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Cinque effetti rilevanti per le riforme annegate dal caos gialloverde

Marco Fortis

La ricchezza privata sfuma, cresce il debito, la povertà non sarà abolita, le banche galleggiano e le tasse aumenteranno

L’Italia non ha un futuro se non resterà saldamente in Europa e se non saprà affrontare finalmente con senso di responsabilità cinque fondamentali operazioni verità su debito, povertà, banche, riforme, crescita. Sono, questi, cinque punti cruciali su cui si gioca lo scontro politico e la ricerca esasperata del consenso. Quasi sempre, però, a scapito della buona fede dei cittadini.

 

Prima verità: un paese con un debito pubblico ormai intorno ai 2.300 miliardi di euro come l’Italia non può più esimersi dall’affrontare questo enorme problema che si trascina da tempo. La situazione, per di più, è in costante peggioramento ed è molto diversa rispetto a quella di dieci anni fa. Ciò non a causa dell’aumento del rapporto debito/pil, ma perché la ricchezza finanziaria privata interna non può più sopportare se non con crescente difficoltà il finanziamento del debito pubblico, specie se gli stranieri dovessero scappare in massa dai nostri titoli di stato. Nel 2007 la ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane era di 3.138 miliardi di euro (la più alta dell’area euro) e il debito pubblico di 1.606 miliardi, con un rapporto tra ricchezza privata e debito pubblico di circa 2 a 1. Nel 2017, l’Italia, con una ricchezza netta privata di 3.436 miliardi – divenuta nel frattempo solo la terza dell’area euro, superata dalle ricchezze tedesca e francese – aveva invece un debito pubblico di 2.263 miliardi, con un rapporto tra le due grandezze ormai sceso a 1,5.

 

Seconda verità: l’aumento del disagio sociale molto cavalcato da M5s e Lega non è nato negli ultimissimi anni ma rappresenta lo strascico della lunga recessione 2008-2013. “Abolire la povertà” è solo uno slogan. I poveri assoluti, pari a circa 5 milioni, di cui 1,6 milioni stranieri, sono aumentati di 1,8 milioni nel biennio dell’austerità 2012-13 e, per un raffronto, di appena 320mila durante il triennio 2014-16 del governo Renzi, contro i 780mila in più del quadriennio 2008-11 del precedente governo Berlusconi.

 

Terza verità: i salvataggi bancari non hanno salvato gli “odiosi” banchieri, come affermano strumentalmente le forze populiste, ma i correntisti e i dipendenti delle banche, cioè semplici cittadini. E senza la riforma delle banche popolari avviata dal governo Renzi (la Banca d’Italia la auspicava da vari lustri) ci sarebbero stati probabilmente altri drammatici dissesti di istituti di credito originati da cattive gestioni storiche degli amministratori, con grave pregiudizio per il risparmio degli italiani. Il caso della Banca Etruria è stato ampiamente strumentalizzato nel dibattito politico. Tuttavia, nel periodo 2011-2016 le perdite nette cumulate a bilancio della Banca Etruria, pari a poco più di 700 milioni di euro, sono state una goccia nel mare. Infatti, hanno rappresentato appena il 4 per cento circa delle perdite nette delle dieci maggiori banche popolari italiane, pari a ben 18,4 miliardi di euro, di cui 14,2 miliardi imputabili alle sole tre popolari venete (senza contare, poi, anche l’ingente distruzione di valore azionario di queste tre banche). Ragion per cui si può affermare che senza la riforma delle popolari oggi avremmo in Veneto e in altre regioni italiane un cratere del risparmio di ben maggiori dimensioni.

  

Quarta verità: il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 ha costituito una specie di Waterloo per l’elettorato italiano che respingendo la riforma (anche perché incitato dal rischio inesistente di “un uomo solo al comando”) ha votato contro i propri stessi interessi e contro la modernizzazione del paese. La riforma costituzionale avrebbe snellito l’iter legislativo, reso più solido l’esecutivo, riportato in capo allo stato centrale italiano materie importanti per l’efficiente gestione della macchina pubblica, non ultimi i centri servizi per l’impiego. La personalizzazione del referendum è stata un errore (più o meno voluto, o subìto) di Renzi, ma la bocciatura della riforma resterà per sempre una ferita per l’Italia. Oggi i costituzionalisti che la ostacolarono sono incredibilmente scomparsi dal dibattito, così come quei politici che all’epoca affermarono che avrebbero fatto una riforma migliore di quella bocciata in soli sei mesi! In realtà, l’Italia ha ancora bisogno di una riforma costituzionale così come di riforme radicali nella burocrazia, nei servizi sociali, nella giustizia. E ha una disperata necessità di infrastrutture e di digitalizzazione.

 

Quinta verità: le politiche economiche avviate da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan e proseguite da Paolo Gentiloni hanno prodotto effetti positivi sull’economia italiana come non si vedevano da tempo, effetti che ora rischiano di essere gravemente compromessi dalla disordinata e improvvisata manovra gialloverde. Vale la pena di sottolineare quest’ultimo punto perché emblematico. Per anni, infatti, si sono chieste da più parti riforme per accrescere la competitività della nostra economia, meno tasse sulle famiglie e più risorse a favore delle imprese, ritenute giustamente gli unici soggetti capaci di creare sviluppo e occupazione. Ebbene, è esattamente quello che le politiche economiche del periodo 2014-2017 hanno fatto: la riforma del mercato del lavoro e quella delle banche popolari, gli 80 euro, l’eliminazione della tassa sulla prima casa, gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato e quelle per le assunzioni di giovani al sud, l’eliminazione della componente lavoro dell’Irap, la soppressione della tassa sugli imbullonati, il potenziamento del fondo per l’export e il made in Italy, l’ampia gamma di misure per l’industria 4.0 (a cominciare dal superammortamento e dall’iper-ammortamento). Tuttavia, queste misure sono state criticate anche da chi in passato le aveva auspicate ed incredibilmente esse non hanno goduto di buona stampa nemmeno negli ambienti moderati e liberali.

 

Eppure, è evidente che l’Italia non ha altra strada che quella della modernizzazione e dello sviluppo se vuole rimanere in Europa, se vuole crescere di più e diventare più competitiva. Cioè, più riforme, meno tasse e più investimenti sulle imprese. Naturalmente, il tutto in modo graduale e senza mettere a repentaglio i conti pubblici. Lo dimostrano i dati economici. Infatti, se consideriamo il periodo dal 2002 a oggi suddividendolo in trienni, possiamo constatare che l’ultimo triennio, il 2015-17 (quello di piena applicazione delle misure sopra ricordate), è stato decisamente il migliore. Abbiamo chiuso il divario con la Germania per quanto riguarda la crescita del pil pro capite (più 1,4 per cento in media all’anno sia noi che i tedeschi) e abbiamo sopravanzato la Francia (più 1,1 per cento). Non era mai successo in precedenza. Lo stesso è avvenuto per quanto riguarda i consumi pro capite. Infatti, nel triennio 2015-17, la spesa per abitante in Italia è aumentata molto (più 1,7 per cento in media all’anno), sopravanzando nettamente Germania e Francia (entrambe più 1,1 per cento). E il sorpasso si è ripetuto anche per quanto concerne gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto, con l’Italia davanti a tutti (più 6,7 per cento in media all’anno), meglio della Francia (più 4,9 per cento) e della Germania (più 3,3 per cento).

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