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L’invasione che non c’è

Da Renzi al governo del cambiamento, tutti i guai dell’opposizione sul tema immigrazione. Parla Luca Ricolfi

7 Settembre 2018 alle 11:03

L’invasione che non c’è

Lo sbarco della nave Diciotti a Catania. Foto LaPresse

Luca Ricolfi è uno spirito libero, di quella libertà che non s’imbriglia, non si addomestica, non si tiene. Forse per questo ascoltarlo è una boccata d’ossigeno. Professore, stando ai numeri degli sbarchi, l’“emergenza” immigrazione è alle nostre spalle. “Se si riferisce alla presunta ‘invasione’ via mare, è certamente così – risponde il sociologo, titolare della cattedra di Analisi dei dati all’Università di Torino e responsabile scientifico della Fondazione Hume. Il risultato si deve in buona parte al lavoro dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti”. Si offenderà l’attuale, Matteo Salvini. “Non sottovaluto il valore aggiunto simbolico della sua azione: la gente sa che il governo sta facendo il possibile per impedire gli ingressi irregolari in Italia, prima aveva l’impressione che i migranti ce li andassimo a prendere. Se s’intende invece la presenza di un numero imprecisato di migranti irregolari in Europa, direi che l’emergenza c’è eccome, e tanto per cambiare è concentrata in Italia. Oggi il problema vero dell’immigrazione riguarda non più i flussi ma lo stock, vale a dire i flussi accumulati negli ultimi sette anni. Dall’inizio delle cosiddette primavere arabe circa 800 mila migranti sono sbarcati nel nostro paese: una piccola parte di costoro, nell’ordine di 50-60 mila, aveva il diritto di entrare in quanto rifugiato; una quota di circa 250-300 mila migranti ha ottenuto o è destinata a ottenere forme diverse di protezione di carattere perlopiù temporaneo. Il resto, quasi mezzo milione di persone, risiede illegalmente in Europa”.

   

In Italia, a fronte dei massicci arrivi da lei menzionati, si contano soltanto 135 mila ricorsi pendenti per le domande d’asilo. Dove sono finiti tutti gli altri? “In parte sono nel nostro paese, impiegati nell’economia irregolare o al soldo della criminalità; in parte sono transitati verso diversi paesi europei da cui, in base alle assurde regole comunitarie, possono essere rimandati nel paese di prima accoglienza, tipicamente l’Italia. Contro questa vera e perdurante emergenza Salvini non è riuscito a far nulla”. Dalle statistiche del Viminale emerge che gli immigrati primeggiano nei reati contro il patrimonio. Ammetterlo è indice di razzismo? “Il tasso di criminalità relativo dei migranti è pari a quattro in Europa e a oltre sei in Italia, ma supera la soglia di 20, e addirittura di 30 secondo talune stime, nel caso di migranti irregolari presenti nel nostro paese. In concreto, ciò vuol dire che ci vogliono 20 o 30 italiani per eguagliare il danno che provoca un solo migrante irregolare”. Lei verrà accusato di essere razzista, o xenofobo. “Non le nascondo il mio imbarazzo nel sentire numerosi colleghi che danno credito alla tesi dell’italiano razzista, indubbiamente dotata di un’utilità politica ma priva di sostegno empirico, anzi fondata su un errore logico. Dal fatto che si osino esprimere sentimenti di ostilità verso gli immigrati si deduce un cambiamento negli atteggiamenti di fondo degli italiani. Non si vuole capire che quel che è successo è molto più semplice: nel clima precedente all’avvento di questo governo, certe idee non potevano essere espresse per timore di essere stigmatizzati dalla cultura dominante cattolico-democratica-accogliente; ora invece trovano libero corso perché esistono un governo e una maggioranza che le sostengono. Ieri come oggi, gli italiani non sono razzisti ma semplicemente ostili all’immigrazione incontrollata perché ne vedono le conseguenze nei quartieri popolari, nelle scuole, presso le Asl. La differenza è che ieri tacevano intimiditi dal clima dominante, ora si sentono più liberi di dire la loro. E’ un meccanismo analogo a quello che si avverò venticinque anni or sono all’epoca della vittoria berlusconiana: la maggioranza degli italiani è sempre stata cauta e conservatrice ma solo dopo il 1994 è diventato relativamente facile dichiararsi ‘di destra’”.

  

Gli studi più approfonditi sul maggior tasso di criminalità tra gli immigrati, soprattutto se irregolari, sono ascrivibili a Marzio Barbagli, un passato nel Pci e un presente da elettore Pd. “Barbagli è uno dei pochissimi sociologi di sinistra in cui la curiosità scientifica prevale sulla volontà di dimostrare una tesi aprioristica. E’ lui che ha scritto ‘Immigrazione e criminalità in Italia’, un libro che squarciava il velo già vent’anni fa. Ma quasi nessuno, a sinistra, volle accettare quei dati: riconoscerli avrebbe fatto crollare il mito dell’intrinseca bontà del fenomeno migratorio”. A sinistra l’ideologia continua a prevalere sul senso comune. “La cultura di sinistra fornisce la più impressionate conferma empirica della teoria della riduzione della dissonanza cognitiva, formulata dal grande psicologo sociale Leon Festinger nel 1957: quando la realtà smentisce le nostre credenze, anziché cambiarle, cerchiamo di reinterpretare la realtà per rimetterla d’accordo con le false idee che ci fanno stare bene. Negando i dati, o ignorandoli”. Resta il problema di come governare i flussi: il Foglio auspica una Terza via sull’immigrazione, né con Salvini né con Saviano, basta estremismi. “La strada giusta non è chiudersi dentro la ‘fortezza Europa’ e respingere lo straniero, ma garantire che gli ingressi siano esclusivamente legali attraverso i corridoi umanitari e un afflusso controllato di migranti economici. Adesso si parla di muri eretti dagli stati europei, la realtà è che la chiusura reciproca fra i paesi membri dell’Ue è la conseguenza dell’incauta scelta di non difendere militarmente i confini esterni. Una scelta su cui hanno inciso sia la domanda di forza lavoro a basso costo da parte delle imprese sia l’ideologia dei diritti umani e della libera circolazione delle persone. Un patto d’acciaio fra liberisti e libertari che è stato compreso tempestivamente da pochi, fra cui qualche intellettuale di estrema sinistra come Slavoj Zizek. L’anticapitalismo radicale, che considera le migrazioni ‘deportazioni di massa’ a favore dei cattivi capitalisti, ha capito la situazione assai meglio della sinistra moderna e illuminata e pro-mercato, abbagliata dal mito del ‘gettare ponti’ fra le civiltà”.

   

Su questi temi, oggi, è in ballo la stessa sopravvivenza dell’Ue. “Noi europei illuminati accusiamo di razzismo, disumanità, xenofobia qualsiasi stato che, in una forma o nell’altra, schieri l’esercito ai propri confini impedendo l’entrata illegale sul suo territorio. Ma agiscono così, dalla notte dei tempi, stati e imperi contro ogni tipo d’ingresso irregolare. Confini e dogane servono segnatamente a proteggere un territorio. L’Europa ha preso un incredibile abbaglio logico: prima abbiamo fatto cadere i dazi interni, poi con il mercato comune abbiamo eliminato le barriere commerciali fra stati, con Schengen abbiamo consentito la circolazione delle persone nello spazio europeo. Infine, abituatici all’idea che chiunque può andare dove vuole, abbiamo rinunciato a difendere sul serio le frontiere dell’Europa, quasi che il confine sud con l’Africa fosse assimilabile a quello fra Belgio e Olanda”. Secondo uno studio dell’istituto Cattaneo, per sette italiani su dieci gli immigrati presenti sul territorio nazionale sarebbero quattro volte quelli effettivi. “Ma lo sa l’Istituto Cattaneo che la maggior parte degli intervistati non fa di mestiere né lo statistico né lo scienziato sociale? Lo sa che le credenze numeriche dei cittadini sono quasi sempre sbagliate, in qualsiasi campo le si indaghi? Se da un sondaggio venisse fuori che la maggior parte degli italiani pensa che i morti sul lavoro siano più di cinquemila l’anno, e non mille come effettivamente sono, che cosa ne dedurremmo? Forse ci limiteremmo a dire che gli italiani sono preoccupati per la sicurezza sui posti di lavoro, non ci azzarderemmo certo ad accusare i sindacalisti di essere ‘imprenditori della paura’…”. Sulla vicenda della capotreno di Trenord, colpevole di aver pronunciato parole irripetibili a proposito degli zingari, lei ha detto che, al di là della forma, il senso dell’annuncio era sensato. “Lo ribadisco. Chiunque non viaggi in business class o con l’auto di servizio, e sia costretto a prendere treni locali, conosce perfettamente il misto di esasperazione, impotenza e umiliazione che nella gente normale suscita l’anarchia sui treni presi d’assalto da bande di passeggeri non-paganti, non importa se costituite da tifosi, bagnanti, gang giovanili, questuanti o zingari. Curiosamente chi reagisce al mancato rispetto delle regole viene accusato di razzismo mentre chi si proclama civile e ‘umano’ se la prende con chi reagisce piuttosto che con chi viola le regole del vivere civile”.

   

Veniamo alla politica nazionale: nel governo sembra essersi instaurata una rincorsa tra i due vicepremier. Salvini monopolizza il dossier immigrazione e capitalizza consenso. Luigi Di Maio tenta di “occupare” il fronte economico. Quanto potrà durare? “L’ex ministro Minniti ha affermato che fra Lega e Cinque Stelle ci sarebbe un patto di potere destinato a durare, come quello siglato da democristiani e socialisti ai tempi del pentapartito: apparentemente litigavano ogni giorno, in realtà stavano ben saldi sulle rispettive poltrone. Io sono meno pessimista di Minniti: ai tempi del pentapartito si potevano sommare le richieste di democristiani e socialisti facendo lievitare il debito pubblico, oggi combinare le istanze di leghisti (flat tax) e grillini (reddito minimo, erroneamente chiamato di cittadinanza) è impresa ben più ardua, il costo sarebbe elevatissimo perché il debito pubblico si può aumentare sensibilmente solo uscendo dall’Europa”. Nel M5s l’ala purista, con Alessandro Di Battista e Roberto Fico, è pronta a inaugurare il ritorno alle origini. “Saranno puri ma di certo sono abbastanza sprovveduti. Non vedo facile un cambio di leadership: se il governo avrà successo Di Maio diventerà inamovibile; se fallirà nessuna nuova dirigenza sarà in grado di resuscitare il movimento”. In due mesi gli investitori esteri hanno ridotto l’esposizione sull’Italia per oltre 70 miliardi di euro. Per Di Maio è “allarmismo infondato”, il governo punterà sul “contatto diretto” con gli investitori, ha assicurato. “Spero che il ministro si faccia una risata davanti allo specchio quando pronuncia tali stupidaggini. Se prende sul serio quel che dice, la situazione può diventare pericolosa”. Lei crede al “complotto” dei mercati? “Gli investitori si preoccupano solo di far soldi, non di rovesciare i governi. Quel che c’è di vero, però, nella visione paranoide del ruolo dei mercati, è che può accadere che i mercati scommettano al ribasso su un paese, trascinandolo nel baratro. E’ successo nel 2011 quando parte dell’establishment europeo puntava sulla caduta del governo Berlusconi, potrebbe riaccadere oggi”.

   

Secondo l’Ocse, siamo l’unico paese G7 dove la crescita economica rallenta. “La decrescita infelice l’abbiamo già sperimentata tra il 2008 e il 2014. Dal governo in carica io mi aspetto non la decrescita ma un tonfo se il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non riusciranno a fermare i due scavezzacolli”. Salvini è destinato a diventare il leader del nuovo centrodestra? “E’ la prospettiva più probabile. Il vicepremier però sottovaluta alcuni meccanismi che alla lunga potrebbero ridimensionarlo. Il primo è la fine della luna di miele elettorale intorno a Natale. Il secondo è l’azione della magistratura che nell’immediato lo rafforza ma nel medio periodo potrebbe logorarlo. Il terzo è la reazione dell’elettorato moderato che oggi rigetta l’estremismo umanitario di Pd e chiesa, ma domani potrebbe eccepire sull’estremismo anti-umanitario del leader leghista, specie nel caso in cui la chiesa si decidesse ad assumere posizioni più pragmatiche e meno ideologiche delle attuali”. A proposito della capacità salviniana di cavalcare il sentimento popolare, Minniti ha parlato di “strategia della tensione comunicativa”. “Ha ragione, si potrebbe però ribattere che la sinistra ha passato gli ultimi tre decenni a smontare paure perfettamente giustificate, attuando una sorta di ‘strategia della DIStensione comunicativa’. Non so chi sia da biasimare di più. L’ira popolare contro il Pd è anche figlia del negazionismo della sinistra che si è rifiutata per anni di osservare la realtà che aveva sotto gli occhi”.

   

L’alternativa al fronte sovranista deve ripartire dall’europeismo? “Oggi uno schieramento pro-Europa ha scarse possibilità di successo, chiunque lo guidi. Dire che ‘ci vuole più Europa’ è uno sbaglio enorme: i difetti dell’Ue sono evidenti a tutti da almeno tre legislature, basterebbe rileggere ‘Rischi fatali’, la spietata analisi pubblicata da Giulio Tremonti già nel 2005. Demonizzare il cosiddetto sovranismo è una sciocchezza, la critica dell’Europa non può essere monopolio del fronte populista, ma andrebbe sostanzialmente condivisa. L’Europa ha portato alcuni vantaggi ma politicamente ha fallito: se non si riconosce questo, si consegna l’ideale europeo ai suoi nemici. Una volta accettato che tutti siamo profondamente scontenti dello status quo e che su numerose questioni i populisti hanno le loro ragioni, si può cominciare a spiegare – se ci si riesce – dove e perché le soluzioni da loro prospettate non sono quelle ottimali, che ne esistono di migliori e che certi rischi, primo fra tutti il collasso dell’euro, non li vogliamo correre”.

  

Un progetto politico deve essere incarnato da un leader. Nei giorni del braccio di ferro sulla nave Diciotti, sui social network rimbalzavano le immagini di Matteo Renzi impegnato nelle riprese di un format tv sulle bellezze di Firenze. “Mi sembra una fotografia perfetta del ragazzo di Rignano”. A lei Renzi non dispiace affatto. Fossi in lui, la inviterei alla Leopolda d’ottobre: lei ci andrebbe? “La sinistra, finora, mi ha sempre considerato radioattivo. Su una mia eventuale partecipazione, mai dire mai. Sono fra gli ingenui che hanno fatto la coda alle primarie per fargli vincere la partita con Pier Luigi Bersani. Il mio giudizio è identico a quello dei cinesi su Mao Tse Tung: 70 per cento giusto, 30 per cento sbagliato. Ha commesso degli errori, e se li avesse riconosciuti sarebbe stato salvifico per il Pd. Detto questo, se a un leader si richiedono anche energia e capacità di entrare in sintonia con i cittadini, non vedo figure più valide di lui. Minniti e Carlo Calenda sono ottimi ma mi sembrano sprovvisti della stoffa del leader. Gianni Cuperlo, di cui ho enorme stima, è un intellettuale del Novecento, anzi dell’Ottocento, se badiamo alla cortesia e alla signorilità dei modi. Nicola Zingaretti è solo un Bersani più giovane”.

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Commenti all'articolo

  • cmedeo

    07 Settembre 2018 - 19:07

    Dopo mesi di ubriacatura antipopulista del Foglio coinstato con piacre la pubblicvazione di questo articolo. Ma lo avete fatto leggere anche a Ferrara e a Cerasa ? Dopo questo articolo fate leggere loro il libro di Siuad Sbai " I fratelli mussulmani"( Armando Curcio Editore). Vorrei tanto un commento del Foglio a questo libro . Aspettiamo dei bei editoriali !!!

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  • stearm

    07 Settembre 2018 - 15:03

    Non sarà magari che se un partito è pro-mercato non deve essere contro l'immigrazione visto che appunto l'immigrazione, nonostante qualche disagio, è una risorsa?

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  • stearm

    07 Settembre 2018 - 15:03

    Quindi il PD dovrebbe seguire Zizek. Ma lo sapete chi è Zizek? Un intellettuale marxista che ancora parla di sfruttamento del proletariato. Ma, appunto se un marxista usa la carta del 'negher', di colpo diventa una persona seria. Nulla di nuovo, Hitler ammirava Marx.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Settembre 2018 - 15:03

    La disputa è nominalistica, roba da propaganda spicciola. Il pregresso è una realtà- Ma quello che la dice lunga sull'invasione nei cervelli del nulla e dell'effimero emerge dalle code, formatasi dalla notte per essere i primi ad irrompere nel nuovo locale di Starbrucks.

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