Il balcone del popolo

Andrea Minuz

L’intervista a Luigi Di Maio, il nuovo format italiano. Lo script: Di Maio parla, noi ascoltiamo, il pubblico in studio applaude. Così la “manovra del popolo” è portata in trionfo nei talk-show

Non è vero che non sappiamo più scrivere programmi televisivi e che li importiamo solo dall’estero. Per esempio, l’intervista a Di Maio è un format interamente italiano, filogovernativo, scritto, montato e approvato da Rocco Casalino, capo progetto della squadra autori. E’ la “televisione del popolo”. Costa poco, porta gli ultimi ascolti rimasti, tutti la vogliono, tutti la copiano. Lo script è semplice: Di Maio parla, noi ascoltiamo, il pubblico applaude. Un canovaccio pressoché identico in ogni puntata che lascia al ministro dello Sviluppo economico ampie possibilità d’improvvisazione a braccio e senza interruzioni, come nella migliore tradizione della Commedia dell’arte. Basta diversificare il ritmo degli applausi (ogni otto secondi da Floris; ogni undici da Giletti). Dopo l’acclamazione e il tripudio in balcone, la “manovra del popolo” viene portata in trionfo nei talk-show, lì dove per anni era stata coltivata come un’idea folle, un sogno, un allegro progetto di autodistruzione e ora eccoci qui, finalmente in marcia verso un’agognata versione sudamericana della Prima Repubblica, tutti in fila con la social card per il pane ma, mi raccomando, non per la pizza. Nella settimana del balcone del popolo, numeri, dati, cifre sulla crescita e previsioni interessano fino a un certo punto anche perché bisognerebbe prima conoscerli.

 

Arrivano gli “aguzzini del popolo”. E schema perfetto: il Pd in piazza, il popolo sul balcone, le élite in terrazza

La vera domanda, il primo nodo da sciogliere è un altro: era giusto festeggiare sul balcone? Non era forse meglio uno spumante a casa tra amici, al limite due “fischi a botto” in piazza? Balcone autarchico o balcone sudamericano? Le opinioni divergono. Giletti infila Di Maio tra Jimmy Bennet e Asia Argento e affronta subito il problema. Mentre sfilano le immagini di “quando siete andati lassù”, come dice Giletti (l’intervista a Di Maio inizia sempre con un contraddittorio o una domanda scomoda), Di Maio spiega con calma il senso del gesto. “Invece di pagare i soliti petrolieri”, dice, “lì si festeggiava la prima manovra del popolo, una manovra fatta solo per gli italiani”. Aggiunge poi che da quel balcone in questi anni si sono sempre affacciati “gli aguzzini del popolo italiano”. Dopo “i pezzi di merda del Mef”, arrivano “gli aguzzini del popolo”. Siamo in pieno assalto al Palazzo d’Inverno, esecuzioni sommarie in piazza per i “nemici della Rivoluzione”. Giletti (gliene va dato atto) prova subito a smarcarsi, ma Di Maio è sommerso dagli applausi. Lo schema è perfetto: il Pd in piazza, il popolo sul balcone, le élite in terrazza.

 

“La vedo molto forte dialetticamente, ma da dove nasce questa sua forza?”, dice Giletti per riprendere in mano l’intervista mentre Di Maio viaggia ormai per conto suo: “Ho perso la mia calma, ho perso la mia gentilezza”. “Capisco”. A “Non è l’arena”, Di Maio insiste su una figura a lui cara, una figura che ritornerà come un’ossessione in tutte le interviste della settimana: il giovane depresso nel letto che ha mandato curriculum senza avere risposta ma che ora, con il reddito di cittadinanza, avrà finalmente una scossa: “Voglio ridare lavoro al giovane che sta nel letto in depressione e non trova lavoro da tre anni perché Renzi gliel’ha rubato” (applauso dello studio). Il giovane a letto, in un paesino del sud, dentro una cameretta spoglia con qualche poster sbiadito alla parete, si affianca ai “bimbi” lasciati soli la domenica perché i genitori sono andati all’ipermercato (a lavorarci o a fare shopping, non importa), si affianca agli “ultimi”, ai “lavoratori con la schiena rotta per colpa della Fornero” e a tutta quella galleria di personaggi deamicisiani, piccole figure impalpabili, vittime dello spietato neoliberismo italiano che naturalmente non sente ragioni. Pedine che Di Maio manovra come personaggi di un melodramma in bianco e nero con Amedeo Nazzari (mentre i “soliti petrolieri” fanno pensare più a “Dynasty”). Siamo in un atto unico di Eduardo, siamo in un dramma d’interni lacrime e tinello, titolo: “Il cuore oltre lo spread”, come dice Di Maio rivolto all’anima arida e calcolatrice di Cottarelli. “Il professor Cottarelli avrà detto anche cose giuste”, spiegherà poi da Floris, “ma mancava un elemento che noi abbiamo messo nella manovra: il cuore”. Sentimenti semplici, emozioni elementari, va dove ti porta il debito.

 

L’intervista sembra un lungo training per arrivare dalle parti di “Aló Presidente”, il talk-show diretto e ideato da Hugo Chávez

Cottarelli è la new entry della stagione televisiva. Sembrava uno tutto “fatti” e niente parole ma in una settimana lo abbiamo visto a “Cartabianca”, “DiMartedì”, “Tagadà”, “L’aria che tira”; ospite fisso da Fazio in quota “élite simpatiche e alla mano” ma anche premier-per-un-giorno con effetto “Sliding Doors” sullo spettatore (poteva esserci lui, con lo zainetto agile e scattante invece c’è Conte col santino di Padre Pio), Cottarelli è il contraltare razional-illuministico-lombardo da contrapporre agli affondi sentimentali, mediterranei e “new romantic” di Di Maio. Così, messi accanto alla freddezza dei numeri di Cottarelli, i “bimbi”, il “babbo”, i giovani che non si alzano dal letto e i vecchi con la schiena rotta possono finalmente rifulgere in tutta la loro solenne, profonda e immutabile italianità. Nella televisione del popolo, Cottarelli può essere la spalla involontaria e ideale di Di Maio che d’altronde ha sempre definito il “piano Cottarelli”, qualsiasi cosa sia, un “programma interessante”.

 

A “Non è l’arena”, quando Di Maio dimentica qualche successo del governo, Giletti glielo ricorda prontamente ma è più che altro un gioco di specchi tra sparring partner che funziona anche meglio all’inverso: “Lei è stato cacciato dalla Rai perché parlava di vitalizi ogni giorno su Rai Uno”, dice Di Maio “e questa cosa non andava bene”. Applauso e boato del pubblico. Giletti ha gli occhi lucidi: “Parlavo anche di mafia, forse in orari pericolosi…”, poi con registro ironico: “Ma lei è certo che sono stato cacciato per questo? A me hanno detto che dovevo fare il varietà”. Di Maio ride. Ma quale varietà. Infatti siamo pronti per vedere un servizio con Marcello Foa che fa a pezzi “Una donna per amico” al karaoke mentre Di Maio chiosa: “L’abbiamo scelto perché era fuori dal gruppetto di giornalisti romani e pariolini; ci impegneremo per garantire il merito, una cosa che lei dottor Giletti conosce bene perché è stato colpito dalla Rai”. L’intervista dura quasi un’ora e ci proietta già nell’orbita della “replica” che vedremo da Floris, passando però prima da “Quarta Repubblica” che si apre con un’intervista a Di Maio che nel frattempo è stato intervistato su Rtl 102. 5 (mezz’ora senza contradditorio, mentre sfilano in sovrimpressione i messaggi degli ascoltatori: “Di Maio non deve andare nelle piazze a spiegare quello che vuole fare, noi l’abbiamo capito, deve solo continuare a farlo con il signor Salvini”).

 

“Voglio ridare lavoro al giovane che sta nel letto in depressione e non trova lavoro da tre anni perché Renzi gliel’ha rubato” (applauso)

“Oggi Di Maio non poteva venire in studio”, dice Floris, “così ci siamo collegati con lui”. Meno male. Di Maio riprende da dove lo avevamo lasciato con l’unica differenza che quando è in collegamento ci ricorda molto, e per abbigliamento e per eloquio, l’indimenticato Caccamo di “Mai dire goal”, (manca solo il Vesuvio alle spalle). Si parte, pronti via: “Prima davamo i soldi ai soliti banchieri, ora li stiamo dando alla gente massacrata” (applauso); “i soldi li troviamo perché tagliamo i mille Air Force Renzi annidati nei gangli dello Stato” (applauso). Stesso schema dell’intervista da Giletti, un copione che naturalmente si definisce anzitutto nella parata di nemici del popolo: Renzi, Bruxelles, la Fornero, i pariolini, le élite. Floris lo chiama “presidente” (d’altronde lo chiamava “premier” già un anno fa) e a un certo punto tira fuori Myrta Merlino e Massimo Franco che si gioca la carta “Muhammad Yunus”, premio Nobel e banchiere indiano ideatore del moderno “microcredito” che boccia il reddito di cittadinanza come una “forma di carità”, peraltro nociva allo slancio vitale che ognuno di noi dovrebbe avere lì dentro da qualche parte (il premier Conte la chiama “la scintilla”) Di Maio non si lascia intimidire e rilancia: “Col reddito di cittadinanza hai tutta la giornata impegnata, corsi di formazione, lavori di pubblica utilità” e poi sessioni di playstation e fantacalcio, master in videopoker, maratone su YouPorn; non si dica che oggi mancano le cose da fare per tenersi pronti quando il lavoro ci chiama. Ma urge sviscerare il tema “balcone” e Floris compone la domanda nel modo più insidioso, da vero primo della classe: “Ma i tedeschi che vi vedono sul balcone di Palazzo Chigi che cosa penseranno? Non è che si dicono: ma possiamo stare tranquilli a dare del denaro a questi qui?”. Floris punta il dito sul nervo scoperto, mette sul piatto un bel problema con cui in effetti ci si identifica tutti: ma se chiedo dei soldi in prestito sarà saggio farmi vedere in giro con Porsche e mignotte? Di Maio non raccoglie la provocazione, non cede alla suscettibilità vendicativa che sempre ci prende quando francesi o tedeschi ci dicono quello che dobbiamo fare; Di Maio insiste col suo mélo, con la sua trama edoardiana, col suo dramma d’interni con balcone: “Io voglio spiegare una cosa: quando voi ci vedete esultare da un balcone è perché dopo tanti anni c’è finalmente una manovra del popolo che comincia a ripagare il popolo, che è voluta dal popolo, da gente che me la chiede da sei anni”. Che avreste fatto voi? Non avreste festeggiato? “Qui c’è un ragazzo che mi è caduto in depressione dopo che mi mandava i curriculum e non gli rispondevano e noi ora lo rimettiamo in carreggiata” All’ennesima replica, com’è naturale, il lessico di Di Maio entra nella fase “free-style” ma a quel ritmo è già molto che non si confonda tra “bimbi” e pensionati con la schiena spezzata. A un certo punto, di fronte a tutte queste obiezioni sullo sguardo dei tedeschi, sui premi Nobel indiani, sulle buone maniere da tenersi in balcone, Di Maio si spazientisce: “Vedo un pregiudizio di base nei nostri confronti, come se non fossimo capaci di fare le cose”. Di Maio lancia messaggi in codice. Quando Floris gli domanda, “ma è vero che se uno va da Unieuro e si compra la televisione col reddito di cittadinanza, poi gli arriva la finanza a casa?” Di Maio risponde con un guizzo formidabile: “La televisione ormai non se la compra più nessuno, casomai la guardiamo in streaming”. Capito Floris?

 

Siamo in un dramma d’interni lacrime e tinello, titolo: “Il cuore oltre lo spread”, come dice rivolto all’anima arida di Cottarelli

Così, mentre la televisione ci spiega che la manovra del popolo non deve preoccupare i mercati e che non ci saranno “spese immorali” con il reddito di cittadinanza, mentre Unieuro, Trony, Mondo Convenienza diventano i nuovi luoghi della perdizione, l’intervista a Di Maio sembra un lungo training per arrivare dalle parti di “Aló Presidente”, il talk-show scritto, diretto e ideato da Hugo Chávez, andato in onda ininterrottamente sul primo canale di stato della televisione venezuelana dal 1999 al 2012. “Aló Presidente” iniziava alle undici del mattino di ogni domenica e non si sapeva bene a che ora finisse ma non durava mai meno di sette ore, una specie di versione-monstre di “Che tempo che fa”. “Aló Presidente” era un Hugo Chávez Show a metà tra il reality e il talk-show, dove “El Comandante” andava un po’ a braccio su qualsiasi tema e teneva aggiornati i venezuelani sui successi del governo. Ogni puntata iniziava con Chávez che diceva a se stesso “Aló Presidente” e partivano i fiumi di applausi. Non siamo ancora tra e vette altissime della tv venezuelana, ma l’intervista a Di Maio si offre ormai come un grande “modello di accoglienza” del giornalismo italiano: il format in soccorso del vincitore. In un tv generalista sempre più scarnificata talk-show e reality occupano ormai quasi tutta la scena e inevitabilmente le differenze vengono meno. Come ha scritto Aldo Grasso, “in quella grande cerimonia collettiva che è la televisione, ci sono due momenti liturgici particolarmente significativi: il falò di ‘Temptation Island’ e gli applausi di ‘DiMartedì’; non solo caratterizzano il genere, reality vs. talk-show, ma sono momenti catartici, rituali di passaggio, lingua dei simulacri”. I talk hanno bisogno di Di Maio più di quanto Di Maio abbia bisogno di loro. D’altronde, lui stesso lo ripete da mesi: “Le tv tradizionali hanno i giorni contati, ma la prossima Netflix può essere italiana”. La prima serie è già pronta. Si intitola “Deficit”.

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