Automobili, chimica, moda frenano e il governo gli rema contro

Renzo Rosati

Così l’Italia si avvicina alla crisi produttiva con un governo che si dedica con tenacia a complicare la vita all’industria

Roma. Auto: vendite di Fca in calo del 10,4 per cento nel 2018 con ritorno sotto quota 500 mila; nell’intero settore flessione del 3,1 con 1,91 milioni di vetture immatricolate contro 1,97 milioni del 2017. Chimica: crescita vicina allo zero dopo anni di aumento. Moda: battuta d’arresto sia in Borsa sia nell’export di fine 2018, con punte di meno 5 per cento di produzione delle calzature. Banche: 44 miliardi di capitalizzazione (il 40 per cento) persi da maggio 2018. Siderurgia: produzione in calo a fine 2018 del 4,6 per cento nell’area leader di Brescia; peggio a Taranto e Piombino.

 

E’ la rappresentazione del calo di fiducia di consumatori e imprese registrato dall’Istat il 21 dicembre scorso, con il secondo indice in discesa da luglio e ora finito sotto i 100 punti, che separano le prospettive di ripresa da quelle di crisi. Così come il 2 gennaio l’indice Pmi manifatturiero è risultato in contrazione per il terzo mese di fila, in questo caso sotto quota 50, spartiacque tra crescita e frenata. L’anno dell’economia reale inizia tutto, o quasi, al ribasso in settori e aziende che avevano sostenuto il pil e l’export (spesso da sole come Fca e la chimica-farmaceutica). Flessione che si affianca alla stasi delle grandi costruzioni e dell’immobiliare. L’Italia certo risente dell’incertezza internazionali, dal rallentamento della Cina all’esaurirsi del ciclo espansivo dopo la crisi, ma a questo vincolo esterno si aggiunge forse per la prima volta un vincolo interno di natura politica. Quello di un governo che sta accanitamente remando contro le aziende.

   

L’esempio più vistoso è la tassa sulle immatricolazioni di auto a motore tradizionale, accompagnata a incentivi per le elettriche e ibride che però rappresentano il 4,8 delle vendite: introdotta con un emendamento alla legge di Bilancio, ha provocato il congelamento di 5 miliardi di investimenti di Fca negli stabilimenti italiani e secondo l’Anfia, associazione nazionale della filiera automobilistica, “colpirà certo non solo Suv e auto di lusso, intanto sta paralizzando le vendite”. L’Anfia riunisce 5 mila imprese, fattura oltre 100 miliardi (il 6 per cento del pil), occupa 260 mila persone tra dipendenti e indotto. Non è una protesta nazionalista: l’Unrae, l’unione dei rappresentanti delle case estere, attacca “una tassazione aggiuntiva che arriva in una situazione di produzione e vendite già in calo da luglio 2018. Così vedremo una flessione generalizzata”.

 

Anche le banche possono ringraziare il governo gialloverde che si vanta sempre di “non essere dalla loro parte”, e già le ha penalizzate con l’aumento dello spread e con un onere aggiuntivo assieme alle assicurazioni di 4 miliardi. Il settore occupa 286 mila addetti e rappresenta l’8,2 per cento del pil; si era faticosamente ripreso dalla crisi smaltendo crediti deteriorati, a forza di ricapitalizzazioni ma anche tagliando il personale di 44 mila unità in dieci anni. Ora c’è un nuovo nemico, l’esecutivo del cambiamento.

 

Il blocco delle infrastrutture, del quale la Tav è solo un esempio, ha già prodotto la forte concentrazione tra i grandi costruttori nazionali. Il settore se l’è cavata incrementando la produzione all’estero con una crescita annua del 9,3 per cento nell’ultimo decennio, a fronte di una diminuzione nazionale del 3,3. Eppure 140 miliardi risultano stanziati per infrastrutture in Italia, ma il governo che cosa ha fatto? Ha innalzato da 40 a 150 mila euro l’importo dei singoli lavori che i comuni potranno dare ad affidamento diretto, una misura che penalizza la concorrenza, favorisce la polverizzazione del settore, affida le micro-opere (quelle grandi sono soggette alle revisioni by Toninelli) alle burocrazie locali. Così l’Italia si avvicina alla crisi produttiva con un governo che si dedica con tenacia – comprese nostalgie stataliste tipo Alitalia, minacce di chiusure domenicali dei negozi – a complicare la vita all’industria.

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