Una società senza credo

Alberto Mingardi

Dalla cultura dei sentimenti, che pretende risposte immediate, alla moltiplicazione dei demagoghi che sono ormai diventati spacciatori di nostalgia. Ecco perché non possiamo non dirci conservatori

“In tutti i secoli, gli esempi più vili della natura umana si sono visti fra i demagoghi”. La frase è di Macaulay ma è facile immaginare che ne fossero convinti anche i seicento sindaci che a Milano si sono riuniti attorno a Liliana Segre. Se è vero che solo l’esercizio della memoria può evitarci di ripetere le pagine peggiori del nostro passato, prima di prendersela coi demagoghi è il caso di chiedersi perché in alcune società prosperino e in altre no. Quanti sono gli uomini che si sono immaginati a capo di una folla. Quanti quelli ai quali la folla ha aperto le porte dei palazzi.

  

La crisi di istituzioni che, piene di difetti come tutte le cose umane, hanno consentito a noi di creare ricchezza in modo mai visto prima

Il demagogo è più o meno pericoloso a seconda degli ostacoli che trova sulla sua strada. Osserviamo oggi la crisi di istituzioni che, piene di difetti come tutte le cose umane, hanno consentito al pezzo di mondo nel quale viviamo di creare ricchezza in modo mai visto prima, negli ultimi 250 anni. Stiamo parlando di istituzioni diverse e in tensione l’una con l’altra: la religione da una parte, e dall’altra il convincimento che per appurare il grado di verità di una tesi sia necessario porla a confronto con quel che sappiamo della realtà. La famiglia, dove gli adulti impongono la loro visione del bene a chi adulto non è, e invece l’idea che le buone procedure debbano prevalere sulla buona vita, che nella sfera pubblica il rispetto di diritti e libertà formali conti di più delle buone intenzioni. Convinzioni e prassi diverse, ma che delimitavano i campi del politicamente possibile e del personalmente appropriato. Esigevano tributi formali, ai quali non sempre corrispondeva un rispetto sostanziale. Ciascuna a suo modo, restituivano l’impressione che vi sono cose che si possono e cose che non si possono fare, e che quali siano le une e quali le altre non dipende soltanto dai nostri capricci.

  

Nel suo Miracolo e suicidio dell’Occidente (Liberilibri, 2019), Jonah Goldberg sostiene che “l’avanzata dell’Occidente” è stata “il prodotto di una serie di tensioni creative”, come la necessità di bilanciare i diritti degli individui e le prerogative dello Stato oppure la confessione dominante e le minoranze. Ma a questi conflitti corrispondono “anche tensioni creative all’interno del cuore umano: tra desiderio e responsabilità, espressione di sé e autodisciplina, fede e ragione”. Il grande spettacolo dell’uomo ha sempre visto i sentimenti al centro della scena: e tuttavia i sentimenti, le passioni, dovevano venire alle prese con una serie di regole che, filtrate dalla saggezza del tempo o dalla lucidità della ragione, provavano a tenerli a bada. Oggi “i nostri sentimenti sono diventati fini a se stessi. Il modo in cui ci sentiamo non ciò che concludiamo razionalmente è la verità più alta. La pancia ha sconfitto la mente”.

 

Con la “cultura del sentimento” il mondo diventa materia liberamente interpretabile da ciascuno, e ciascuno ne offre la sua versione

La “cultura del sentimento” finisce per creare “una sensazione di aver diritto a stabilire come il mondo intorno a noi dovrebbe funzionare”. Il mondo diventa materia liberamente interpretabile da ciascuno, e ciascuno ne offre la sua versione rivendicandola come valida semplicemente perché è sua. La tipica “discussione”, usiamo a sproposito una parola nobile, sui social funziona proprio così.

 

La cultura del sentimento è una cultura dell’immediato. Questa cultura dell’immediato è assieme conseguenza e causa dell’erosione di quelle istituzioni-filtro attraverso le quali percolavano i nostri istinti, per trovare espressione sociale. La famiglia è in crisi. La religione organizzata è scomparsa dall’orizzonte intellettuale dei più, sostituita non da un impossibile “ateismo dei semplici” bensì da una spiritualità fai da te. Come ha spiegato Martin Gurri (The Revolt of the Public, Stripe Press, 2018), mentre la deferenza verso l’autorità era un presupposto dei mezzi di comunicazione tradizionali, la tecnologia oggi ci mette tutti sullo stesso piano. Non si è rotta la dinamica del giudizio di mercato: ieri le copie vendute, oggi i like. E’ cambiato il modo attraverso il quale le idee arrivano al mercato: si sono persi i passaggi intermedi, è diminuita la sofisticazione, una tecnologia più avanzata permette un processo di produzione delle idee più rudimentale. Il “villaggio globale”, per quel che riguarda non le cose ma le parole, è davvero un villaggio, un bivacco dove chi vuole si alza e dice la sua, senza le gerarchie, le ricercatezze, i barocchi formalismi delle città.

 

Che questo “istintivismo” affondi le sue radici non nel mondo delle idee ma nella “struttura” della società è il tema dell’ultimo libro di Luca Ricolfi, La società signorile di massa (La Nave di Teseo, 2019).

 

La cultura dell’immediato, del resto, ha una sua razionalità. Nota Ricolfi che in Italia “la propensione al risparmio, che dalla fine degli anni novanta allo scoppio della crisi era rimasta quasi perfettamente stabile, intorno al 12-13 per cento del reddito disponibile, a partire dal 2010 ha imboccato un sentiero discendente”. Ma perché mai si dovrebbe risparmiare, se i tassi sono permanentemente zero, se cioè la rinuncia a spendere un euro oggi non è compensata da qualcosa di più di un euro domani? Il quantitative easing va a tutto vantaggio dei debitori, a cominciare dal debitore per eccellenza: lo Stato. Per carità, sarà pure moralismo germanico aver paura dei debiti e dell’inflazione che serve per pagarli, ma che si può pensare di una società che campa prendendo a prestito dalle generazioni future?

 

La disoccupazione di lusso, che va alla ricerca del lusso più grande: il lavoro perfetto, ritagliato su tutte le nostre ambizioni

Il fatto che si sia perso l’incentivo a ritardare il consumo ha a che fare col tema centrale del libro di Ricolfi: il divorzio fra sforzo e consumi di lusso. A renderlo possibile è stata collettivamente la spesa pubblica a debito, e individualmente il risparmio passato. “Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana, valutata ai prezzi attuali, era di circa 100.000 euro. Quarant’anni dopo era salita a 350 mila, da allora fluttua poco sotto i 400 mila.” Se questa ricchezza oggi fatica a trovare remunerazione, la sua esistenza nondimeno fa sì che l’Italia sia di gran lunga il paese europeo in cui maggiore è “l’eredità attesa, ovvero la quantità di patrimonio che un giovane può aspettarsi di ereditare”. “Fra i cittadini italiani ultraquattordicenni la percentuale di quanti non svolgono alcun lavoro supera il 50 per cento”: questo è per Ricolfi un fatto triste ma non irragionevole. Il fieno messo in cascina dalle generazioni precedenti da una parte, la convinzione che nella peggiore delle ipotesi lo Stato arriverà a sostenere il nostro benessere dall’altra, rende razionale la “disoccupazione volontaria”. L’orientamento al presente e la scarsa attitudine al rischio porteranno a prosciugare i pozzi: ma non oggi. L’autoreferenzialità prevale sulla prudenza. L’esercito dei Neet, spiega il sociologo torinese, ha nei suoi ranghi persone che rifiutano un’offerta di lavoro perché incoerente con le loro aspettative di status. E’ una disoccupazione di lusso, che va alla ricerca del lusso più grande: il lavoro perfetto, quello ritagliato su tutte le nostre ambizioni, passatempo piacevole e non guadagnarsi il pane col sudore della fronte.

  

Ecco perché Ricolfi utilizza l’aggettivo signorile. Lo fa per riferirsi a società pre-borghesi, nelle quali cioè l’accesso alle posizioni più alte non era determinato dal successo nella gara economica ma in larga misura dalla terra, da rendite alle quali si accedeva per nascita e appartenenza, che a loro volta alimentano aspettative precise rispetto a abitudini e consumi. Col capitalismo industriale assistiamo a un aumento vertiginoso degli standard di vita delle masse, in un contesto nel quale capitale e lavoro cercano febbrilmente impieghi produttivi e in cui l’oziosità aristocratica viene, per la prima volta, penalizzata. Ciò presuppone una cultura che riconosce il valore della capacità imprenditoriale, che apprezza il lavoro ben fatto, che guarda con rispetto chi si alza presto la mattina e chi abbassa la saracinesca tardi la sera. Una cultura, per usare una parola dannata, borghese. “Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé”, spiegava Sergio Ricossa (Straborghese, 1980 ora IBL Libri, 2010), e detto questo detto tutto. C’è un desiderio di arrivare e la consapevolezza che davvero non si arriva mai.

 

La società signorile, al contrario, si sente arrivata.

 

Le caratteristiche dell’Italia di oggi sono tre, per Ricolfi: “Il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano; la condizione signorile, ovvero l’accesso a consumi opulenti da parte di cittadini che non lavorano, è diventata di massa; l’economia è entrata in un regime di stagnazione”. La compresenza delle tre fa di noi un caso unico, nel quale fenomeni presenti altrove vengono in qualche modo estremizzati. Proprio perché non può essere remunerato, il risparmio passato alimenta l’ansia della protezione pubblica, della tutela delle posizioni raggiunte, non la prudenza politica.

  

Le ripercussioni culturali sono significative. Ricorda Gianni Canova (Ignorantocrazia, Bompiani, 2019) che “il successo è il totem della borghesia e il tabù degli intellettuali”. Ma nella società signorile di massa a collassare sono le stesse categorie del successo. Per Ricolfi, la conseguenza peggiore dello sfaldamento della società borghese risiede nel ripiegamento delle speranza degli individui. “Lo sforzo non sta più nel raggiungere, faticosamente e nel tempo, una meta …ma nel trovare la nicchia in cui emergere, nel convincere gli altri che quella nicchia ha valore, e che noi stessi ne siamo occupanti significativi”.

  

Questo declino culturale è una specie di trailer del declino economico che verrà, e dal quale ci protegge in larga misura il rimanere (finché ci riesce) un’economia aperta, nella quale le aziende esposte alla concorrenza internazionale continuano a essere straordinariamente produttive e consentono al calabrone Italia di continuare a volare.

  

Ma la traiettoria è la medesima, e contribuisce a spiegare il successo dei demagoghi: perché ora, perché qui. Si dice spesso che costoro sarebbero “imprenditori della paura”, ma forse sono soprattutto spacciatori di nostalgia. Vendono al modesto prezzo del voto l’idea che le posizioni sociali che occupiamo possano essere protette e rinsaldate: che nessuno minaccerà lorsignori. Riescono a farlo non perché il benessere indebolisca la fibra morale, ma perché il benessere non riesce a spiegarsi. Perché l’infrastruttura giuridica e culturale della società capitalistica è complicata e fragile, nascosta all’ombra dell’immediatezza dei suoi prodotti, di cui tutti fruiamo nella dimensione gioiosa del consumo senza chiederci mai da dove vengano e perché.

  

L’ossessione per l’immediato è tipica di società semplici, nelle quali il consumo non può essere differito. Un presente perpetuo

Vale la pena di tornare a quel libro profetico che è La ribellione delle masse di José Ortega y Gasset (1929). Come “repertorio di possibilità”, la nostra vita non è mai stata migliore: è “magnifica, esuberante, superiore a tutte le esistenze note nel corso della storia”. Se era vero negli anni Venti, figurarsi oggi. Non solo la mortalità infantile è un ricordo sbiadito, nei paesi ricchi, ma, come sostiene Ricolfi, il consumo opulento si è democratizzato. Fra le tante invenzioni della Rivoluzione industriale se ne ricorda di rado una delle più straordinarie: cioè proprio i bambini. I bambini non come forza-lavoro (lo erano sempre stati, nelle società agricole) ma come consumatori, come scrittori di lettere a Babbo Natale e percettori di regali sotto l’albero.

   

A dispetto del suo successo, la società più ricca della storia non riesce a spiegarsi ai suoi membri. L’uomo-massa “desidera l’automobile e ne gode, ma ritiene che essa sia il frutto spontaneo di un albero edenico. Nel fondo della sua anima ignora il carattere artificiale, quasi inaudito, della civiltà e non è in grado di estendere il suo entusiasmo dagli strumenti ai principi che li hanno resi possibili”.

  

Se il progresso è una manna dal cielo, si può votare tranquillamente per chi esprime quel che ci frulla nella pancia, per chi dà voce alla nostra insoddisfazione, nel segreto convincimento che non è la bizzarria di decisioni prese a Roma che ci impedirà di cambiare telefono l’anno venturo. Si vota la nostalgia prendendo partito contro ogni sfida allo status quo, cercando quella “protezione” che dovrebbe evitarci il sentiero irto delle riforme del welfare o del lavoro, si coltiva l’idea che la loro necessità, per accrescere il livello di benessere, sia un inganno degli ostinati cantori del lungo periodo. Il progresso non dipende da noi. Per fortuna.

 

Ricolfi esibisce un ottimismo thatcheriano: il problema dei soldi degli altri è che prima o poi finiscono. Una società che mira a esaurire le risorse che ha ereditato dai padri ha vita breve. Ma è vero anche di una società alla quale è reso possibile prendere a prestito illimitatamente dai suoi figli?

  

Le politiche monetarie hanno consentito l’“istintivismo” di chi pensa solo al presente e per questo vota chi gli promette un presente perpetuo, la tecnocrazia nutre la demagogia. L’ossessione per l’immediato è tipica di società semplici, nelle quali il consumo non può essere differito. Ci scopriremo tutti primitivi 2.0.

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