Dove nasce l'Italia opulenta

Alessandro Barbano

Luca Ricolfi ritrae la “società signorile di massa”. Che però è figlia non dell’individualismo antropologico e del suo contrappeso solidaristico di marca cattolica, ma dell’egalitarismo e del dirittismo ideologico

C’è una certa intellighenzia che racconta i mali dell’Italia pescandone le cause in una vecchia soffitta di luoghi comuni, e trovandone sempre le stesse due. La prima è un suo presunto e inguaribile individualismo di stampo quasi antropologico, definibile, con un sociologismo mai in disuso, un’assenza strutturale di capitale sociale, più drammatica a sud che a nord. Come se il capitale sociale fosse un codice genetico e non piuttosto la misura del rapporto tra i cittadini e le istituzioni in un dato momento storico. La seconda è la matrice cattolica della società, che si assume nemica della responsabilità, in contrapposizione con un’etica luterana del lavoro. Il che non spiega tuttavia perché l’Italia per certi versi confessionale, uscita a pezzi dalla Seconda guerra mondiale, sia stata in grado di dar vita a un miracolo economico che ne ha fatto la seconda manifattura d’Europa.

 

A questi stereotipi non si sottrae “La società signorile di massa”, il bel libro di Luca Ricolfi che pure ha il merito di smascherare altri falsi simulacri della tribù. Raccontando agli italiani ciò che gli italiani non vogliono vedere. E confutando le bugie che si annidano in quel che resta della sinistra. Per questi contenuti il libro meriterebbe una lettura maieutica altrettanto di massa, in quanto sfida l’inguaribile ambiguità di un paese che rinuncia a fare i conti con le proprie contraddizioni.

 

La prima riguarda l’idea di poter vivere dentro un’inerzia permanente. E’ questo il progetto di un’utopia consumistica contrassegnata da alcune variabili: la stagnazione cronica; la crescita della rendita a danno dei redditi; il sorpasso dei lavoratori a opera dei non lavoratori e l’accesso da parte di questi ultimi al consumo opulento del surplus che non hanno contribuito a produrre; il consolidarsi di un’infrastruttura paraschiavistica che coincide con l’occupazione di posizioni sociali infime e servili da parte di gruppi provenienti da Est Europa e Africa; la distruzione della scuola e di tutto l’apparato formativo del paese che ha prodotto l’inflazione dei titoli di studio, l’ipertrofia delle aspettative, la riduzione della produttività e della mobilità sociale e il vantaggio censitario; un dualismo contrappositivo tra un racconto vittimistico e un altro stigmatizzante del paese; il primato dell’uso sul possesso; una dipendenza patologica nei rapporti intrafamiliari e un individualismo anarchico, scarsamente sensibile al richiamo dell’interesse collettivo. Se questi sono i tratti di un carattere nazionale che in qualche modo tutti riconosciamo, Ricolfi ha il merito di averli ricomposti in un ritratto fedele, ancorché critico del paese, tanto più disarmante quanto più rivela, al confronto con le altre società avanzate dell’Europa, uno specifico italiano.


Il libro del sociologo torinese sfida l’inguaribile ambiguità di un paese che rinuncia a fare i conti con le proprie contraddizioni 


Questa prospettiva intellettuale smentisce un luogo comune e una postura ideologica della politica: quella che ascrive la crisi della rappresentanza e l’emergere dei populismi e dei sovranismi a una crisi della società, come effetto di una crisi economica. L’Italia che Ricolfi ci mostra è una società opulenta, in cui i consumi non solo sono cresciuti in modo inversamente proporzionale all’andamento dei redditi – grazie a un’iperpatrimonializzazione che fa della rendita e della ricchezza gli architravi del paese – ma si sono anche spalmati sulla gran parte di un corpo sociale ampiamente improduttivo. Il cosiddetto consumo signorile dei ceti privilegiati è diventato consumo di una massa parassitaria che spende i risparmi dei padri e dei nonni a danno di una minoranza che lavora.

 

Questa evidenza confuta la retorica vittimistica delle diseguaglianze crescenti, che rappresenta un elemento centrale dell’offerta politica della nuova sinistra. Ricolfi dimostra che la distribuzione del reddito è “sostanzialmente stabile e complessivamente più egualitaria di com’era negli anni Sessanta”, altrimenti non potrebbe spiegarsi una così ampia “democratizzazione” dei consumi. Non è il potere d’acquisto a essere diminuito, ma è quel che si aspira a possedere a essere aumentato molto più velocemente. La crisi italiana si apre nella progressione delle aspettative di avanzamento personale diventate pretese di possesso e di consumo, per effetto di due fenomeni diversi ma convergenti: l’impatto, non governato, della tecnica sulla società e lo slittamento del pensiero progressista e liberale verso un’espansione illimitata dei diritti.


Di fronte a una domanda di aspettative deluse, non c’è politica redistributiva che tenga. Serve una pedagogia della responsabilità 


La società signorile di massa non è figlia dell’individualismo antropologico e del suo contrappeso solidaristico di marca cattolica, come sostiene Ricolfi. Bensì dell’egalitarismo e del dirittismo ideologico che hanno pervaso, sia pure con sfumature diverse, l’offerta politica di tutti i partiti e i movimenti succedutisi alla guida del paese negli ultimi decenni. Ne è la prova uno degli esempi citati nel libro del sociologo torinese, e cioè la distruzione della scuola e del sistema formativo italiano, che ha come conseguenza l’inflazione di titoli di studio a cui non corrisponde sapere, e l’ipertrofia delle aspettative personali di chi li consegue restando alla fine frustrato e deluso. Con l’effetto paradosso, giustamente segnalato nel libro, di ridurre, con l’abbassamento degli standard formativi, anche le chances di mobilità sociale, danneggiando così i ceti popolari a vantaggio delle famiglie abbienti, che possono controbilanciare l’assenza di un’istruzione adeguata dei figli con la loro rete di relazione.

 

Accettare questa lettura a sinistra è difficile. Perché significa mettere in discussione il processo con cui la sinistra liberale in Europa ha creduto, investendo sui diritti a danno dei doveri, di affrancarsi dal retaggio del marxismo. Cosicché paradossalmente è più facile per molti partiti progressisti, e tra questi il Pd, sconfessare il riformismo incompiuto delle politiche recenti per ripiegare su antiche certezze egalitarie e redistributive. Così in una parte non marginale della sinistra la sconfitta ha riattivato una sorta di tic ideologico, che si esprime nello slogan “Torniamo a dire cose di sinistra”. Con l’effetto in Gran Bretagna di resuscitare dagli anni Settanta il socialismo statalista e sovranista di Jeremy Corbyn e in Italia di tentare i riformisti a un radicalismo inattuale subalterno ai Cinque stelle. Si fa fatica a comprendere che l’appannamento della sinistra in Europa è figlio della timidezza e non dell’azzardo riformista. Ed è in relazione con la lentezza con cui la democrazia liberale e le sue istituzioni hanno fronteggiato l’accelerazione prodotta nella società dall’impatto tecnologico.

 

Di fronte a una domanda inappagabile di aspettative-pretese deluse, non c’è politica redistributiva che tenga. Se mai, l’unica offerta politica capace di arginarla sarebbe una pedagogia della responsabilità, del tutto estranea al lessico dei partiti e dei movimenti oggi in campo. Pedagogia di cui questo libro, al netto di qualche cedimento a vecchi stereotipi interpretativi, rappresenta un lodevole esempio. 

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