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La frenata dell’auto rischia di lasciare un deserto in Italia

Per Fca un mercato italiano ormai asfittico sarà meno rilevante. Il pericolo è l’estinzione naturale di marchi storici del gruppo

6 Gennaio 2019 alle 06:12

Automobili, chimica, moda frenano e il governo gli rema contro

Melfi, gli stabilimenti FCA (foto LaPresse)

Al cambio dell’anno, il mercato dell’auto è un osservato speciale, sia là dove si contrae (in Italia, per esempio, per non parlare della Cina), sia là dove ancora tiene (negli Stati Uniti, pur con segni di flessione, e in Francia, dove addirittura progredisce). Si scruta l’andamento delle vendite di automobili per due motivi: o per vedere se incorpora segnali di recessione, anticipando negli ultimi dati del 2018 quali saranno le tendenze dell’anno nuovo; o per cercare di comprendere come sta andando la transizione verso un nuovo assetto tecnologico, destinato a produrre un rivolgimento totale del settore. Questo secondo aspetto è determinante soprattutto per gli Stati Uniti, i cui produttori più importanti (General Motors e Ford) stanno vivendo un momento di passaggio molto delicato, indicativo di quanto sta avvenendo in un sistema industriale che sta marciando in direzione di un nuovo paradigma senza aver ancora abbandonato quello vecchio.

 

In America l’anno scorso il mercato è sceso di poco rispetto agli anni precedenti, mantenendosi nettamente al di sopra della soglia dei 17 milioni di vetture, che rappresenta per il settore una sorta di soglia di sicurezza. Le previsioni per il 2019 sono di una discesa ulteriore e forse più marcata, tanto da portare il mercato sotto quota 17 milioni, che potrebbe però sfiorare. Al momento, non ci sono avvisaglie di recessione tali da influenzare il comportamento dei consumatori. In questa cornice di relativa stabilità, Gm e Ford registrano vendite in contrazione, rispettivamente dell’1,6 per cento e del 3,5. Chi invece a Detroit non ha mai avuto riscontri così buoni da numerosi anni a questa parte è Fiat Chrysler Automobiles, che ha chiuso l’anno con una crescita dell’8,5 per cento. Come mai è oggi la più piccola delle “Big Three” a segnare gli andamenti migliori? Perché è stata la più pronta ad avvantaggiarsi delle opportunità offerte da un mercato in transizione. Un mercato in cui i produttori americani hanno operato una fuga dalla produzione di berline che la più leggera e mobile Fca è stata la prima ad attuare. La casa di Auburn Hills non ha avuto incertezze, quando si è trattato di relegare ai margini i prodotti più tradizionali per puntare tutto su Suv e pickup, cioè sui marchi Jeep e Ram, premiati da un successo imprevisto.

 

Certo, ciò ha significato ricentrare l’intera produzione attorno a essi, gettando a mare vecchie suggestioni come quella di accasare in America il marchio Fiat (consegnato all’irrilevanza e a una caduta ormai senza limiti). E accontentandosi di un risultato positivo, ma limitato per quello Alfa Romeo, che ha venduto l’anno scorso negli Stati Uniti 23.800 esemplari, un numero certo non tale da alterare le classifiche. Fca ha dunque deciso di beneficiare al massimo di un regime di transizione, traendone tutti i guadagni possibili, essendo favorita in questo dalla sua snellezza. Gm e Ford, al contrario, sono strutture pesanti che non si possono giovare di un’analoga facilità di movimento. Per giunta, sono gruppi che stanno impegnando tutte le loro risorse nell’attrezzarsi per il nuovo mercato che sarà all’insegna di altre tecnologie, dalle piattaforme elettriche alla guida autonoma, verso cui stanno orientando tutta la loro – ingente – capacità d’investimento. Non così Fca, che non lascia intravedere un disegno strategico di lungo periodo altrettanto forte e volto al futuro.

 

Se ne ha la riprova guardando al modesto mercato italiano, che ha chiuso l’anno con un calo del 3,1 per cento delle immatricolazioni, un segnale recessivo da non sottovalutare. Ma qui Fca ha fatto molto peggio, con un calo del 10,4, che non le ha permesso, sia pure per uno scarto di qualche centinaio di unità, di raggiungere il mezzo milione di vetture prodotte. La polarizzazione della sua offerta è ormai evidente: da un lato, stanno i Suv, soprattutto col marchio Jeep, che registrano ottimi progressi; dall’altro, c’è la consueta egemonia nelle cosiddette super-utilitarie, testimoniata dall’intramontabile Panda. Con l’annuncio di un anno di cassa integrazione a Mirafiori e le difficoltà di Maserati, nulla può far ritenere che anche il 2019 non vada nel medesimo verso. Di sicuro, porta a credere che la quota di mercato si ridurrà ulteriormente e in maniera sensibile. Al punto di fare pensare che Fca stia di procedendo nel senso dell’estinzione naturale di alcune linee di prodotto. Col rischio, tuttavia, di accettare come inevitabile anche l’estinzione di quanto rimane dell’identità italiana del gruppo.

Giuseppe Berta

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