Come ha fatto Salvini a conquistare l'Italia

Annalisa Chirico

La semplificazione massima del messaggio e la concretezza. Il dominio delle piazze, fisiche e virtuali. Direttori di giornali e osservatori spiegano le ragioni del consenso del leader leghista

Quali sono i veri ingredienti del successo salviniano? Il vicepremier, che ha mutato per sempre i connotati del partito che fu di Umberto Bossi, adesso punta dritto a Palazzo Chigi. La sua ascesa appare irresistibile ma sulle ragioni della sua ascesa non c’è unanimità. Abbiamo messo insieme un po’ di opinioni per provare a rispondere a questa domanda.

  

“Salvini – ci dice il direttore di Repubblica Carlo Verdelli – ha invertito i rapporti di forza all’interno dell’esecutivo già da diversi mesi. Pur avendo ottenuto metà dei voti grillini alle politiche del 4 marzo, il leader della Lega ha imposto l’agenda sin dal principio. Ha condotto una campagna elettorale interminabile in un paese che si conferma assai instabile. Si assiste, da alcuni anni, a clamorosi sbandamenti: dal 40 per cento di Renzi si è passati all’exploit grillino delle scorse politiche e adesso al fenomeno Salvini”. Il rischio è una rapida evaporazione? “In realtà, paragonato ai leader precedenti, noto un approccio diverso in Salvini. Berlusconi, per esempio, ha fatto sognare gli italiani con il messaggio: potete diventare come me. Salvini dice: io sono uno di voi. La stanzetta immortalata nella notte del voto potrebbe appartenere a ogni italiano. Non è più la politica dall’alto, è la politica da dentro”. Matteo Renzi è solitamente indicato come il primo leader della disintermediazione in Italia. “Salvini è andato oltre, sul presidio dei social network è di qualche anno avanti su tutti. Il capo del Carroccio adopera, forse inconsapevolmente, il rasoio di Occam, vale a dire la semplificazione massima del messaggio. Renzi si muoveva in uno schema più consueto, Salvini invece innesca un processo di immedesimazione senza precedenti. Quanto possa durare, è difficile dirlo. Per adesso, sta arrostendo i Cinque stelle a fuoco rapido: la Tav è forse l’ultimo totem grillino sopravvissuto, e lui ha chiarito che va fatta, detta l’agenda come se avesse vinto le politiche, non le europee”. A un occhio attento, anche l’Europa appare come uno spauracchio utile per la propaganda. “Lui lo ha capito e fa di tutto per provocarla. Se dovessi dire, il primo avversario di Salvini è se stesso: deve evitare la bulimia di sé e far tesoro di quanto capitato a Renzi”.

    

Ecco, i due Matteo. Gemelli diversi, disruptor della politica italiana. Vicini d’età, lontani d’idee, artefici di scalate imprevedibili. “Presentano elementi comuni nell’attitudine verso l’elettore e verso il potere – commenta il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana – Li caratterizza l’estrema personalizzazione del comando. Il partito di Renzi era il partito di Renzi e della sua cerchia, idem quello di Salvini. La classe dirigente diffusa della Lega, gli Zaia e i Fontana, sono presenti sul territorio ma quasi mai hanno una parola importante nella determinazione della linea politica nazionale. Nemmeno Giorgetti ha la forza di incidere: Salvini pretende sempre l’ultima parola. Tra l’ex segretario dem e il leader leghista esistono profonde diversità culturali e programmatiche ma entrambi hanno dimostrato una notevole capacità di semplificazione. Sono figli di Berlusconi che non viveva nell’èra digitale ma in quella televisiva, e non è un caso che sia Renzi che Salvini abbiano partecipato da concorrenti ai programmi televisivi delle reti Mediaset”. La parabola renziana a Palazzo Chigi è durata mille giorni, quella salviniana potrebbe rivelarsi una meteora? “Com’è noto, Giorgetti gli ha consigliato di tenere una foto di Renzi sulla scrivania. Oggigiorno il sistema è caratterizzato dalla volatilità del voto che ha perso connotazioni ideologiche, le tendenze elettorali sono evanescenti, si esauriscono in fretta. Paragonato a Renzi, però, Salvini ha due elementi che giocano in suo favore e potrebbero rendere più stabile il consenso per la Lega: innanzitutto, lui aspira a essere l’erede di Berlusconi, e in Italia il voto per il centrodestra è sempre stato rilevante; in secondo luogo, il suo partito ha un radicamento molto esteso al nord”. Il partito di Bossi era alla canna del gas, oggi tocca il 34 per cento. E’ solo comunicazione? “Salvini ha saputo sfruttare la sua straordinaria capacità di mettersi in sintonia con le paure degli italiani sui dossier sicurezza e immigrazione, e con le loro aspirazioni più profonde, a partire dal desiderio di veder riaffermata l’identità nazionale in contrapposizione al mostro della globalizzazione e delle tecnocrazie europee. Inoltre, il vicepremier leghista sa dominare le piazze fisiche e virtuali, sta sul digitale come nessun altro. Gli ha giovato la competizione con un alleato di governo particolarmente debole sul piano delle competenze amministrative e di governo, e sull’organizzazione territoriale del movimento”. I Cinque stelle hanno dimezzato i voti, al sud il reddito di cittadinanza non è bastato a frenare l’emorragia di consensi. “Le modalità e l’entità del sussidio non sono stati ritenuti soddisfacenti, tanto più in un pezzo d’Italia dove l’economia vive anche di aggiustamenti non tutti in chiaro… A mio giudizio, si è fatta strada l’idea che i soldi non debbano essere concessi o regalati senza il lavoro”. Quante probabilità assegnerebbe alla durata del governo da uno a dieci? “Non mi spingerei oltre il tre. Magari sia Di Maio che Salvini ritengono che durerà ma esistono difficoltà strutturali che lo rendono improbabile, se non impossibile”.

     

Per Lucia Annunziata, direttore di HuffPost Italia, “il segreto del successo salviniano è che si fonda su un dato vero, reale, tangibile: la costruzione del consenso. Emblematici sono i risultati ottenuti a Torre Maura nella periferia romana, a Melendugno (il comune del gasdotto Tap), nella Val di Susa dei No-Tav, e poi a Capalbio, a Riace, a Lampedusa… i santuari dell’antisalvinismo hanno votato per Salvini”. Per i Cinque stelle un tonfo clamoroso. “I grillini dovevano essere la modernità del post-ideologico, invece sono apparsi come persone senza capacità in balia di un’onda che li sballottava a destra e a sinistra. Casaleggio padre li aveva collocati nell’orizzonte della fine delle ideologie, ma nella realtà attuale l’ideologia è tornata a essere uno strumento di consenso. La verità è che anche noi giornalisti continuiamo a trattare i cittadini come fossero dei cretini: al tempo di Berlusconi li dipingevamo come manipolabili dalla tv, oggi dai social network e dal pericolo fascista. Più banalmente, i cittadini capiscono il senso di una promessa, e Di Maio è stato rovinato dalla ‘balconata palingenetica’ in cui annunciava l’abolizione della povertà. Salvini ha piuttosto utilizzato il fascismo non come un fine in sé ma come un mezzo per parlare anche a quei ceti popolari”. Quanto durerà il sodalizio di governo? “Non prevedo una crisi a breve. I Cinque stelle contano per il 33 percento in Parlamento: perché dovrebbero rinunciarvi? E perché Salvini dovrebbe consegnare quella percentuale all’opposizione? Il leader leghista non ha fretta: Renzi aveva un partito contro, la sua era una scalata non amichevole; il vicepremier invece ha il partito dietro, non deve difendersi dai nemici”.

    

In pochi lo conoscono, perché è uomo di proverbiale riservatezza, ma Enzo Risso, direttore scientifico dell’Istituto di ricerche Swg, è il sondaggista più ascoltato da Salvini. Il leader leghista gli scrive più volte al giorno, se non gli scrive lo chiama, quel che conta è la consultazione permanente per sapere come vanno i polls, che dice il campione su questo e quel tema, in che direzione fluttua l’opinione pubblica. “Lo slogan ‘Prima gli italiani’ – spiega al Foglio lo studioso che è anche docente di Teoria e analisi delle audience all’Università La Sapienza di Roma – sintetizza il racconto che gli italiani vogliono sentirsi raccontare: tutela e difesa del paese, prima di tutto. Con le elezioni europee Salvini ha portato a compimento la trasformazione del centrodestra: l’identità neoliberista di quello berlusconiano viene archiviata a favore di una identità protezionistico-primatista. Se Berlusconi incarnava il sogno del benessere per tutti, la libertà di arricchirsi, il mito della concorrenza, il centrodestra a traino leghista nasce in seguito alla sconfitta del liberismo a livello globale, ed esprime l’esigenza di tutelare le persone dai guasti del libero mercato e dagli eccessi europeisti tecnocratici. E’ un centrodestra difensivo che punta sull’Italia per cambiare. L’asse politico è cambiato: quello destra/sinistra viene riassorbito dall’opposizione tra comunità aperta e comunità chiusa”. Nel governo l’ala leghista ha cannibalizzato quella grillina. “Nel paese circola una parola d’ordine: stabilità. La gente sente che la crisi sta arrivando, e ha paura. I Cinque stelle hanno perso perché i loro continui attacchi a Salvini hanno diffuso l’idea di instabilità”. Salvini è entrato in polemica con le gerarchie vaticane a causa dell’ostensione di simboli religiosi, madonnine e rosari. “Dalle nostre rilevazioni emerge che le uniche polemiche che negli ultimi mesi hanno un po’ intaccato la spinta a favore di Salvini sono state la partecipazione al Congresso mondiale delle famiglie a Verona e lo scivolamento eccessivo nel dialogo con CasaPound. Questi eventi hanno infastidito gli elettori moderati indecisi che guardavano con interesse a Salvini e che sono stati recuperati solo successivamente, quando il leader è tornato a indossare la giacca del buon senso. Il confronto anche aspro con le gerarchie vaticane si è rivelato una echo-chamber, insomma una bolla iperamplificata priva di ricadute in termini di consenso. Il Papa parla ai suoi, ma i suoi non sono elettori di Salvini. Solo il 12 per cento degli italiani cattolici dichiara di lasciarsi orientare dalle indicazioni della chiesa nelle proprie scelte politiche”.

    

Religione, tradizioni, valori. Per il direttore della Stampa Maurizio Molinari l’analisi post voto non può prescindere dalla parola “identità”. “Il sovranismo, risultato vincente in questa tornata elettorale, esalta le identità tribali in contrapposizione alla globalizzazione. Contano le radici che sono nazionali, cattoliche e bianche. L’Italia è un paese laboratorio, l’unico dell’Europa occidentale dove populisti e sovranisti governano insieme; rispetto al 4 marzo, l’identità populista ne è uscita indebolita, e la risposta è nel crocefisso che Salvini tiene in mano. Il sovranismo esalta le radici etnico-nazionali del paese mentre i populisti grillini sono un movimento di protesta soprattutto economico. La casa madre dei pentastellati è rappresentata da un sito internet: la loro identità è eterea, quella sovranista è materica. Salvini esalta le radici cattoliche della nazione”. A dispetto di qualche attrito con gli alti prelati… “In realtà, ciò lo rafforza nella costruzione del consenso, così come la partecipazione al Congresso veronese delle famiglie. Esiste una parte della chiesa, soprattutto americana, che anela al ritorno alle radici autentiche del cristianesimo. Papa Francesco appartiene alla stagione di Barack Obama, non a quella di Donald Trump. E Salvini, con la sua scelta valoriale, evoca il linguaggio sui ‘valori cristiani’ che distingue il presidente degli Stati uniti, Bolsonaro in Brasile, Orbán in Ungheria e Putin nel legame con la chiesa ortodossa in Russia”. La parabola salviniana è assimilabile a quella renziana? “Paragonare i due è un errore. L’Italia fluida che ha ingoiato Salvini è la genesi della protesta che poi si è espressa il 4 marzo. Renzi ha ignorato le due ragioni che hanno portato alla vittoria di sovranisti e populisti: disuguaglianze e migranti. La risposta salviniana alle ragioni della rivolta è l’esaltazione delle radici, il che costituisce di per sé una narrativa, non la soluzione dei problemi. Se Salvini non elaborerà una risposta efficace, sarà anch’egli travolto”.

    

Il più criticato, il più votato. Su questo strano paradosso si sofferma il vicedirettore di Vanity Fair Malcom Pagani: “Il successo elettorale salviniano è frutto del lato cieco della sinistra che già ai tempi di Berlusconi riusciva a ignorare un fenomeno travolgente esorcizzandolo per il semplice fatto che non gli era simile, che non appariva abbastanza educato per i suoi standard. Lo snobismo che portava ad osservare Berlusconi come un parvenu mentre lui accumulava milioni di voti si perpetua con il leader leghista che mangia la trippa e d’estate va in vacanza a Milano Marittima, esattamente come milioni di italiani; questa cosa lui l’ha monetizzata apparendo volutamente più gretto e basico di quanto non sia. La politica, del resto, è anche teatro, rappresentazione di sé. La sinistra soffre di un riflesso pavloviano: quando non sai come contrastare un fenomeno, gridi al fascismo. Sia chiaro: Salvini afferma cose volutamente sgradevoli, ha sdoganato temi e battaglie storiche della Lega che un tempo erano indicibili, oggi paiono di senso comune. Siamo alla caduta della vergogna. E’ impossibile essere d’accordo con lui su tutto, ma è altrettanto impossibile concordare con chi addita come fascista il diverso da sé”. Salvini è il primo vero leader della disintermediazione totale. “Chiama i cittadini ‘amici’, non ‘elettori’. Ha saputo abbattere ogni filtro, cosa che la sinistra non ha mai fatto: Renzi non è mai andato a Milano Marittima ma si è chiuso nel palazzo con le pizze di cartone. Salvini invece sembra incastrato in un moto perpetuo senza sosta, gira l’Italia come facevano i politici Dc degli anni Cinquanta. Di Maio avrebbe fatto meglio a comportarsi da alleato fedele: quando si è spinto sullo stesso campo ne è uscito ridicolizzato. Perché il ‘politico’ puro esiste, e Salvini è certamente uno dei politici più formidabili degli ultimi quarant’anni. Ha la capacità di immedesimarsi nelle altrui richieste, esprime concetti semplici, a volte odiosi, a volte detestabili, sempre sospettabili d cinismo o di egoismo, ma dotati di una presa popolare enorme. Berlusconi aveva il vizio di forma del miliardario, lui no”.

    

E nel processo di disintermediazione con gli elettori gioca un ruolo decisivo la squadra di esperti informatici che anima quotidianamente la “Bestia”, sotto la sapiente guida di Luca Morisi. “Non si può comprendere il fenomeno Salvini senza considerare il potere di Internet che ha creato un mondo parallelo”, afferma Roberto D’Agostino, fondatore di Dagospia, primo sito d’informazione online in Italia. “L’inedita ascesa di Salvini, in tempi così rapidi, è stata resa possibile dal fatto che oggi l’informazione non viaggia sui tg delle ore 20 né sulla carta stampata. È chiaro che l’analisi non si esaurisce nella comunicazione: gli scenari trionfanti del populismo annoverano, a livello globale, passaggi cruciali come Brexit, la vittoria di Trump e l’exploit italiano del 4 marzo. Questi eventi sono, in breve, la risposta alla crisi d’identità prodotta dalla globalizzazione. La sinistra ha scambiato baci e bacetti con il capitalismo, oggi si è ridotta a paladina delle minoranze più o meno oppresse: gay, donne, migranti, neri. Su Twitter Gad Lerner, sconvolto dalla vittoria leghista, ha scritto che sarebbe colpa delle ‘classi subalterne’, proprio così. Insomma, è colpa degli zoticoni che non leggono i suoi libri. E’ la vecchia idea che il suffragio elettorale non si addice agli incolti. Queste menti illuminate un tempo potevano primeggiare perché la gente normale era passiva, non aveva strumenti per farsi sentire. Oggi invece siamo tutti attivi, abbiamo tutti diritto di parola nella piazza virtuale del web”. Oggi le leadership evaporano rapidamente, succederà anche a Salvini? “Vedo una grossa differenza rispetto a Renzi che era arrivato al 40 per cento sborsando i famosi 80 euro. Il vicepremier leghista non ha distribuito mance, non si è intestato il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia grillino. Salvini si è guadagnato il consenso per i risultati delle politiche su immigrazione e sicurezza, e in un’epoca in cui il nazionalismo imperversa a livello globale, dal Canada all’India, ha fatto sentire le persone parte di una comunità. Il suo farsi interprete di un sentire profondo, e reale, potrebbe preservarlo dalla estemporaneità”.

       

Secondo Luca Ricolfi, professore di Analisi dei dati all’Università di Torino e presidente della fondazione Hume, “il risultato di Salvini conferma che gli italiani assegnano uno spazio ristretto a formule politiche più educate, moderate, come fu l’esperienza di Mario Monti e com’è oggi il partito di Silvio Berlusconi. C’è un massiccio apprezzamento per il modo diretto, e ancorato al senso comune, con cui Salvini si rivolge agli elettori. Non è soltanto un fatto di comunicazione. I vari esponenti politici sono in completa confusione, esprimono concetti astratti e poco comprensibili per la gente comune. Fanno eccezione soltanto Di Maio, che usa un linguaggio comprensibile ma paludato, e poi Salvini e Giorgia Meloni, capaci di maggior chiarezza”. La Lega ha espugnato alcune roccaforti della sinistra, ha primeggiato nelle periferie, ha vinto in luoghi simbolo della resistenza antisalviniana. “La concretezza è la prima risorsa del leader leghista. Ha scelto temi molto sentiti dai cittadini e su cui solo lui, e Meloni, parlano chiaro, gli altri farfugliano: l’immigrazione e la domanda di sicurezza e legalità. Gli italiani, inoltre, non hanno creduto al racconto della crisi proposto dalle élites. Quando persone come me e lei ricordano che non possiamo sforare i conti e che non dobbiamo metterci contro l’Europa, questa posizione non appare credibile, la gente la rifiuta. I sovranisti lo hanno capito, tuonano contro la presunta austerity che in Italia non si è mai vista, Salvini addita un colpevole perché gli italiani non vogliono riconoscere le proprie responsabilità e i sacrifici che li attendono, meglio prendersela con l’Europa”. La dialettica con la chiesa non pare aver penalizzato il leader leghista. “Al direttore di Repubblica che, ospite a ‘Porta a Porta’, lo incalzava su questo punto, Salvini ha replicato: ‘Io mi occupo degli ultimi tra gli italiani, sono pagato per questo’. Un politico, è il suo ragionamento, deve difendere gli interessi del popolo che va a rappresentare in Parlamento. La visione, cara a certi progressisti, secondo la quale dovremmo occuparci dell’umanità intera, non è condivisa. La maggior parte delle persone pensa che dobbiamo occuparci della nostra comunità, e poi, se avanza del tempo, di Burundi e Burkina Faso. Il Papa è popolare nel mondo dei massmedia dove il politicamente corretto è ancora dominante, ma molti considerano questo pontefice come capo della sinistra e non della chiesa. Non c’è niente di più politicamente corretto del Papa, perciò l’industria della comunicazione tende a sopravvalutarne l’influenza”.

    

Non può essere tacciato di salvinismo lo scrittore Emanuele Trevi: “Provo una gioia un po’ assurda, lo ammetto. Il motivo è che alla vittoria della Lega ha fatto da contraltare la débâcle grillina, e tra i due nemici io ho scelto il secondo perché, per dirla con Flannery O’ Connor, i Cinque stelle sono persone che vivono in un mondo che Dio non ha mai creato. Preferisco anteporre un principio di realtà: per quanto mi faccia orrore il pensiero di Salvini, riesco a concepirlo nella mia stessa realtà, mentre i grillini abitano un mondo altro dove regnano microchip e scie chimiche, si rincorrono chiacchiere da bar sull’economia, si diffonde una violenza quasi terroristica contro i vaccini. Per me questa è la fine della civiltà. I fascisti, in fondo, li abbiamo già conosciuti in passato, è possibile affrontarli sullo stesso terreno e poi sconfiggerli. E’ invece precluso il confronto con i Grillo e con i Trump: il loro obiettivo è sostituire la nostra realtà con una immaginaria. Così, tra i due nemici, scelgo quello fascista perché incarna un male eterno che in una prospettiva umanistica può essere abbattuto. Il mondo salviniano è abitabile contrastandolo, quello grillino è inabitabile”.