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Il (buon) Approdo di Gad Lerner e il relitto di un giornalismo che non c’è più

Meglio due professori in studio dei cialtroni, ma l’Italia resta fuori

5 Giugno 2019 alle 06:00

Il (buon) Approdo di Gad Lerner e il relitto di un giornalismo che non c’è più

Gad Lerner (foto LaPresse)

“Felice l’uomo che ha raggiunto il porto / che lascia dietro sé mari e tempeste”. E’ la poesia di Primo Levi che si intitola L’Approdo e che ha chiuso la prima puntata del programma di Gad Lerner che ha lo stesso titolo. Se il porto sicuro di Lerner fosse il buon risultato di nicchia raggiunto all’esordio, sarebbe facile. Il 7,4 per cento di share in seconda serata su Rai3, con un milione e 174 mila spettatori, mette da parte tutte le scemenze sui compensi. Quanto alle campagne intimidatorie-populiste di Salvini e accoliti contro l’okkupazione comunista della Rai, contro “Lerner, Santoro, Saviano e Fazio a reti unificate”, non ci sarà rifugio né rimedio. E non aiuta il buonumore la costatazione che quelle accuse provengono da una parte politica che, in combinato disposto col prode alleato di governo, sta attuando una campagna di occupazione politica dell’emittente di stato grossolana e, qualitativamente parlando, orrenda. Se il porto sicuro di Lerner fosse essere riuscito a condurre un’oretta di trasmissione in cui due ospiti professori e di opposto orientamento, Luciano Canfora e Marco Tarchi, parlano con buon italiano, con cognizione di causa e con un puntuale rimando al mondo delle idee e della cultura politica – il tema era la Lega, dal “nord” al nazional-populismo – per una volta rubando il posto al circo Barnum delle questo-lo-dice-lei Castelli e di altri ospiti incompetenti fissi da talk-show, sarebbe un buon motivo per pagare il canone. E questo è quanto.

 

Il vero punto interessante, e un poco malinconico, dell’approdo-ritorno di Gad Lerner in Rai, è però un altro. Con un po’ di civetteria, e ovviamente per necessità di memoria storica e giornalista, la trasmissione era costruita con inserti d’archivio del tempo televisivo, e leghista, che fu. Le prime incursioni di un conduttore curioso e quasi ragazzino nello sconosciuto mondo padano, il primo servizio da Legnano sotto la statua di Alberto da Giussano, le urla popolane e orripilanti dei comizi di Bossi e Borghezio, con i mantra celoduristi e gli “a casa a calci nel culo”. Insomma quel paesaggio minaccioso che Lerner intercettò, con curiosità e fiuto, a tempi del mitico Milano, Italia nell’alba tumultuosa della Seconda Repubblica, tra pulsioni giustizialiste e l’esplosione di un populismo nordista (più xenofobo che razzista, puntualizza Tarchi) fino ad allora ignoto.

 

Bel giornalismo d’inchiesta con tendenza opposizione. Da allora, in quasi un trentennio, quel tipo di informazione che per mancanza di fantasia i nemici hanno sempre chiamato radical chic è andato via via spiaggiandosi nel cliché, nella logica del Conduttore unico delle coscienze (si scriveva qui), perdendo sempre più la presa diretta con la realtà. Era accaduto, non solo ma anche a Lerner, già con il suo L’Infedele (su La7), un salotto ideologico e professorale, sempre a schiena dritta e logorroico, e persino utile, spesso. Ma che aveva, visivamente, già quell’aria di chiuso, di assedio, mentre il mondo galoppava altrove. Ora lo studio dell’Approdo ha qualcosa di iconicamente più cupo, da ultima spiaggia. Stanno chiusi dentro, i tre, in grama penombra, assieme a un relitto sfasciato, un rimando ai barconi. Ma almeno quello di Papa Francesco alla messa di Lampedusa era tutto colorato, ispirava speranza. Questo sembra bruciato dai pirati. Gad Lerner, con il suo tono “ve l’avevo già detto tanti anni fa che finiva così”, sembra un profeta inascoltato: là fuori ci sono i barbari, ci sono i sovranisti e i fascisti (Canfora gigioneggia da par suo sulla necessità di evitare la parola fascismo; Tarchi filosofeggia sottile nel segnare le differenze tra fascismi, populismi, nazionalismi). Solo che più che porto sicuro pare un rifugio impaurito contro un mondo, là fuori, che non si è più in grado di raccontare, di interpretare magari con polemica scanzonata. Guardi L’Approdo, ma quello che resta negli occhi è il relitto. E’ un po’ anche il relitto di un giornalismo politico che non c’è più.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    06 Giugno 2019 - 11:11

    Immarcescile Lerner ,mi ricorda il suggeritore che nel bussolotto a bordo pubblico del palcoscenico ricordava ai teatranti le battute.

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