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No, elettronica no

Torna Club To Club, e Torino ridiventa capitale: almeno della musica “avant-pop”. Parla il fondatore della manifestazione, nel nome di Battiato

27 Ottobre 2019 alle 06:00

No, elettronica no

Sergio Ricciardone in una foto di Giorgio Perottino (Getty Images for OGR)

"Non si dice musica elettronica. Si dice avant-pop”. Rieccolo, il prossimo weekend, quello dei Morti, quello del ponte, Club To Club, la manifestazione indipendente di musica più imitata d’Italia e d’Europa. Alla sua diciannovesima edizione, ormai un grande classico. L’importante è non chiamarlo “Festival di musica elettronica”, altrimenti il suo boss e fondatore sbrocca. “Preferisco chiamarlo avant-pop”, dice al Foglio Sergio Ricciardone, 48 anni, torinese che si è inventato questa specie di salone e fuorisalone della “musica d’avanguardia”, appunto, dal 31 ottobre al 3 novembre, in varie sede di massima torinesità, tra il Lingotto e le nuovissime e cool Officine Grandi Riparazioni. “E poi scusa, è così novecentesco parlare di musica elettronica. Tutta la musica è elettronica oggi”. Ma cos’è mai questo avant-pop? “Vuol dire cercare di intercettare l’avanguardia, cioè quegli artisti che sono di ricerca ma che hanno potenzialità per diventare pop, nel senso buono: cioè popolari”.

C’è lo scouting, e poi ci sono i classici; ma l’equivoco musicale in Italia, da “Le vacanze intelligenti”, è sempre in agguato. Il titolo dell’edizione 2019 è “La luce al buio. Season 2”, ispirata come sempre a Franco Battiato, il suo idolo insieme a numi tutelari che sono passati da Club To Club come Thom Yorke e i Kraftwerk. “Battiato venne e suonò le musiche sperimentali che faceva negli anni Settanta, quelle del parco Lambro al grande raduno degli antagonisti”. La Woodstock italiana; “il pubblico pensò che fosse un tecnico del suono che provava le tastiere e si mise a fischiarlo”. “Ecco, mi piacerebbe averlo di nuovo, ma so che al momento è molto complicato”.

Nato in una classica famiglia del Sud a Torino, lavori nelle radio indipendenti di supersinistra, Ricciardone ha studiato “scienze politiche, senza prendere la laurea per solo un esame, ma la tesi la stavo facendo sull’organizzazione di festival musicali”. Ma allora festival si può dire. “Basta che non si dica musica elettronica”. “Le prime volte che mettevamo questa cosiddetta musica elettronica alla radio ci dicevano pure che eravamo di destra”. Altri equivoci. E’ stato dj, un po’ artista, giornalista musicale (“sono stato il primo a intervistare i Radiohead in Italia, suonavano in un posto dimenticato da Dio, tipo San Colombano al Lambro”). Poi Londra, “anche prima delle low cost, dove ho amato la scena del clubbing anni Novanta e “l’estetica dei rave, determinante”. E poi di nuovo Torino, la Torino un po’ decadente degli anni Novanta. “C’era la fine della Fiat, ma era anche un periodo di grande libertà. I murazzi, i Subsonica”. Poi l’ascesa della Torino da bere, “che culmina, e finisce, con le Olimpiadi invernali del 2006. Ascesa e declino. Non c’è stata nessuna spinta per il dopo”. Oggi Torino soffre un po’, è quasi risucchiata da Milano, quaranta minuti in Freccia. “E’ una città che deve recuperare una sua narrazione. Mi ricordo Berlino, ‘povera ma sexy’, funzionava”. Ma Torino non è povera. Sexy, boh. “No, povera non è. Ma permette una libertà che Milano si sogna. Ed è meno competitiva: se hai un’idea, se vuoi aprire una startup qui puoi, non devi fare subito profitti, non devi fare subito i conti col mercato”. Però Club To Club è un po’ anche milanese. “Tra chi viene a sentirci, uno su quattro viene proprio da Milano”, dice Ricciardone. “E noi siamo contenti della vicinanza, a Milano sta succedendo quello che a Torino è successo anni fa, con un’amministrazione intelligente che sta facendo scelte di livello europeo. Come europeo è Club To Club, quest’anno con 50 show, 100 artisti provenienti da 5 continenti. C’è anche un trapper marocchino. Ma non ti bastano gli innumerevoli trapper italici? “Non mi arrivano”, sospira. “Abbiamo Issam, questo marocchino, che è molto più interessante”. E non è snobismo: “C’è solo una definizione che odio più di quella di musica elettronica. E’ quella di musica colta”.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente sull’alta velocità tra Roma e Milano. Scrive schizofrenicamente di cultura, società e architettura. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si intitola "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax. Usciranno presto in volume i suoi reportage dalla Silicon Valley, dove è stato inviato per questo giornale.

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