dove era recluso in quel momento Trombadori (i nazi non avevano capito chi fosse), il quale mi ha raccontato quello che vide dalla grata della sua cella. I tedeschi che radunavano i prigionieri nel cortile e legavano loro le braccia dietro la schiena. Li caricarono sui camion in direzione della Ardeatine. La mattanza – facevano scendere nelle cave cinque prigionieri alla volta per poi finirli con un colpo alla nuca – cominciò alle cinque del pomeriggio e durò circa tre ore. Cerco di immaginarmi quel che provarono quanti aspettarono la loro sorte tre ore con le braccia legate dietro la schiena. La notizia della rappresaglia venne fuori sui giornali dell’indomani. “L’ordine è stato eseguito”. Un ordine mostruoso di cui nessuno fino a quel momento aveva saputo nulla.

Giampiero Mughini

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    27 Dicembre 2019 - 12:57

    Eravamo già al dopo. Un atto di eccidio che doveva servire a dopo. Far apparire i tedeschi peggio di quello che erano. Uno a dieci è vecchio come l’impero romano. Eravamo già al chi doveva arrivare dopo. E questa logica ce la siamo portata fino all’ottantanove e le sue conseguenze. Fu un atto di guerra? No fu un’azione per se stessi e con un fine rivoluzionario post bellico per se stessi e le loro utopie. Tutto doveva servire ad esacerbare per poi trovarsi sulla scena come liberatori post americani. Non gli andò così ma pur sempre bene con posti in Parlamento e ozi da eterna opposizione. Che la direttrice del cimitero nega, a distanza di decenni, la sepoltura, da la testimonianza di quanto profondo fu e continuò ad essere il divario tra la pietas per i rastrellati innocenti ed i campioni di una rivoluzione a venire mai posta in essere.

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  • JJ Katz

    JJ Katz

    17 Dicembre 2019 - 10:51

    In un paese occupato militarmente (tantopiù da gente che aveva massacrato mezza Europa), azioni di sabotaggio a militari occupanti è legittimamente un atto di guerra e non terroristico. E questo è un giudizio che deve prescindere dall’opinione politica o anche solo general che si possa avere dei GAP.

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    • Caterina

      Caterina

      17 Dicembre 2019 - 20:39

      Un atto di guerra, con conseguenze prevedibili da “gente che aveva massacrato mezza Europa”.

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