Tra banche e Btp, ecco cos'ha fatto (quasi) rinsavire Salvini

Marco Cecchini

Tutti i segnali che hanno motivato il dietrofront sulla manovra (che però non rassicura la Borsa). Test sull’aumento di Carige

Roma. “Le banche non mi stanno simpatiche, ma non si può tentennare e se necessario interverremo con ogni mezzo”. Così parlava il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e uomo di collegamento con il mondo della finanza della Lega, Giancarlo Giorgetti, ai primi di novembre. Questa dichiarazione tradiva l’angoscia che circolava all’epoca nel governo gialloverde sulla sorte, in particolare, di alcuni piccoli e medi istituti di credito italiani – Carige, Popolare di Bari, Bpm, Mps – dopo settimane di fibrillazione dello spread, difficoltà crescenti nei collocamenti bancari obbligazionari e forti tensioni con Bruxelles sulla manovra di bilancio. L’esperienza suggeriva a Giorgetti che spesso la crisi delle banche è un nemico mortale del consenso e della stabilità dei governi (Etruria docet). Di qui il senso di allarme. Un senso d’allarme ben riposto se anche ieri, post-tregua con Bruxelles, il settore bancario è affondato in Borsa (l’indice Ftse Banche ha perso il 3,91 per cento). E’ da quell’esternazione di Giorgetti che bisogna partire per comprendere l’inversione ad U operata dal governo sul capitolo manovra e nei rapporti con la Commissione.

 

Dallo spread “me lo mangio a colazione” all’abbassamento dei toni suggerito dal Premier, da un deficit del 2,4 per cento al 2,04. Tra i primi di novembre e la terza decade del mese l’allarme di Giorgetti si è rivelato infatti profetico. Prima, le notizie sempre più preoccupanti sulla situazione di Banca Carige, tamponata con un intervento in extremis da 320 milioni del Fondo tutela dei depositi, in altre parole i soldi degli altri istituti. Un prestito dei big, in pratica, a tassi di favore che l’istituto genovese non avrebbe mai spuntato sul mercato e che dovrebbe essere restituito con un aumento di capitale da 400 milioni che i soci devono votare sabato 22 dicembre in una assemblea che si annuncia critica; tutto ciò a riprova del fatto che il caso Carige non è ancora chiuso e rappresenta da solo, per gli effetti di contagio che potrebbe scatenare, un tassello importante dell’inversione U gialloverde. Se l’aumento di capitale dovesse andare male infatti Carige scaricherebbe sulle altre banche il costo del suo finanziamento. Il “canarino nella miniera” per il governo è stato poi il flop del Btp Italia che ha seppellito l’illusione che potessero essere le famiglie a coprire il fabbisogno del Tesoro e sostituire gli investitori esteri in fuga. Il collocamento da parte di Unicredit di un bond da 3 miliardi di dollari presso il fondo americano Pimco a tassi sei volte superiori a quelli spuntati dalla stessa banca in gennaio è stato un altro segnale negativo. In quel breve arco si è materializzato lo spettro di una duplice crisi, di finanziamento del debito dello stato e di liquidità per le banche. I dati sul tavolo erano eloquenti: nei primi nove mesi dell’anno le quotazioni di Borsa delle principali banche avevano registrato una perdita del 30 per cento dai massimi e a causa del sentimento di sfiducia diffuso non avevano reagito neppure all’esito degli stress test dell’Eba, l’Autorità bancaria europea che aveva incoronato Intesa e Unicredit tra gli istituti europei più resistenti ad eventuali tempeste future. La stessa Intesa, all’indomani degli stress test, aveva ricevuto una valutazione borsistica “sell”, vendere, da parte di Godman Sachs che la considerava “vulnerabile”. I collocamenti obbligazionari erano divenuti proibitivi per gli istituti italiani. Le crescenti preoccupazioni di novembre si sono riflesse in un cambio di atteggiamento da parte dei maggiori banchieri nei confronti del governo. Significativo da questo punto di vista è l’atteggiamento della prima banca italiana. Dopo le elezioni l’amministratore delegato Carlo Messina, aveva fatto un’apertura di credito al governo, soprattutto con riferimento al reddito di cittadinanza. Alla fine di novembre il presidente Gian Maria Gros-Pietro ha avvertito invece che “lo spread a 300 punti è inaccettabile”. Da lì è cominciato il dietro front nel governo.

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