Gli scrittori-tribuni non sono più quelli d'un tempo

Matteo Marchesini

Da decenni manca una lingua comune, quella che permetteva a Pasolini e Sanguineti di litigare capendosi. Antidoti all’omologazione editoriale

Tempo fa, a un convegno sulla letteratura contemporanea, un gruppo di studiosi si domandava per l’ennesima volta quali antidoti si diano all’omologazione editoriale. Andrea Cortellessa si è detto convinto che se nelle stanze dei bottoni ci fossero persone “competenti” come i convegnisti, la qualità crescerebbe. Senza successo ho obiettato che anche limitando il comitato di salute pubblica ai pochi presenti, alcuni avrebbero promosso ciò che altri ritengono un emblema del degrado. Ma il problema non è il dissenso in sé: è che da decenni manca una lingua comune, quella che permetteva a Pasolini e Sanguineti di litigare capendosi. Perciò anche gli accordi dipendono spesso da un equivoco: per inerzia si fa fiducia all’aura d’essai che circonda certe opere, cioè in fondo, pur con galateo più austero, ci si abbandona alle idee ricevute proprio come i gestori dell’editoria sotto accusa. Il mio invito a ricordare che in tutti noi si riflette un po’ del “sistema” è stato preso per una provocazione frivola: “Ma come, ironizzi sulle istituzioni di garanzia mentre arrivano i barbari?”.

 

Mi colpiva che persino i più marxisteggianti rifiutassero di applicare a sé un po’ di critica dell’ideologia, e che evocassero un diavolo dall’aspetto così vistosamente diavolesco: è ovvio che Satana non si presenta mai a volto scoperto, altrimenti che tentatore sarebbe? Un tipico esempio di corruzione editoriale, insinuavo, non fu forse il lancio dei cannibali, operazione di marketing spacciata per poetica? Ma molti studiosi ci avevano creduto, suggestionati da padrini autorevoli e dalla facilità con cui quei testi erano riducibili a un indice storiografico, quindi mi hanno risposto con distinguo accigliati o sussurrato un manzoniano “si es culpable”, per poi riattaccarsi al rassicurante capro espiatorio di qualche Chiara Gamberale.

  

Il dibattito mi è tornato in mente quando poche settimane fa Michela Murgia ha accusato Veltroni di avere scritto addirittura il libro più brutto degli ultimi decenni. Così a occhio, il livello non sembra lontano da quello della stessa Murgia; né lontani da autori come lei sono parecchi altri leader, cuochi o anchorman che scrivono romanzi, e che non meritano di essere trattati peggio a priori. Il fatto è che anche gli scrittori-tribuni, un tempo ascritti alla categoria del midcult, sparano a zero se farlo costa zero, cioè se il bersaglio si muove fuori dal loro ambiente; ma appena giudicano i condòmini, la foga polemica si trasforma in una sorprendente discrezione.

 

Siccome poi la realtà iperconnessa in cui siamo intrappolati crea le opposizioni a sua immagine, ogni tanto questi autori vengono a loro volta attaccati con una veemenza ugualmente astratta o arbitraria da chi vuol darsi un’identità diversamente impegnata. Si leggano i manifesti degli “Imperdonabili” ispirati nell’ultimo mese dall’editore Giulio Milani. Proprio perché il problema che sollevano, quello di un’industria culturale conformista e incapace di sopportare la critica, è reale e grave, dispiace che lo affrontino con un linguaggio a quell’industria perfettamente omologo: invettive contro i “compitini” dei “soliti noti”, vagheggiamento di un “pensiero forte” e “fuori dagli schemi”… Finché inquadrano concrete questioni organizzative, i discorsi degli agitatori sono interessanti, ma dove pretendono di legarle a un’alternativa estetica mistificano il quadro. Nessuna alternativa s’intravede infatti nella loro retorica brancaleonesca, in cui i nomi di avversari e alleati sembrano quelli di avventori ritrovatisi casualmente in due locali che differiscono appena per un tocco di design o per i prezzi attribuiti a qualche arredo di moda.

 

Morale: si assiste ovunque a uno scaricabarile. Chi studia al riparo dal cuore mainstream del mercato ne condanna genericamente i meccanismi; chi lo abita recita da engagé con i politici; chi contesta questa recita restando sul suo terreno fa la caricatura di Papini… e via proiettando. Ogni gruppo attribuisce solo agli estranei certi caratteri che invece riguardano tutti, dato che tutti sono (siamo) prodotti di una stessa “struttura della sovrastruttura”. Al convegno, ad esempio, circolava un’ideologia dello Stile (sopravvalutazione di ogni preteso gaddismo o manganellismo, e di ogni scrittura ibrida con spezie socio-antropologiche) che è l’equivalente snob dell’intrattenimento spacciato per alta letteratura dagli editor manageriali. Così il tono Murgia, nei testi e nella pubblicità che li fascia, ricorda le “bestie” da storytelling dei capipopolo. L’inferno sono sempre gli altri. Forse quando, in un’utopia marxiana rovesciata, tutti faranno un po’ di tutto, dal cuoco al critico all’analista, riconosceremo noi stessi in noi stessi, e ci accorgeremo che davanti abbiamo un mosaico di specchi.

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