Ridateci la realtà

Simonetta Sciandivasci

Basta con i ritocchi compulsivi. Il declino inevitabile dei filtri di Instagram, che ci hanno cambiati e forse perfino peggiorati

Rivogliamo indietro tutto quello che Instagram ci ha tolto. La vecchiaia, il pallore, il gonfiore, i brufoli, i denti storti, il bigio, il brutto, lo scuro, il vuoto, l’autentico. I filtri, il tocco magico con cui abbiamo preso a migliorare prima il nostro incarnato nei selfie e poi il tramonto alle nostre spalle, il ritocco alla portata di tutti che da correzione è diventato alterazione, ci ha stuccati, nauseati. Negli ultimi due anni, ci siamo ringiovaniti, imbellettati, illuminati, infiorati, scolpiti, colorati, decolorati, perfezionati tanto da diventare irriconoscibili, a volte in modo invalidante – me ne sto a casa, non vorrei che tutti vedessero che quei capelli fluenti, quegli zigomi altissimi, quella pelle di pesca, quel luccichio negli occhi non sono miei davvero.

Ci siamo ringiovaniti, illuminati, perfezionati, levigati, infiorati, scolpiti fino a renderci ridicoli, perfino irriconoscibili

 

 

Tutti sapevamo che le foto dei nostri amici, mai così belli, erano ritoccate più di quelle delle attrici della terza età di Hollywood, la fascia “A spasso con Daisy”, sulle riviste patinate. Eppure non mancavamo di complimentarci, genuinamente, irrazionalmente ammirati, e talvolta anche invidiosi. Poi, d’un tratto, probabilmente in coincidenza con l’insorgenza dell’ambientalismo integralista e appassionato di generazioni nuove, capitanate da una sedicenne che usa lo stesso telefono da anni e non certo per farcisi selfie arrapanti, e anche con il desiderio di non essere come tutti, e con l’insuccesso dell’uno vale uno, ci siamo accorti che a forza di levigarci, appiattirci, dimagrirci, contraffarci sopra uno schermo stavamo diventando tutti uguali: prototipi, e non persone. Ci siamo resi conto che poter intervenire continuamente sulla nostra immagine, condividendola nella piazza più grande del mondo, la sola dove si vede tutto senza muovere un passo, e cioè Instagram, ci tramortiva l’autostima, stressandoci oltremodo: la sola possibilità che ho d’essere bella è sembrarlo in questa foto, se mi ci applico, se la filtro dodici volte, e la taglio, e la inverto, e la converto. Dopo i primi filtri, le prime guance che finalmente avevano il colore che neanche il phard migliore era in grado di assicurarci, le prime luci capaci di valorizzare le linee del nostro viso, non siamo più riusciti a tornare indietro. La realtà (tutta la realtà, non soltanto quella dei nostri volti, ma le strade, i tramonti, i paesaggi) è diventata insufficiente, scarna, scolorita, deludente, banale, e abbiamo preso a pomparla, iniettarla di colori, additivi, giochi di ombre, effetti vintage, anticati, boho chic. Non c’è stato tramonto, neanche di quelli psichedelici che ogni tanto si vedono al mare, con il rosa e l’arancione e il violetto che s’intrecciano, e le nuvole che se le fissi sembrano unicorni, che non abbiamo filtrato per potenziarne la bellezza, la straordinarietà. Abbiamo dimagrito persino cani e gatti, con appositi filtri dimagranti per cani e gatti.

 

E poi, come per i nostri volti e i nostri corpi, è successo che abbiamo ottenuto tramonti, paesaggi, orizzonti tutti uguali, identicamente finti. Quindi, abbiamo preso ad agire in un altro modo: i filtri sono diventati effetti. Abbiamo smesso di cercare di valorizzarci, perfezionarci, cercare la nostra forma migliore e splendente e abbiamo cominciato, da una parte, a mostrarci al nostro peggio, a magnificare i nostri difetti, a filmarci mentre ci strucchiamo, ci prendiamo cura della nostra pelle (la skin care di Alexandria Ocasio-Cortez è diventata l’atto politico e femminista tra i più rilevanti della sua carriera; la rivista Health Magazine ha aperto un account IG dove blogger, influencer, persone normali mostrano smagliature, cellulite, cuscinetti, acne perché naturale è bello) e, dall’altra parte, abbiamo preso a usare effetti che ci consentissero di trasformarci completamente in altro (attori delle nostre serie tv preferite – in questo periodo gli adolescenti usano moltissimo i filtri di “Euphoria”, la serie tv Hbo – vecchi decrepiti, bambole, zombie, esquimesi, maschi se siamo femmine, femmine se siamo maschi, politici, insomma: maschere).


La lista di cose che il fotoritocco ha condizionato, o peggiorato, è lunga: autostima, arredamento, turismo, architettura, feste


  

Taylor Cohen, digital strategist dell’agenzia pubblictaria DDB, ha detto all’Atlantic che “il punto di saturazione dell’estica di Instagram è arrivato a metà del 2018. Gli standard delle influencer sono diventati troppo faticosi da sostenere”. Questa stanchezza e questo sovraccarico di realtà che da aumentata è diventata stringente, soffocante, agendo in combine con la retorica e le campagne del body positive (ragazze, mostratevi così come siete, siate belle per voi, guardate quanto donano i peli sotto le ascelle a Emily Ratajkowski), ha creato un fanatismo opposto, una corsa all’ostentazione della realtà dura e cruda. Se gli youtuber e gli influencer millennial hanno vivisezionato, corretto, editato, filtrato qualsiasi foto o video prima di condividerli, i loro successori, che hanno tra i sedici e i ventidue anni, si offrono al pubblico in pigiama, spettinati, sporchi, struccati, assonnati, brutti in un modo che, fino a poco tempo fa, avremmo detto “non instagrammabile”. Reese Blustein, influencer ventiduenne, ha conquistato 240mila follower in poco più di un anno condividendo foto non sottoposte a filtro, di scarsa produzione e simili, incredibilmente simili a quelle che scattavamo negli anni Novanta, quelle in cui eravamo tutti decentrati, non a fuoco, con gli occhi rossi, le macchie di sudore, il cioccolato tra i denti. Tuttavia, poiché anche l’autenticità è un effetto, e anche il peggior smartphone a nostra disposizione fa fotografie quasi perfette, che anche senza aiutini sembrano iperprodotte, le foto imprecise e traballanti e fuori fuoco degli anni Novanta non sono riproducibili se non con apposite applicazioni: l’anno scorso, l’app Huji Cam, dotata di un’interfaccia progettata come fosse una macchina fotografica usa e getta di quelle che mamma e papà ci compravano per andare in gita ad Alberobello con la scuola, è stata scaricata da milioni di persone, felici di poter finalmente condividere scatti che sembrava fossero stati fatti nel 1998.

 

Huji Cam è uno dei molti esempi di applicazioni che consentono a ciascun utente di modificare le proprie foto, rendendole uniche: all’omologazione cui siamo pervenuti abusando dei filtri di Instagram si è corsi al riparo o abbandonando completamente l’idea del ritocco, o (assai più in voga) munendosi di strumenti che consentano la personalizzazione delle immagini.

 

C’è Emma Chamberlaine, tra le youtuber più famose al mondo, appena più che ventenne, che i filtri non sa neanche cosa siano, e la post produzione dei suoi contenuti la raffina e la studia per giorni, ma soltanto per dare ritmo ai suoi racconti, non per farne risplendere il soggetto. Ci tiene, Chamberlaine, a sembrare una qualunque, di modo che gli spettatori si concentrino su quello che ha da dire, e non su cosa indossa, o su quant’è giovane, su quant’è bella casa sua, su chissà quant’è ricca. Come lei, ci sono anche Jazzy Anne e Joanna Ceddia, convinte che “It’s not cool anymore to be manifactured”. E poi ci sono le VSCO girl, loro coetanee, che un recente articolo di The Cut ha definito “sia ragazze che meme”. VSCO è un’app di fotoritocco molto popolare tra gli adolescenti, perché dispone di filtri che niente hanno a che fare con imbellimento, dimagrimento, perfezionamento di sé e che, invece, offrono all’utente una sterminata collezione di effetti combinabili a loro arbitrio, per fare di sé stessi meme che esprimano emozioni, prendano posizioni (specie sulle questioni ambientali), trasmettano messaggi. In più, l’applicazione ha una piattaforma di condivisione che sembra sia molto più sicura e controllata di Instagram, non ha indici di gradimento, cuoricini, like – parliamo di una generazione di ragazzini che temono il bullismo e il dissenso come noi temevamo la maestra di matematica, quindi qualsiasi spazio che li metta a riparo dagli insulti, quella cosa che trent’anni fa era considerato un integratore della crescita, li fa sentire liberi, li sprona all’espressione artistica, alla creatività. Le ragazze VSCO sono editoriali animati. O brevi favole animate. E fanno gruppo, categoria, sono riconoscibili da alcuni dettagli: vestono tutte con grandi felpe (spesso Brandy Melville, marca molto popolare tra le ragazzine), hanno sempre con sé una cannunccia riutilizzabile e una borraccia, e dicono cose come: “Intendo fare cose molto VSCO in questo video”.

“Gli standard delle influencer sono diventati troppo faticosi”, dicono i digital strategist delle aziende pubblicitarie

 

 

Nessuno di questi ragazzini sembra aver ereditato le nostre ossessioni virtuali. Per loro applicare filtri a selfie e video non serve a rendersi accattivanti, ma a veicolare messaggi, intenzioni, parole, opere, omissioni. La loro è una vanità contenutista, la nostra era un’adornatissima concessione alla vacuità, una recita. La loro è una immersione più profonda nel mondo e nella comunicazione, la nostra è stata un’evasione dalla realtà. A loro interessano le possibilità, la sperimentazione, a noi interessavano soltanto l’ostentazione, il potenziamento. E ne abbiamo fatti, di danni. Ne abbiamo condizionate, di cose. Qualche mese fa, il New York Times ha scritto che Instagram ha rovinato l’architettura. E di titoli sulle cose che Instagram ha cambiato, in peggio, alterando, zuccherando, forzando la realtà, almeno negli ultimi cinque anni, ne abbiamo letti parecchi: l’autostima, l’adolescenza, l’arredamento, la fotografia, le copertine dei libri, il turismo, le feste a casa. Luoghi incontaminati, o che non possono accogliere moltitudini di persone senza restarne stravolti, da quando sono stati fotografati su Instagram sono diventati mete di migliaia di viaggiatori catturati soltanto dalla smania di fare anche loro quell’imperdibile scatto su quell’imperdibile valle così incredibilmente “instagrammabile”. La riserva naturale Walker Canyon della California è stata presa di recente d’assalto da 66 mila persone in un solo fine settimana: i papaveri che la rendevano ciò che è, sono stati in larga parte calpestati (previo scatto). A gennaio di quest’anno, Vulture ha pubblicato un’indagine su come la prima preoccupazione degli editori sia diventata ideare copertine dei libri che siano accattivanti da fotografare su Instagram e stiano bene con gli scatti casalinghi delle book blogger, che sintetizzino il contenuto del libro, ma lo superino anche, abbinandosi alle tendenze del momento sulla piattaforma (se il libro esce in autunno, per esempio, dovrà avere una copertina con i suoi colori, le sue suggestioni, di modo che lo comprino anche i non lettori, e sia per loro il complemento d’arredo che fa la differenza). Esistono tutorial su come rendere il proprio salotto a prova di IG Stories, affinché non si sfiguri con i propri seguaci, la maggior parte dei quali sono sconosciuti che non metteranno mai piede in casa nostra eppure, incredibilmente, smaniamo affinché ammirino il nostro divano. Su Amazon prime sono in vendita kit da festa usa e getta – chiamatelo anche “arredamento insta-friendly” – per arredare “una parete Instagram” dove fare le foto con gli ospiti, di modo che al mondo rimasto fuori arrivi l’impressione che tutta casa tua è come quel quadrato eccentrico, perfetto, da favola, da sogno. La senior editor di Cosmopolitan, Jessica Goodman, ha scritto una volta che “Una buona foto Instagram fa vivere le feste per sempre”.

 

Alexandra Lange ha scritto sul New York Times che Instagram da una parte ha riacceso l’interesse per alcune scuole di architettura dimenticate, come quella del modernismo italiano, o di nuovi stili, o di complementi di arredo sconosciuti, e che è successo grazie alla condivisione di foto di progetti e dettagli di design, ma dall’altra ha creato un effetto di riproduzione indiscriminata di soluzioni pensate per un sito specifico e, invece, adottate anche in posti con cui non quella soluzione non ha alcuna attinenza.


Per i millennial Instagram è servito a rendersi accattivanti, per i ventenni serve a veicolare messaggi, a cercare l’autentico 


Molto di tutto questo ha certamente a che fare con qualcosa di ancora più complesso, che è il cambiamento di stato del pianeta, diventato ai nostri occhi un oggetto di turismo, un paesaggio. E il paesaggio chiama foto, la foto condivisione, la condivisione consenso, il consenso omologazione, l’omologazione, per reazione, il personalismo. Si legge in “Paesaggi. Una storia contemporanea” (a cura di Emma Giammattei, appena uscito per Treccani) che “gli spazi della comunicazione sono dappertutto e colonizzano i corpi individuali. Ciascuno aspira a connettersi con l’insieme del pianeta. Eppure, lo spazio cibernetico non è un luogo nel senso antropologico del termine: non è possibile leggervi nessuna forma di relazione sociale né i simboli di un’identità condivisa”.

 

Tuttavia, in quello spazio inconcreto ma infinito, incontrollabile eppure soffocante, gli esseri umani sperimentano nuovi modi d’essere, la possibilità di altre forme di vita non aliene ma loro proprie, assoggettano la realtà sensibile a domini insensibili, collaudano il futuro, si fingono mutanti, asessuati, morti, bellissimi, dittatori, divi, governatori e la connessione che costruiscono tra loro è un filtro che trattiene la verità e lascia andare l’autentico, la contraffazione di quelli che ben pensano. Di buono c’è che, tornando sulla terra, le influencer si sono fatte raggiungibili, i tramonti più onesti (notatelo: l’hashtag più frequente, sotto le foto di paesaggio, è #nofilter, per chi non crede che un cielo rosa possa esistere in natura), i politici più costumati (vince per istituzionalità e naturalità l’account Instagram di Teresa Bellanova, non un filtro neanche per sbaglio, e pure qualche foto sgranata), noialtri finalmente liberi dall’ossessione per la chirurgia virtuale, pronti ad andare a cena fuori non con una faccia in prestito, ma con la nostra, parecchio simile a quella che abbiamo condiviso il giorno prima, parecchio dissimile dalla Kate Moss che sognavamo di diventare, anche solo per un post.