“Sarà la Lega a pagare il conto più salato della Manovra”, dice Ricolfi

Annalisa Chirico

“Incomprensibile puntare sulle pensioni e non sulla flat tax”. Il poco coraggio degli industriali e la politica che non decide

A seguire il filo del ragionamento di Luca Ricolfi, al termine delle montagne russe sulla legge di Bilancio la partita economica presenterà il conto più salato alla Lega di Matteo Salvini. “Le perdite di questi mesi, presto o tardi, produrranno effetti tangibili nelle tasche degli italiani, e la recessione, assai probabile, si farà sentire. Mi sembra tuttora incomprensibile perché il vicepremier abbia puntato sulle pensioni e non sulla flat tax”. “Quota 100” e reddito di cittadinanza restano le misure simbolo, seppur ridimensionate rispetto alle promesse iniziali. “Chi guadagna da questa manovra ha un nome e un cognome. Chi ci perde invece resterà sconosciuto fin quando la recessione dispiegherà i suoi effetti reali”.

 

Ricolfi, che insegna Analisi dei dati all’Università di Torino, tiene sulla scrivania i dati appena pubblicati dalla Fondazione Hume, di cui è presidente. Dalle elezioni del 4 marzo al 14 dicembre le perdite virtuali di Borsa, obbligazioni e titoli di stato ammontano a 151,2 miliardi di euro, cui si aggiungono ammanchi per ulteriori 60,2 miliardi, pari al valore dei titoli detenuti da Banca d’Italia e investitori esteri. “Negli ultimi sette giorni – precisa il professore – si è registrato un lieve miglioramento, la tensione sui titoli si è allentata e i tre principali mercati italiani hanno recuperato circa 18,7 miliardi rispetto alla settimana precedente”. A dispetto delle ottimistiche stime di crescita fornite dal governo, l’economia europea, inclusa quella tedesca, rallenta e la guerra dei dazi non aiuta la performance italiana. “Per il momento, le perdite sono virtuali, non attuali. Le famiglie che detengono titoli di stato non ne hanno ancora richiesto la conversione in denaro. I posti di lavoro potenziali che non vedono la luce a causa del clima d’incertezza non hanno un nome”.

 

L’ulteriore taglio di risorse su pensioni e reddito di cittadinanza rischia di amplificare l’effetto rinuncia per le forze di governo. “Rispetto ai sedici miliardi iniziali, lo stanziamento per il sussidio dovrebbe ridursi a sette. La mia previsione è che nei prossimi mesi il M5s addosserà le colpe all’Europa cattiva che non ha consentito maggiore generosità. Mi domando come farà la Lega a spiegare perché abbia deciso di puntare sui pensionati e non sulla flat tax. I vantaggi di questa manovra si concentrano su pochi gruppi sociali: forse quattrocentomila persone andranno in pensione in anticipo e un po’ di gente nel meridione incasserà un assegno per starsene a casa. Il reddito di cittadinanza avrà un effetto rebound al nord che assisterà allibito al moltiplicarsi degli abusi già oggi frequenti tra lavoro nero, truffe, corsi di formazione con i fondi europei e così via”.

 

Si evocano i miracolosi poteri dei centri per l’impiego spesso sprovvisti persino della connessione a Internet, per non parlare del personale specializzato e delle tre offerte di lavoro opzionabili, in un sud dove il lavoro non c’è. “A Ferrara ho partecipato all’assemblea di Confartigianato il cui presidente, Giorgio Meletti, ha evidenziato un’inversione logica nel dibattito pubblico: viene prima il lavoro, soltanto dopo il reddito. Tra artigiani, commercianti e, in generale, nei ceti produttivi si percepisce un crescente malessere per l’assenza di politiche rivolte alla crescita”. Pure Confindustria è critica, e negli scorsi giorni Marco Tronchetti Provera, ad di Pirelli, ha sottolineato i “pregiudizi verso i privati in un paese che non ama le imprese”. “La lamentela è diffusa ma io mi aspetterei una voce più forte da parte degli industriali. A Torino c’è stata la piazza delle ‘madamin’, iniziative simili potrebbero replicarsi ovunque a causa dell’insoddisfazione dei cittadini per l’andamento economico. Ma le grandi associazioni, quando si recano a Roma, si guardano bene dal contestare il governo: esiste un mondo produttivo ampiamente sussidiato, tra appalti, agevolazioni, sconti e bonus”.

 

La produttività italiana è ferma al palo da vent’anni, l’esecutivo gialloverde si è insediato da sette mesi. “Certo, le responsabilità vengono da lontano. Le faccio un esempio: in nessun altro paese le direttive europee sono implementate come da noi, obbligando le persone a sprecare il tempo tra mille adempimenti. In Europa solo il Belgio registra un livello di produttività così basso: che cos’hanno in comune italiani e belgi? Una riforma federale sbagliata”. Lei lo scriveva già nel 2009: il federalismo, così congegnato, porta più danni che benefici. “Soltanto in un sistema basato su un radicale decentramento, senza materie concorrenti e con premi per le regioni virtuose, il sud può essere messo alla prova. Nel nostro paese si è adottata una versione consociativa, con sette diversi livelli istituzionali e processi decisionali farraginosi”. Ultimo punto: le infrastrutture. Cinque dei sei commissari che lavorano all’analisi costi/benefici sulla Tav si sono già schierati pubblicamente contro l’opera. “Premesso che io sono favorevole, ciò non mi scandalizza. Evidenzierei piuttosto i limiti metodologici di una procedura che rischia di rivelarsi una buffonata. Se i costi sono obiettivamente quantificabili, i benefici restano aleatori perché dovrebbero tener conto di una miriade di effetti diretti e indiretti difficilmente prevedibili. Quando i lavori di costruzione dell’Autostrada del Sole presero l’avvio, chi mai avrebbe potuto misurare i vantaggi del miracolo economico? Inoltre, se i parametri di un modello statistico sono oggettivi, nel caso di un modello di simulazione essi vengono calibrati sulla base di ipotesi e congetture che possono essere selezionate al fine di suffragare qualunque tesi. A Torino si mormora che la battaglia sull’alta velocità sia già stata sacrificata come contropartita concessa dalla Lega al M5s. La verità è che sulle grandi questioni, che attengono allo sviluppo del paese, deve decidere la politica. Ammesso che ne sia capace”.