Elogio delle nuove influencer

Nadia Terranova

Leggono tanto, romanzi soprattutto. Danno consigli, scrivono fulminanti recensioni. Chi sono le instabooker

Una volta, una scrittrice che da qualche decennio ha deciso di non scrivere più niente e non avere niente a che fare con l’editoria ma starsene per i fatti suoi in un beato esilio di semplice lettrice, mentre parlavamo di tutt’altro a un certo punto mi fa: e poi sai, mi sono iscritta a Instagram. Devo aver fatto una faccia stranetta e vaga, perché subito dopo ha aggiunto: sai quelle donne che parlano di libri, hai presente, mi sono iscritta apposta per loro, sennò che mi frega dei social, loro invece mi interessano, sono sveglie, ma com’è che non le conosci, che fai, dormi, poi non è che sono tutte uguali, possibile che non ne segui nemmeno una? E giù una disamina precisa, un elenco di nick name e recensioni fulminee e diversificate – in un attimo, quella donna aveva di nuovo rivelato il pregio che le ho sempre invidiato: sapersi sedere con eleganza dall’altra parte della tavola rispetto allo zio trombone.

 

Esserle amica dev’essere il personale risarcimento che l’universo mi riserva per ogni pranzo di famiglia, di qualsiasi famiglia, in cui, strafogandomi di vino e lasagne per non morire di noia, ho pazientemente annuito alle dolenti lamentazioni dello zio, di qualsiasi zio, sui tempi moderni, sulla loro penosa decadenza, sulla loro immorale corruzione, sulla loro irrimediabile superficialità – che si tratti delle leggi per normare l’invasione dei clandestini o la riproduttività del mio utero, che si tratti dell’impoverimento culturale dovuto ai social o dell’asservimento subdolo al capitale, sono così assuefatta allo zio trombone da aver sviluppato, come tutti, un rapido istinto a cambiare in fretta argomento, e ho brevettato più d’un trucchetto per far finire qualcun altro sulla sedia accanto a lui. Allora, però, di quegli account Instagram sapevo poco e quel poco l’avrei liquidato più o meno allo stesso modo: dovevo ammettere, con un certo orrore, che lo zio trombone ero io. Così, per il gusto di andare a vedere chi era seduto all’altro capo della tavola mi ero messa a studiare una metà della rete che non conoscevo se non di straforo, e da poco ci sono tornata su, per avere conferma che la scrittrice autoesiliata aveva ragione, come sempre. Il primo dato è che le persone che sui social network hanno account dedicati ai libri li curano in modi molto diversi: dietro le definizioni di “book influencer” o “instabooker”, soprattutto quando usati con una smorfia di snobismo, c’è una – forse necessaria, di certo insufficiente – approssimazione. 


Dall’età di 16 anni Veronica ha preso a consigliare romanzi, anche prescindendo dai suoi gusti, e poi ha continuato a farlo in rete 


Prendiamo Veronica Giuffré: ha trentadue anni, suona il violino e ha l’orecchio assoluto, lavora nell’editoria per un piccolo, nuovo, elegante marchio di thriller, noir e racconti del mistero per ragazzi (Pelledoca, che ha in catalogo racconti di Dino Buzzati e Beatrice Masini). Quando le chiedo cosa le piace mi racconta di quando aveva sedici anni e un suo amico, al telefono, le ha letto un racconto di Calvino. Da allora ha preso a consigliare romanzi, anche prescindendo dai suoi gusti, e poi ha continuato a farlo in rete: “I generi non mi interessano, quello che cerco sono le voci”, dice, “Che siano di donne o uomini, non fa alcuna differenza: Luigi Malerba, Lalla Romano, Goliarda Sapienza, Tommaso Landolfi, Magda Szabó, Virginia Woolf, Christopher Isherwood, Georges Perec hanno il tipo di voce che cerco”. Tra le righe di quello che ci diciamo scommetterei su una ancora indeterminata volontà di cercare la sua, di voce. L’account di Veronica si chiama “Il cassetto dei calzini spaiati” ed è nato nel 2012, quando Instagram aveva molti meno iscritti di oggi e lei venticinque anni. Penso a cosa facevo a venticinque anni: mi ero laureata in filosofia, come lei cercavo di mantenermi lavorando nell’editoria e come lei avevo aperto uno spazio online, era il 2003, l’alba della rete, andavano diffondendosi i blog e il mio si chiamava “Le botteghe color cannella”, come il libro di Bruno Schulz che avevo appena letto e ritenevo mi avesse cambiato la vita (in realtà me la cambierà dopo, guarda caso nel 2012, quando pubblicherò il mio primo libro, proprio su Schulz). Mentre lavoravo sui libri degli altri e cercavo il coraggio di scrivere i miei, di nascosto e con uno pseudonimo azzardavo consigli, postavo brani che sceglievo in metrò tornando dalla redazione, scoprivo e riscoprivo classici e contemporanei e mi sembrava favolosa l’opportunità di condividere il mio mondo letterario con degli sconosciuti. Per scelta, non mettevo immagini nei miei articoli, siamo già abbastanza tempestati di foto, dicevo, a me interessano le parole – com’è identica e insieme com’è lontana la vita on line prima di Instagram (zio trombone, vedo che ti avvicini ma stai sbagliando: non c’è nostalgia da queste parti). Ma la questione esiste, e dev’essere cominciata proprio a quei tempi: quando l’élite ha smesso di leggere romanzi e ha cominciato a comunicare a più non posso, il passaggio a una società acculturata di massa attraverso l’accessibilità c’è stato o no, ha funzionato o no? L’orizzontalità degli stimoli argina o incrementa l’emorragia di lettori, ne è una conseguenza oppure addirittura la causa? Fra gli entusiasmi mediatici e le isterie reazionarie dello zio, da qualche parte ci saranno le risposte. 


Giulia De Martini, che su Instagram si chiama Julie Demar, vuole far scoprire o riscoprire l’amore per la lettura


 

Intanto: la diversità fra gli account. Al contrario di Veronica, Carolina Capria ha scelto di condividere on line solo libri scritti da autrici, non perché legga solo quelli né perché li ritenga migliori per diritto divino (solo uno zio ignorante o in malafede potrebbe asserire che il femminismo sia questa roba qui, guardare dentro le mutande di chi scrive per giudicarne il valore), è piuttosto “una scelta politica doverosa: le donne hanno meno palchi e meno riconoscimenti. Solo 11 scrittrici hanno vinto il premio Strega su 71 edizioni, 14 il Campiello a fronte di 56 edizioni. Non volendo prendere in considerazione che le autrici siano meno brave dei loro colleghi, è evidente che il problema è un altro, di altra natura, e ha a che fare col potere”. Carolina usa i social provando a farne un luogo di sovversione dell’immaginario: se rappresentazione dev’essere, che sia ribaltata; se c’è un automatismo che ci tocca subire, che si possa provare a rovesciarlo. Il suo account si chiama, con consapevole ironia, “L’ha scritto una femmina” e non è rivolto alle femmine, è rivolto a tutti. Lo cura nel tempo libero e gratis, il suo mestiere è un altro: è una sceneggiatrice e una scrittrice tradotta all’estero, e a differenza di molti coetanei riesce a mantenersi scrivendo (devo ricordarmi di consigliare alla mia amica autoesiliata il suo La circonferenza di una nuvola).

 

Carolina è della mia generazione, non la conosco e non so cosa facesse a venticinque anni, ma so cosa fa un’altra venticinquenne ancora, Giulia De Martini, che su Instagram si chiama Julie Demar: si è appena laureata in design della comunicazione, ma fin da quando era studentessa, perfino dal liceo, lavorava come designer. Il suo account farebbe strabuzzare gli occhi allo zio trombone per la radicalità con cui diverge dalla sacrale aura editoriale: “Il mio canale ha la particolarità di essere nato lifestyle a differenza della maggior parte dei booktuber, dandomi la possibilità di raggiungere molte persone che non leggevano; ricevo moltissimi messaggi di persone che hanno scoperto o riscoperto l’amore per i libri grazie al mio canale”. E insiste: “Il libro non deve essere un dono per pochi, ma venir condiviso con più persone possibili, la mia tesi di laurea partiva fondamentalmente da questo concetto”. Qualcuno, laggiù nella nicchia, a sentirla dev’essere svenuto. 


Il blog si chiamava “Le botteghe color cannella”, come il libro di Bruno Schulz, appena letto, che ritenevo mi avesse cambiato la vita


 

Finora ho sentito solo donne, ma altri account di libri sono creati e gestiti da uomini. E poi c’è “Libriamoci”, creatura nata da un uomo e da una donna. Lo zio trombone è già più rassicurato, vedo avvicinarsi anche lo zio prete per benedire la famiglia tradizionale, però Chiara Boniardi e Matteo Taino non sono marito e moglie (gli zii delusi possono tornare all’altro capo della tavola) ma due amici. Entrambi amano i gialli e i classici, poi a Chiara piacciono soprattutto i romanzi storici e a Matteo la letteratura di viaggio. Il loro account è un grande espositore con foto molto studiate e immagini che sembrano pubblicitarie; chiedo loro che rapporto hanno con gli uffici stampa: “Riceviamo molti libri ma altrettanti sono quelli che acquistiamo nelle librerie e nei mercatini dell’usato”.


Carolina Capria ha scelto di condividere online solo libri scritti da autrici: “Scelta politica doverosa: le donne hanno meno palchi” 


Potrei andare avanti, ma il campione è vario quanto basta: mi sembra di capire di più la mia amica, che legge almeno tre libri a settimana e dell’editoria non sa più e non vuole sapere niente, e si annoia mortalmente con i giornali. Capisco lo zio trombone, che all’epoca in cui la mia amica pubblicava e veniva premiata, ovvero qualche decennio fa, avrà letto la sua ultima recensione su un giornale, poi è morto dentro oppure sono morti i giornali: questo non l’ho ancora capito e potrebbe essere oggetto di discussione al prossimo pranzo di famiglia. È l’ennesimo argomento buono per le lamentazioni, per le prediche, per far sbroccare tutti e per trovare sempre nuovi modi di sentirsi migliori di qualcuno, che sia una venticinquenne alla ricerca del suo posto nel mondo o una scrittrice che fa anche militanza: è così che funzionano i pranzi ed è quello il momento in cui comincio a distrarmi, a innervosirmi perché è finito il vino, e a confidare nella lasagna.

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